Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Jerónimo de Villanueva y Díez de Villegas (Madrid, 24 marzo 1594 – Saragozza, 21 luglio 1653) è stato un alto funzionario della monarchia spagnola, protonotario del Consiglio d'Aragona e segretario di Stato, protagonista di un lungo procedimento inquisitoriale che provocò un grave conflitto giurisdizionale tra la Spagna e la Santa Sede.
Discendente da una famiglia aragonese di funzionari regi, probabilmente di origine conversa, era figlio di Agustín de Villanueva, già segretario del Consiglio d'Aragona. Educato presso i gesuiti di Madrid, intraprese una rapida carriera amministrativa, ottenendo nel 1620 la carica di protonotario del Consiglio d'Aragona. Dopo l'ascesa al potere del conte-duca di Olivares, divenne uno dei suoi principali collaboratori, ricevendo nel 1627 l'incarico di segretario del Despacho e nel 1630 quello di segretario di Stato per gli affari di Spagna. La sua posizione gli consentiva di controllare importanti canali di comunicazione tra Filippo IV, il favorito e gli organismi di governo della monarchia.
La sua vicenda personale fu strettamente legata alla fondazione del monastero benedettino di San Plácido a Madrid (1623), del quale fu patrono e benefattore. Nell'istituto era entrata come religiosa Teresa Valle de la Cerda, alla quale era stato precedentemente legato. Quando, nel 1628, l'Inquisizione avviò un'indagine sui fenomeni di presunta possessione demoniaca e sulle pratiche spirituali eterodosse diffuse nella comunità, anche Villanueva fu coinvolto nelle accuse. La protezione di Olivares impedì tuttavia che il procedimento avesse conseguenze immediate sulla sua carriera.
La situazione mutò radicalmente dopo la caduta del conte-duca nel gennaio 1643. Privato dei principali incarichi di governo, Villanueva divenne uno dei bersagli della reazione politica contro gli uomini del precedente regime. Il nuovo inquisitore generale Diego de Arce y Reinoso dispose la riapertura della causa di San Plácido e il 31 agosto 1644 Villanueva fu arrestato e trasferito nelle carceri inquisitoriali di Toledo. Le accuse riguardavano il suo coinvolgimento nelle vicende del monastero, presunte pratiche superstiziose e la protezione accordata ai protagonisti dei disordini religiosi.
Dopo un lungo procedimento, nel 1647 fu condannato all'abiura de levi e all'allontanamento dalla corte. Rifiutando di riconoscere la legittimità della sentenza, ricorse a Innocenzo X, ottenendo che la Santa Sede intervenisse sulla causa. Ne derivò un aspro contrasto tra la Suprema e la Congregazione romana del Sant'Uffizio, poiché le autorità inquisitoriali spagnole, sostenute da Filippo IV, si opposero a lungo alla trasmissione degli atti processuali a Roma.
La controversia si protrasse per diversi anni, trasformandosi in una questione di principio sulla possibilità di appellarsi al pontefice contro le sentenze dell'Inquisizione spagnola. Villanueva morì nel 1653 senza ottenere una definitiva riabilitazione, mentre il contenzioso proseguì fino al 1660.
La sua vicenda costituisce un esempio significativo dell'impiego politico della giustizia inquisitoriale nella Spagna del Seicento e delle tensioni tra autonomia del Sant'Uffizio iberico e suprema autorità giurisdizionale del papato.
Bibliografia
- Mercedes Agulló y Cobo, El monasterio de San Plácido y su fundador, el madrileño don Jerónimo de Villanueva, protonotario de Aragón, in «Villa de Madrid», 13, 1975, pp. 59-68.
- John H. Elliott, El conde-duque de Olivares. El político en una época de decadencia, Crítica, Barcelona 1990.
- Isabel Mendoza García, El inquisidor general don Diego de Arce y Reinoso, Universidad Autónoma de Madrid, Madrid 1993.
- Carlos Puyol Buil, Inquisición y política en el reinado de Felipe IV. Los procesos de Jerónimo de Villanueva y las monjas de San Plácido, 1628-1660, CSIC, Madrid 1993.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]