Persecuzione degli ebrei di Ancona (1555-1556)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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La persecuzione contro gli ebrei di Ancona del 1555-1556 fu una delle più gravi iniziative repressive promosse dall'Inquisizione romana contro le comunità ebraiche nell'Italia della prima età moderna. Voluta da papa Paolo IV e condotta attraverso il Sant'Uffizio, colpì soprattutto gli ebrei di origine portoghese, discendenti da famiglie convertite al cristianesimo nella Penisola iberica e successivamente tornati alla pratica pubblica dell'ebraismo. La persecuzione culminò nel 1556 con l'esecuzione capitale di almeno venticinque persone e provocò una vasta mobilitazione delle comunità sefardite del Mediterraneo, sfociata nel tentativo di boicottare il porto anconetano.

Antecedenti

Nel corso della prima metà del Cinquecento Ancona, importante scalo adriatico dello Stato pontificio, era divenuta un centro di insediamento e di attività economica per mercanti ebrei provenienti dalla Penisola iberica e da diverse regioni del Mediterraneo. La posizione geografica della città e i collegamenti commerciali con Venezia, Ragusa, Salonicco e gli altri porti del Levante ne favorirono lo sviluppo come luogo di incontro tra operatori economici appartenenti a differenti comunità religiose.

Tra gli immigrati figuravano numerosi cristiani nuovi portoghesi, appartenenti a famiglie ebraiche che avevano ricevuto il battesimo in seguito alle conversioni forzate imposte in Portogallo alla fine del Quattrocento. La successiva istituzione dell'Inquisizione portoghese nel 1536 aveva contribuito ad alimentare l'emigrazione di quanti intendevano sottrarsi alla repressione del giudaismo clandestino o recuperare apertamente la propria identità religiosa.

L'insediamento anconetano fu favorito dalla politica commerciale di Paolo III, interessato a valorizzare il porto e ad attrarre mercanti dotati di estese relazioni internazionali. Con i provvedimenti del 1547 e del 1549 il pontefice accordò particolari garanzie ai portoghesi, permettendo anche a persone precedentemente battezzate di vivere come ebrei. Le concessioni furono confermate da Giulio III nel 1552. Si creò così una situazione giuridica peculiare, nella quale il potere pontificio riconosceva, per ragioni economiche e politiche, la condizione ebraica di individui che, secondo una rigorosa interpretazione del diritto canonico, avrebbero potuto essere considerati cristiani apostati.

La comunità portoghese, distinta da quella degli ebrei italiani, acquistò una considerevole importanza nella vita economica anconetana. I suoi membri mantenevano contatti con Ferrara, Venezia, Anversa e i principali centri della diaspora sefardita nell'Impero ottomano. Le testimonianze contemporanee, pur fornendo cifre di difficile verifica, attestano la consistenza dell'immigrazione lusitana e la sua rilevanza nei traffici internazionali.

I segnali di un mutamento dell'atteggiamento ecclesiastico si manifestarono già prima dell'elezione di Paolo IV. Nel febbraio 1554, nel quadro della campagna contro la letteratura religiosa ebraica promossa dalle autorità ecclesiastiche, anche ad Ancona vennero bruciati esemplari del Talmud.

La persecuzione inquisitoriale

L'elezione di Gian Pietro Carafa al pontificato nel maggio 1555 determinò un radicale cambiamento della politica romana. Da tempo alla guida del Sant'Uffizio e sostenitore di una rigorosa disciplina religiosa, il nuovo papa avviò una serie di provvedimenti restrittivi nei confronti degli ebrei dello Stato pontificio. Con la costituzione Cum nimis absurdum del 14 luglio 1555 impose nuove forme di segregazione e discriminazione, intervenendo sulla residenza, sulle attività economiche e sui rapporti tra ebrei e cristiani.

Nel caso di Ancona la repressione assunse un carattere specificamente inquisitoriale. I portoghesi che sotto i precedenti pontefici erano stati autorizzati a professare l'ebraismo vennero ora considerati cristiani battezzati ricaduti nell'errore. La revoca delle garanzie precedentemente accordate permise al Sant'Uffizio di procedere contro di loro per apostasia e giudaismo.

Alla fine di luglio del 1555 il commissario inquisitoriale Giovanni Vincenzo Falangonio ricevette l'incarico di intervenire contro i portoghesi della Marca. Seguirono arresti, interrogatori, sequestri patrimoniali e inventari dei beni degli imputati. Lo stesso Falangonio venne tuttavia coinvolto in accuse di malversazione e di aver favorito, dietro pagamento, la fuga di alcuni prigionieri, abbandonando Ancona nell'autunno del 1555.

La conduzione dei procedimenti passò progressivamente a Cesare dalla Nave, giurista vicino al pontefice, affiancato inizialmente da Gaspare Dotti, governatore della Santa Casa di Loreto. Quest'ultimo fu sostituito nel marzo 1556 dal domenicano Vincenzo da Lugo. Alle operazioni giudiziarie collaborarono funzionari e notai, tra i quali Cristoforo da Porto.

Le autorità cittadine cercarono di intervenire presso Roma, anche attraverso l'emissario Giovanni Trionfi, nella speranza di ottenere una soluzione negoziata che salvaguardasse gli interessi economici di Ancona. Nell'ottobre 1555 Paolo IV riservò tuttavia alla propria autorità la decisione sui procedimenti contro gli ebrei portoghesi, affidandone la conclusione al Sant'Uffizio.

La repressione coinvolse un numero considerevole di persone. Gli inquisiti tentarono in alcuni casi di dimostrare di non aver mai ricevuto validamente il battesimo, oppure di essere sudditi dell'Impero ottomano e quindi di non poter essere perseguiti come cristiani apostati. Altri accettarono la riconciliazione con la Chiesa cattolica, mentre numerosi membri della comunità cercarono rifugio fuori dallo Stato pontificio, soprattutto a Ferrara e a Pesaro.

Tra l'aprile e il giugno 1556 almeno venticinque ebrei portoghesi furono condannati a morte e giustiziati. Le esecuzioni, ricordate dalle cronache ebraiche come il martirio di Ancona, rappresentarono il culmine della persecuzione. Altri imputati subirono la detenzione, la confisca dei beni, la condanna alle galere o la deportazione a Malta.

I procedimenti non cessarono con le esecuzioni. La documentazione inquisitoriale recentemente ritrovata attesta la prosecuzione delle indagini e delle citazioni giudiziarie durante l'estate e l'autunno del 1556, anche nei confronti di donne accusate di essersi sottratte alla giustizia ecclesiastica. Nell'ottobre furono pronunciate ulteriori condanne in contumacia.

Le reazioni nel Mediterraneo e il boicottaggio di Ancona

La persecuzione suscitò immediate reazioni nelle comunità ebraiche del Mediterraneo e coinvolse direttamente le autorità ottomane. Un ruolo di primo piano fu svolto da Gracia Mendes Nasi, potente mercantessa sefardita stabilitasi a Costantinopoli, che utilizzò le proprie relazioni economiche e politiche per ottenere la liberazione dei correligionari arrestati.

L'intervento della diplomazia ottomana, promosso anche attraverso le reti commerciali della famiglia Nasi, mirava soprattutto a tutelare gli ebrei che potevano dimostrare di essere sudditi del sultano Solimano il Magnifico. La questione assunse quindi una dimensione internazionale, poiché l'azione del Sant'Uffizio interferiva con interessi mercantili e protezioni politiche che oltrepassavano i confini dello Stato pontificio.

Paolo IV accettò di distinguere la posizione dei sudditi ottomani da quella dei portoghesi già battezzati, ma non rinunciò alla persecuzione di questi ultimi. Le richieste diplomatiche non impedirono pertanto le esecuzioni.

La risposta più significativa sul piano economico fu il tentativo di organizzare un boicottaggio del porto di Ancona, indirizzando verso Pesaro le merci provenienti dal Levante. L'iniziativa, sostenuta da Gracia Mendes Nasi e da alcuni ambienti mercantili e rabbinici dell'Impero ottomano, mirava a colpire gli interessi della città e dello Stato pontificio, trasformando la solidarietà con i perseguitati in uno strumento di pressione commerciale.

Il progetto incontrò tuttavia resistenze. Gli stessi ebrei residenti ad Ancona temevano che l'indebolimento economico della città potesse aggravare la loro condizione e provocare nuove rappresaglie. Anche nel mondo rabbinico ottomano emersero posizioni differenti sulla legittimità, sull'opportunità e sulle conseguenze del boicottaggio. La solidarietà religiosa entrò così in conflitto con gli interessi economici delle diverse comunità e con la necessità di tutelare gli ebrei rimasti sotto il dominio pontificio.

Il tentativo di trasferire stabilmente i traffici verso Pesaro non raggiunse gli obiettivi sperati. Il duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere, che aveva accolto numerosi fuggitivi portoghesi confidando nei vantaggi economici derivanti dal loro insediamento, nel 1558 ne decretò l'espulsione dai propri territori.

Conseguenze e memoria

La persecuzione del 1555-1556 segnò una frattura nella storia degli ebrei di Ancona e, più in generale, della diaspora sefardita in Italia. La distruzione di una parte della comunità portoghese, le confische patrimoniali e l'emigrazione di numerosi mercanti compromissero un sistema di relazioni economiche che si era sviluppato grazie alla precedente politica pontificia di accoglienza.

L'episodio rivelò inoltre le contraddizioni tra le esigenze finanziarie e commerciali dello Stato della Chiesa e la crescente intransigenza religiosa della sua politica. La distinzione giuridica tra ebrei mai battezzati e cristiani nuovi tornati all'ebraismo consentì al Sant'Uffizio di trasformare una comunità fino ad allora protetta in un gruppo perseguibile per apostasia.

Con l'elezione di Pio IV nel 1559 si verificò un parziale allentamento delle misure più severe adottate dal predecessore. Non venne tuttavia ricostituita la situazione di relativa autonomia di cui avevano goduto i portoghesi nei decenni precedenti. Ancona continuò a ospitare una comunità ebraica e rimase uno degli scali più importanti per i rapporti commerciali dello Stato pontificio con il Levante, ma il ruolo della componente sefardita ne risultò profondamente ridimensionato.

Nella memoria ebraica le vittime furono ricordate come i martiri di Ancona, attraverso cronache, componimenti poetici e pratiche commemorative. La vicenda assunse un significato che oltrepassava la storia locale, divenendo emblematica tanto della persecuzione inquisitoriale dei cristiani nuovi quanto delle possibilità e dei limiti della solidarietà transnazionale tra le comunità ebraiche.

La storiografia ha progressivamente approfondito questi aspetti attraverso lo studio della documentazione pontificia, notarile, diplomatica ed ebraica. Particolarmente importante è stato il ritrovamento, reso noto nel 2023 da Giacomo Mariani e Dario Taraborrelli, di un dossier di 306 carte conservato presso l'Archivio di Stato di Ravenna. I documenti, prodotti o acquisiti dai commissari incaricati dei procedimenti anconetani, consentono di ricostruire più da vicino l'attività degli inquisitori, le strategie difensive degli imputati, la gestione delle confische e la prosecuzione della repressione anche dopo le esecuzioni del 1556. Si tratta di una testimonianza di particolare rilievo per lo studio dei rapporti tra Inquisizione romana, minoranze religiose e mondo mediterraneo nella prima età moderna.

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Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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