Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Paolo Girolamo Rivarola (originario di Chiavari, attivo nella seconda metà del XVII secolo) fu un ecclesiastico italiano, arciprete di Strevi, nella diocesi di Acqui, missionario e confessore. Fu perseguito dall'Inquisizione con accuse di abusi sessuali e proposizioni ereticali; fuggito a Ginevra, venne condannato in contumacia dal Sant'Uffizio romano.
Cenni biografici e vicende inquisitoriali
Originario di Chiavari, esercitò il ministero sacerdotale a Strevi, in territorio soggetto alla giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Acqui e, per le questioni di fede, anche a quella dell'Inquisizione di Alessandria. Le notizie sulla sua vita provengono soprattutto dalla documentazione del procedimento conservata nell'archivio centrale del Sant'Uffizio, richiamata da Vincenzo Lavenia nel DSI.
Rivarola fu denunciato dal vescovo di Acqui e dal giudice della fede di Alessandria. Gli venivano contestati episodi di sollecitazione di penitenti, violenze sessuali, atti di sodomia e affermazioni giudicate contrarie alla dottrina cattolica. Fra i comportamenti addebitatigli figurava anche la pretesa di farsi baciare i piedi, in un gesto che richiamava le prerogative del pontefice. Si trattava di accuse la cui effettiva fondatezza, in assenza di un esame integrale degli atti processuali, non può essere ricostruita sulla sola base delle notizie finora pubblicate.
Il procedimento coinvolse gli uffici inquisitoriali di Torino, Genova e Milano. Detenuto nelle carceri del tribunale milanese, Rivarola riuscì a evadere e raggiunse Ginevra, dove contrasse matrimonio con una donna calvinista. Il matrimonio contratto in territorio riformato segnò una rottura ulteriore con la disciplina ecclesiastica cattolica.
Dopo ripetute scomuniche, nel 1676 la Congregazione del Sant'Uffizio ne ordinò la condanna al rogo in effigie, essendo l'imputato contumace. Si trattava di una pena simbolica, non dell'esecuzione capitale della persona. Nel 1685 Rivarola avrebbe chiesto perdono alle autorità ecclesiastiche; non sono qui documentati né l'esito di tale richiesta né le circostanze della sua morte.
Alla vicenda fu associato, nella biografia settecentesca di Ludovico Maria Sinistrari scritta da Lazzaro Agostino Cotta, anche il nome del francescano, al quale veniva attribuita la scoperta delle colpe di Rivarola intorno al 1670. Tuttavia, il nome di Sinistrari non compare nel fascicolo processuale a carico di Rivarola e quindi la natura di un suo eventuale intervento rimane indimostrata.
Il caso Rivarola è significativo per l'intreccio fra sollecitazione in confessionale, disciplina del clero e repressione dell'eresia, nonché per il coordinamento fra diversi tribunali locali e la direzione centrale dell'Inquisizione romana.
Fonti e bibliografia
- Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede (ADDF), Sant'Uffizio, Stanza Storica, M 4-f, fasc. 5.
- Lazzaro Agostino Cotta, Museo novarese, per gli eredi Ghisolfi, Milano 1701, p. 220.
- Vincenzo Lavenia, Sinistrari, Ludovico Maria, in DSI, vol. III, pp. 1434-1437 (in particolare p. 1434).
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]