Arce y Reinoso, Diego de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Diego de Arce y Reinoso (Zalamea de la Serena, 25 aprile 1585 – Madrid, 18 luglio 1665) fu un giurista, vescovo e inquisitore generale della Inquisizione spagnola dal 1643 alla morte. Durante il regno di Filippo IV promosse una riorganizzazione del Sant'Uffizio, rafforzando l'autorità dell'inquisitore generale e rilanciando la repressione dei giudaizzanti, soprattutto di origine portoghese.

Nato in una famiglia della piccola nobiltà, il cui capofamiglia era familiare dell'Inquisizione, studiò a Plasencia e all'Università di Salamanca, entrando nel Colegio Mayor de Cuenca. Nel 1616 ottenne la cattedra di Instituta e nel 1621 quella di Prima de Leyes, della quale prese possesso nel 1623. La solida formazione giuridica costituì il fondamento della sua successiva carriera nell'amministrazione della monarchia spagnola.

Nel 1625 fu nominato oidor della Chancillería di Granada, nel 1629 passò a Siviglia e nel 1633 entrò nel Consiglio di Castiglia. Nel 1634 ricevette l'incarico di visitatore dell'amministrazione finanziaria e militare dello Stato di Milano, in una fase di rapporti difficili con il conte-duca di Olivares. Intraprese quindi la carriera ecclesiastica: fu vescovo di Tuy (1635), Ávila (1638) e Plasencia (1640).

Dopo la caduta di Olivares, nel gennaio 1643, e l'allontanamento dell'inquisitore generale Antonio de Sotomayor, di cui era stato stretto collaboratore, Arce Reinoso fu designato alla guida del Sant'Uffizio.

Una delle principali iniziative del nuovo inquisitore generale riguardò la repressione dei cristiani nuovi di origine portoghese, numerosi dei quali si erano inseriti nei circuiti mercantili e finanziari della monarchia grazie alle aperture promosse da Olivares. Dopo un periodo di relativo allentamento della pressione inquisitoriale, dalla metà degli anni Quaranta furono avviate nuove campagne contro i sospetti giudaizzanti, particolarmente incisive a Madrid e nei tribunali della Castiglia meridionale. Arresti, sequestri e confische ebbero conseguenze anche sulle reti commerciali e creditizie della monarchia.

Questa ripresa repressiva non rappresentò tuttavia l'inizio di una persecuzione continua e uniformemente crescente. L'attività complessiva dell'Inquisizione era ormai in progressiva contrazione e la crescente incidenza percentuale dei procedimenti per giudaismo non corrispose necessariamente a un aumento del loro numero assoluto. La repressione contribuì comunque all'indebolimento di numerose reti di cristiani nuovi, favorendo anche nuovi movimenti migratori verso la Francia e l'Europa settentrionale.

Parallelamente, Arce Reinoso promosse una riorganizzazione degli organici inquisitoriali, contrastando gli abusi, la moltiplicazione delle cariche e le irregolarità amministrative. Cercò di migliorare la preparazione degli inquisitori e dei fiscali, favorendo il reclutamento di giuristi provenienti dai Colegios Mayores e dall'amministrazione ecclesiastica.

Particolare rilievo ebbe la difesa delle prerogative dell'inquisitore generale nei confronti della Corona. Richiamandosi alla natura apostolica della propria autorità, Arce rivendicò il diritto di nominare i ministri del Sant'Uffizio, opponendosi talvolta alle candidature sostenute direttamente da Filippo IV. Sostenne inoltre un'interpretazione estensiva della giurisdizione ecclesiastica e delle immunità inquisitoriali, contribuendo ad alimentare i conflitti con le magistrature secolari.

Nel 1652 rinunciò al governo della diocesi di Plasencia, conservando la carica inquisitoriale. Nel 1664 entrò nel Consiglio di Stato. Morì a Madrid nel luglio 1665.

Il suo lungo governo contribuì a restituire autorevolezza all'Inquisizione spagnola e a consolidarne gli assetti amministrativi e giurisdizionali. Più che un ritorno ai livelli repressivi del passato, la sua azione rappresentò una ridefinizione delle priorità e degli equilibri istituzionali del Sant'Uffizio, destinata a esercitare un'influenza anche nei decenni successivi.

Bibliografia

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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