Anabattismo veneto

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

L’anabattismo veneto fu un movimento assai eterogeneo, nel quale confluirono da un lato l’esperienza dell’anabattismo trentino–tirolese legato originariamente alla “rivoluzione” contadina, dall’altro l’esperienza di alcuni antitrinitari napoletani studenti a Padova (la tradizione razionalistica del cui Studio ebbe non poche influenze sullo sviluppo dottrinale delle idee anabattiste), capeggiati da Girolamo Busale, e fu caratterizzato da un’originale confluenza di una componente popolare con una dotta ed umanistica.

I "leggendari" Collegia Vicentina

Secondo la tradizione sociniana a partire dal 1546 il movimento avrebbe organizzato i cosiddetti Collegia Vicentina, leggendarie riunioni anabattiste presso alcuni palazzi della nobiltà di Vicenza, destinate a dibattere di questioni dottrinali e organizzative (e cui avrebbero partecipato intellettuali di un certo peso, come Giovanni Paolo Alciati della Motta, Giorgio Biandrata, Francesco Negri, Matteo Gribaldi Mofa, Nicolò Paruta, Valentino Gentile, Girolamo Busale, Bernardino Ochino, Lelio Sozzini, nonché Francesco Della Sega e Giulio Gherlandi). L'effettivo svolgimento di questi collegia vicentina non trova tuttavia riscontri convincenti nelle fonti documentarie.

Dispute interne e "concilio" anabattista di Venezia

Le diverse anime del movimento si confrontarono in accesi colloqui svoltisi a Padova dal febbraio al maggio 1550. Durante l'estate si svolsero quindi due assemblee a Vicenza (probabilmente nel mese di giugno) e un colloquio a Ferrara (noto come "sinodo di Ferrara"). Secondo Luca Addante i "veri" collegia vicentina, che si dovrebbero quindi definire più correttamente colloquia, sarebbero da identificarsi con le due assemblee vicentine del 1550.
Quindi, per risolvere le dispute teologiche interne, il movimento organizzò in segreto, a Venezia, nel settembre-ottobre 1550 un’adunanza generale cui parteciparono più di sessanta tra vescovi e preti (il movimento anabattista si era dato una struttura gerarchica concorrente con quella della Chiesa romana) e che si protrasse per quaranta giorni di seguito. Nel corso di questo "concilio" anabattista la posizione più "moderata" del leader del movimento, il misterioso Tiziano, dovette confrontarsi con quella più radicale di Busale e altri, che, tra l'altro, negavano la divinità di Cristo e affermavano la mortalità dell'anima. La linea del Busale uscì sostanzialmente vincente da quel confronto e Busale divenne vescovo della comunità anabattistica di Padova, salvo poi esser costretto a fuggire dalla città nel febbraio 1551 perché l'Inquisizione era ormai sulle sue tracce. 

La dispersione del movimento

Alla fine del 1551 il movimento anabattista subì un colpo mortale a causa della delazione di don Pietro Manelfi, prete cattolico e vescovo anabattista, in seguito alla quale l’Inquisizione romana inviò a Venezia il domenicano Girolamo Muzzarelli, che, il 18 dicembre 1551, riuscì a convincere il Consiglio dei Dieci a procedere duramente contro il movimento. Ne seguì la dispersione degli anabattisti veneti, molti dei quali trovarono rifugio nelle comunità dei Fratelli hutteriti impiantatesi in Boemia.

Bibliografia

  • Luca Addante, Eretici e libertini nel Cinquecento italiano, Laterza, Roma-Bari 2010
  • Domenico Caccamo, Eretici italiani in Moravia, Polonia, Transilvania (1558-1611). Studi e documenti, Firenze-Chicago 1970, pp. 39-46
  • Carlo Ginzburg, I costituti di don Pietro Manelfi, Firenze-Chicago 1970
  • Giorgio Politi, Gli statuti impossibili. La rivoluzione tirolese del 1525 e il “programma” di Michael Gaismar, Einaudi, Torino 1995
  • Aldo Stella, Dall’anabattismo al socinianesimo nel Cinquecento veneto, Padova 1967 
  • Aldo Stella, Anabattismo e antitrinitarismo in Italia nel XVI secolo, Padova 1969
  • Aldo Stella, Dall’anabattismo veneto al “Sozialevangelismus” dei fratelli hutteriti e all’illuminismo religioso sociniano, Roma 1996

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]