Inquisizione in Africa

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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In età moderna l’attività dell’Inquisizione in Africa si sviluppò soprattutto attraverso l’espansione delle monarchie iberiche e le reti ecclesiastiche, commerciali e missionarie che collegavano il continente al Mediterraneo, all’Atlantico e all’oceano Indiano. La presenza del Sant’Uffizio assunse forme diverse: brevi esperienze di tribunali locali, commissariati, inchieste delegate e trasmissione di denunce a sedi esterne. Il perseguimento dell’eresia e dell’apostasia interessava anzitutto persone battezzate, europee e africane, libere o schiave. La capacità di intervento dipese dai rapporti con le autorità politiche e religiose e con le società africane.

Il Nord Africa

I presidi portoghesi del Maghreb, fra i quali Ceuta, Tangeri, Arzila, Safi, Azamor e Mazagão, rientravano nella competenza del tribunale di Lisbona. Nei possedimenti spagnoli Murcia esercitava la giurisdizione su Orano e Mazalquivir, Granada su Melilla e Peñón de Vélez de la Gomera, Siviglia su Larache e Mamora. A Orano la nomina di un inquisitore nel 1516 avviò un’esperienza locale che non raggiunse il pieno funzionamento: il distretto fu subordinato a Murcia nel 1525 e soppresso nel 1536, lasciando spazio alla rappresentanza commissariale.

La convivenza fra cristiani, ebrei e musulmani e la mobilità di mercanti, soldati e schiavi alimentarono il controllo sui conversos e sui cristiani passati all’islam. La presenza di comunità ebraiche autorizzate, importante per gli scambi e la mediazione diplomatica, suscitò tensioni con gli orientamenti repressivi; a Orano terminò con l’espulsione del 1669. Nelle reggenze di Algeri, Tripoli e Tunisi intervenne anche l’Inquisizione romana, attraverso l’esame dei quesiti dei missionari e la concessione di deroghe alle norme religiose: una modalità d’azione condizionata dalla subordinazione politica delle comunità cattoliche.

Africa atlantica e orientale

Dal 1551 Capo Verde e São Tomé e Príncipe furono sottoposti alla giurisdizione inquisitoriale di Lisbona, cui giungevano denunce anche dalla Guinea e dall’Angola. La collaborazione di ecclesiastici e agenti locali consentiva di raccogliere testimonianze e trasferire gli accusati, ma rimase discontinua. Nell’area angolano-congolese il gesuita Jorge Pereira condusse un’inchiesta delegata fra 1596 e 1598. Sulla Petite Côte senegalese, invece, comunità ebraiche legate ad Amsterdam beneficiarono della protezione dei sovrani locali, che limitava le possibilità d’intervento inquisitoriale.

Accanto alle accuse di criptoebraismo e apostasia, le fonti registrano procedimenti per blasfemia, bigamia e pratiche classificate come superstizione o stregoneria. Queste categorie traducevano entro schemi giudiziari europei saperi terapeutici, divinazione e culti africani, spesso trasmessi da donne. Il caso di Ña Crispina, denunciata a Cacheu nel 1664, mostra anche il peso delle rivalità commerciali e dei conflitti locali. L’Africa fu inoltre destinazione di condannati al degredo (deportazione penale), intrecciando repressione, popolamento coloniale e schiavitù.

Il Mozambico dipendeva dal tribunale di Goa, rappresentato da commissari. La dispersione del suo archivio impone di utilizzare repertori, elenchi di sentenziati e documentazione complementare. I processi contro africani celebrati in India, Portogallo o Brasile documentano inoltre la circolazione forzata di persone e credenze, ma vanno distinti dagli interventi compiuti sul continente. Nel complesso, giurisdizione dichiarata e capacità effettiva di controllo furono lontane dal coincidere.

Strumenti di consultazione

Per il quadro generale si vedano le voci sull’Inquisizione spagnola e sull’Inquisizione portoghese. Per la distribuzione delle località e le rispettive dipendenze istituzionali si vedano l’Atlante dell’Inquisizione spagnola e l’Atlante dell’Inquisizione portoghese, collegati al Repertorio degli inquisitori e delle sedi inquisitoriali.

Bibliografia

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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