Brancadoro, Cesare

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Cesare Brancadoro (Fermo, 28 agosto 1755 - Fermo, 12 settembre 1837) è stato un cardinale, diplomatico e arcivescovo, consultore e poi membro della Congregazione del Sant'Uffizio.

Appartenente a una famiglia del patriziato fermano, conseguì il dottorato in utroque iure all'Università di Fermo e intraprese la carriera ecclesiastica. Il 20 ottobre 1789 fu nominato arcivescovo titolare di Nisibi e nel 1792 nunzio apostolico nelle Fiandre.

Nel 1795 divenne segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Il 30 ottobre 1795 fu nominato consultore della Congregazione del Sant'Uffizio e l'11 novembre successivo assunse formalmente l'incarico mediante giuramento.

Durante l'occupazione francese di Roma fu arrestato il 17 maggio 1798 e poco dopo espulso. Nel 1800 fu nominato vescovo di Orvieto e Pio VII lo creò cardinale il 23 febbraio 1801. L'11 luglio 1803 fu promosso arcivescovo di Fermo.

Convocato in Francia durante l'età napoleonica, nel 1810 rifiutò di partecipare alle nozze religiose di Napoleone con Maria Luisa d'Asburgo, entrando così nel gruppo dei «cardinali neri». Alla fine del 1813 fu tra i più decisi oppositori del concordato di Fontainebleau e sollecitò Pio VII a revocare le concessioni fatte a Napoleone. Per questo fu nuovamente confinato, questa volta a Orange.

Dopo la caduta dell'Impero rientrò nello Stato pontificio. Il 12 giugno 1814 fu nominato membro della Congregazione del Sant'Uffizio e il 9 luglio successivo ne assunse formalmente l'incarico mediante giuramento. Entrò inoltre nella Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari.

Rientrato definitivamente nella sua arcidiocesi nel 1815, sostenne una restaurazione quanto più possibile integrale dell'ordine ecclesiastico precedente alla Rivoluzione e si oppose alla politica riformatrice di Ercole Consalvi. Nel conclave del 1823 si schierò con gli zelanti a favore della candidatura di Antonio Gabriele Severoli.

Dal 1828, a causa di una grave malattia, divenne quasi completamente cieco. Morì a Fermo il 12 settembre 1837.

Fu uno degli esponenti più chiaramente riconoscibili dell'area più intransigente e conservatrice della Chiesa del suo tempo, caratterizzata dalla difesa del primato pontificio e dall'opposizione al giurisdizionalismo, alla Rivoluzione e alle soluzioni di compromesso con l'eredità napoleonica.

Bibliografia

  • Philippe Boutry, Souverain et pontife: recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l'âge de la Restauration (1814-1846), École française de Rome, Rome 2002, in part. pp. 520-522.
  • Giuseppe Pignatelli, Brancadoro, Cesare, in DBI, vol. 13 (1971).
  • MORONI, vol. VI (1840), pp. 92-93.
  • Herman H. Schwedt, Tobias Lagatz, Prosopographie von romischer Inquisition und Indexkongregation: 1814-1917, Schöningh, Paderborn 2005, vol. I, pp. 207-210.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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