Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Landuccio Landucci è stato un notaio lucchese perseguito per eresia e costretto ad abiurare nel 1559. La sua attività è documentata almeno dagli anni trenta agli anni sessanta del Cinquecento.
Apparteneva a una famiglia di modesto rilievo nella vita pubblica cittadina. Sposò Maria di Silvestro Lamberti e possedeva beni confinanti con quelli di Giuliano da Dezza. Esercitò il notariato anche per persone coinvolte nel dissenso religioso lucchese: aiutò, fra gli altri, Vincenzo Mei a sistemare i propri affari patrimoniali prima della fuga a Ginevra.
Denunciato per sospetta eresia nel 1555, fu citato a Roma nel 1557 insieme al giurista Guasparo Massaciuccoli. Dopo il ritorno a Lucca i due furono privati degli onori cittadini e sottoposti a restrizioni che impedivano loro di uscire di casa. Landucci pronunciò un’abiura a Roma; su disposizione della Congregazione del Sant'Uffizio, dovette poi ripeterla pubblicamente nella cattedrale di San Martino, il 29 gennaio 1559, indossando l’abito penitenziale.
Continuò in seguito a rogare atti notarili: un contratto relativo alla famiglia di Giuliano da Dezza ne documenta l’attività dopo il processo. Nel 1596 suo figlio Nicolao chiese alle autorità lucchesi di attenuare le conseguenze di una propria condanna per eresia, fra cui l’obbligo di portare la «mitria» e il bando perpetuo. La data della morte di Landucci non è nota.
Bibliografia
- Simonetta Adorni Braccesi, Giuliano da Dezza, caciaiuolo: nuove prospettive sull’eresia a Lucca nel XVI secolo, in «Actum Luce», IX/1-2, 1980, pp. 89-138, in particolare pp. 97, 111-114, 118-120, 133-134.
- Simonetta Adorni Braccesi, Mei, Vincenzo, in DBI, vol. 73 (2009).
- Marino Berengo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Einaudi, Torino 1965, in particolare pp. 445-446.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]