Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Agapito Bellomo nacque a Roma non oltre il secondo decennio del Cinquecento e fu vescovo di Caserta dal 5 dicembre 1554 fino alla morte, avvenuta probabilmente nell’estate del 1593. Già inserito nella curia pontificia, partecipò all’ultima fase del concilio di Trento e governò poi una diocesi nella quale l’applicazione dei decreti conciliari si accompagnò a controversie di giurisdizione e a indagini per eresia. Giulio Antonio Santori, suo vicario generale, ebbe un ruolo diretto nella persecuzione di Gian Francesco Alois, detto il Caserta.
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Sommario
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Cenni biografici
Dalla Camera apostolica alla sede di Caserta
Non sono documentati gli studi di Bellomo né i suoi primi passi nella carriera ecclesiastica. Negli anni di Giulio III fu segretario e familiare del pontefice. La sua firma compare su una deliberazione camerale del 25 settembre 1551, mentre la nomina a chierico della Camera apostolica è registrata il 4 novembre dello stesso anno. Romeo De Maio ha individuato numerosi atti da lui sottoscritti fino al 1553 e ha posto in relazione la successiva promozione episcopale con la sua vicinanza ai Farnese.
Un repertorio dei funzionari dello Stato pontificio registra Bellomo a Civitavecchia nel 1552 e ad Ancona nel 1557. Il secondo incarico cadde dunque dopo la nomina a vescovo di Caserta e va tenuto presente nel valutare le sue assenze dalla diocesi. Le notizie disponibili non consentono di precisarne la durata né di ricostruire l’attività svolta nelle due sedi.
La diocesi e il dissenso religioso in Terra di Lavoro
La diocesi casertana comprendeva centri e casali nei quali l’autorità del vescovo doveva confrontarsi con quella dei signori locali e con le competenze dell’arcivescovo metropolita di Capua. Il casale di Ercole, pur appartenendo nel temporale a Caserta, ricadeva nella giurisdizione ecclesiastica capuana: Francesco Granata ricordava che Giulio Antonio Santori, poi vicario generale di Bellomo, era stato parroco della chiesa di San Vito ed era perciò soggetto all’arcivescovo di Capua. La persistenza di questa articolazione è attestata nel 1580, quando Cesare Costa unì alla parrocchiale di Ercole le chiese di San Nazzaro a Casanova e di San Felice a Briano.
Prima dell’arrivo di Bellomo, la predicazione di Lorenzo Romano e la circolazione delle idee riformate avevano già interessato Terra di Lavoro. Nel 1552 un’indagine condotta nel Capuano si era conclusa con condanne al rogo e altre pene. Fra le persone coinvolte nelle inchieste di quegli anni figurava Gian Francesco Alois, appartenente a una famiglia che possedeva beni a Piedimonte di Casolla.
Il governo della diocesi passò in misura considerevole attraverso Giulio Antonio Santori, che Bellomo nominò vicario generale fra il 1559 e il 1560. Saverio Ricci indica il 1559 come inizio dell’incarico, mentre De Maio riporta il 1560, anno in cui Bellomo visitò per la prima volta la diocesi. Durante le assenze del vescovo Santori seguì gli affari diocesani e condusse indagini di fede. De Maio gli attribuisce anche la celebrazione di un sinodo, che colloca con riserva nel 1563–1564.
La posizione di Santori rende necessario distinguere il governo episcopale dall’azione personale del vicario. Bellomo gli affidò un ufficio che comprendeva ampie responsabilità, ma le fonti esaminate non documentano istruzioni del vescovo per ogni procedimento da lui condotto. La distinzione è particolarmente rilevante per il caso Alois, la cui fase conclusiva ebbe luogo davanti alle autorità ecclesiastiche di Napoli.
Il concilio di Trento e la corrispondenza
Bellomo giunse a Trento il 3 gennaio 1562, partecipando alle discussioni dell’ultima fase conciliare. De Maio ne descrive gli interventi come generalmente conformi alle posizioni sostenute dalla componente curiale, pur rilevando che tali posizioni variarono secondo le materie trattate. Durante il soggiorno mantenne i rapporti con Santori attraverso lettere delle quali Domenico Natale e Tommaso Pisanti hanno pubblicato una parte. Santori seguì così da Caserta lo svolgimento dei lavori conciliari. Nel carteggio di Bellomo figurano anche due lettere inviate nel gennaio 1562 dal cardinale Ippolito d’Este, che si trovava in Francia come legato pontificio. Sono inoltre attestati rapporti epistolari con Alessandro Farnese e Carlo Borromeo. Quest’ultimo gli scrisse nel settembre 1564, dopo la conclusione del concilio. Le lettere documentano la continuità dei legami curiali del vescovo, mentre quelle indirizzate a Santori permettono di seguire alcune questioni del governo casertano durante la sua permanenza a Trento.
Una lettera del 31 dicembre 1562 riguarda i casali di Pozzovetere e Puccianiello, rivendicati dal conte di Caserta Baldassarre Acquaviva nell’ambito di accordi per la loro vendita. Bellomo rispose alle lamentele del conte attraverso Santori e rinviò la conclusione dell’affare al proprio ritorno. Lucia Giorgi ha segnalato che la data della vendita e il prezzo restano oggetto di ricostruzioni discordanti; un documento del febbraio 1592 potrebbe riferirsi alla sua fase conclusiva.
Santori e la persecuzione di Alois
Gian Francesco Alois, detto il Caserta, aveva frequentato gli ambienti religiosi vicini a Juan de Valdés. Nel 1539 ospitò Marcantonio Flaminio nella villa di Piedimonte (di Casolla) e mantenne rapporti con Galeazzo Caracciolo. Già chiamato a rispondere delle proprie convinzioni nel 1552, fu nuovamente inquisito nel 1562 per iniziativa di Santori, che lo aveva conosciuto negli anni degli studi a Napoli. In quel momento Bellomo partecipava ancora al concilio di Trento.
Il procedimento contro Alois e Giovanni Bernardino Gargano proseguì a Napoli, dove operava Giovanni Luigi Campagna, vicario dell’arcivescovo e commissario del Sant’Uffizio nel Regno. Il 1º marzo 1564 i due furono condannati come relapsi. Vennero giustiziati in piazza del Mercato il 4 marzo e i loro corpi furono arsi. L’esecuzione, seguita da provvedimenti di confisca, suscitò proteste che investirono anche Santori.
Il caso appartiene a una fase nella quale le indagini condotte dalle curie diocesane si collegavano all’attività dei delegati del Sant’Uffizio a Napoli e alle decisioni assunte a Roma. Le ricerche di Stefano Zen sulla definizione dell’ortodossia e sulle forme della repressione religiosa aiutano a collocare questa vicenda nel quadro culturale del secondo Cinquecento.
Seminario, residenze e governo diocesano
Dopo il concilio Bellomo seguì più stabilmente la diocesi. Fra l’11 luglio 1567 e il 2 settembre 1573 fu aperto il seminario vescovile, destinato alla formazione del clero casertano. L’intervallo cronologico deriva dalle testimonianze utilizzate da De Maio e non consente di assegnare alla fondazione un giorno preciso. Lo studio di Ilario Salvatore Valdelli affronta la formazione sacerdotale, il patrimonio dell’istituto e i rapporti fra la riforma del clero e le strutture ecclesiastiche locali, senza fornire dettagli ulteriori.
Negli anni settanta del XVI secolo Bellomo risiedeva nel palazzo vescovile di Falciano. Nel 1574 ne affittò una parte insieme ad alcuni terreni della mensa, riservandosi l’uso di determinati ambienti. Continuò ad agire anche per la sede di Casertavecchia: nel luglio 1584 commissionò a Francesco Zundo di Napoli un organo per l’episcopio casertano, al prezzo pattuito di 190 ducati. La documentazione notarile esaminata da Giorgi consente di precisare queste iniziative e il loro rapporto con le diverse residenze della diocesi.
Bellomo partecipò al concilio provinciale di Capua convocato il 4 novembre 1577 e ne sottoscrisse gli atti. Prima dell’assemblea aveva però presentato un memoriale contro gli abusi di potere attribuiti ai metropoliti. L’adesione alle deliberazioni provinciali conviveva quindi con una controversia sulle competenze dell’arcivescovo di Capua nei confronti della sede casertana.
Il coadiutore e gli ultimi anni
Nel 1585 la Curia affiancò a Bellomo un coadiutore. Santori intervenne a favore della scelta del nipote del vescovo, Mario Bellomo, che ottenne l’incarico ed era vescovo titolare di Betlemme. Per gli anni successivi le iniziative pastorali richiedono dunque un’attribuzione puntuale: la presenza del coadiutore non permette di riferire automaticamente allo zio ogni visita o provvedimento della curia casertana. Restano documentate relazioni ad limina datate 1590 e 1592.
La data della morte presenta una discordanza nelle cronotassi. Il sito web attuale della diocesi di Caserta indica il 1594; De Maio propone invece, con riserva, luglio o agosto 1593 e richiama un appunto di Santori del 31 gennaio 1594, nel quale Bellomo risulta morto da molti mesi. Il 30 settembre 1593 Santori aveva già proposto a Clemente VIII Benedetto Mandina per la sede casertana. Quest’ultimo dato conferma che la successione era in discussione nel 1593, pur non precisando il giorno della morte.
Fonti e bibliografia
Bellomo e la diocesi di Caserta
- Romeo De Maio, Bellomo, Agapito, in DBI, vol. 7, 1970.
- Diocesi di Caserta, Cronologia dei vescovi casertani, Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, Caserta 1984.
- Crescenzio Esperti, Memorie ecclesiastiche della città di Caserta, Napoli 1775.
- Lucia Giorgi, Le residenze dei vescovi di Caserta dalla fine del 1400 e gli interventi barocchi nella cattedrale di San Michele Arcangelo di Caserta Vecchia, in «Rivista di Terra di Lavoro», III/1, 2008, pp. 21-49.
- Francesco Granata, Storia sacra della Chiesa metropolitana di Capua, 2 voll., Stamperia Simoniana, Napoli 1766, vol. II, p. 97.
- Tommaso Laudando, Storia dei vescovi della diocesi di Caserta, ristampa a cura di Ilario Salvatore Valdelli, Caserta 1996.
- Domenico Natale, Tommaso Pisanti, Lettere di Agapito Bellomo, vescovo di Caserta, dal Concilio di Trento, in «Archivio storico di Terra di Lavoro», III, 1960-1964, pp. 551-561.
- Ferdinando Ughelli, Italia sacra, vol. VI, seconda edizione, Venezia 1720, col. 513.
- Ilario Salvatore Valdelli, Il seminario vescovile e la riforma tridentina del clero a Caserta (1560-1620), Biblioteca del Seminario Vescovile, Caserta 1996.
- Christoph Weber (a cura di), Legati e governatori dello Stato pontificio (1550-1809), Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1994.
Santori e l’attività inquisitoriale
- Carlo De Frede, L’inquisitore Giulio Antonio Santoro e gli eretici meridionali, in «Archivio storico per le Province napoletane», CXXI, 2003, pp. 129-147.
- Hubert Jedin, Die Autobiographie des Kardinals Giulio Antonio Santorio († 1602), Akademie der Wissenschaften und der Literatur, Mainz 1969.
- Saverio Ricci, Giovinezza di un inquisitore. Giulio Antonio Santori, Giordano Bruno e il Santo Uffizio a Napoli, in «Bruniana & Campanelliana», I, 1995, pp. 249-271.
- Saverio Ricci, Il sommo inquisitore. Giulio Antonio Santori tra autobiografia e storia (1532-1602), Salerno Editrice, Roma 2002.
- Saverio Ricci, Santoro, Giulio Antonio, in DSI, vol. III, pp. 1370-1376.
- Saverio Ricci, Santori, Giulio Antonio, in DBI, vol. 90, 2017.
- Giulio Antonio Santori, Vita del cardinale Giulio Antonio Santori detto il cardinale di Santa Severina composta e scritta da lui medesimo, a cura di Giuseppe Cugnoni, in «Archivio della R. Società romana di storia patria», XII, 1889, pp. 329-373; XIII, 1890, pp. 151-205.
- Pierroberto Scaramella, Le lettere della Congregazione del Sant’Ufficio ai tribunali di fede di Napoli, 1563-1625, EUT, Trieste 2001.
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Alois e il dissenso in Terra di Lavoro
- Gino Cappelletti, Gianfrancesco Alois e l’agitazione napoletana dell’anno 1564 contro la S. Inquisizione, Arduini, Urbino 1913.
- Massimo Firpo, Dario Marcatto, Il processo inquisitoriale del cardinal Giovanni Morone. Nuova edizione critica, vol. III, La sentenza. Appendici, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2015.
- Umberto Mazzone, Gargano, Giovanni Bernardino, in DBI, vol. 52, 1999.
- Mario Rosa, Alois, Gian Francesco, detto il Caserta, in DBI, vol. 2, 1960.
- Pierroberto Scaramella, «Con la croce al core». Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro (1551-1564), La Città del Sole, Napoli 1995.
- Pierroberto Scaramella, Alois, Giovan Francesco, in DSI, vol. I, pp. 46-47.
- Ilario Salvatore Valdelli, Giovanni Francesco Alois e la riforma religiosa nel Casertano nel XVI secolo, in «Quaderni della Biblioteca del Seminario di Caserta», 5, 1999, pp. 183-225.
Studi sul contesto religioso
- Stefano Zen, Tolleranza e repressione, in Romeo De Maio, Stefano Zen e altri, Le fonti della Storia moderna, Loescher, Torino 1993, pp. 203-263.
- Stefano Zen, Monarchia della verità. Modelli culturali e pedagogia della Controriforma, Vivarium, Napoli 2002.
Article written by Alessandro Giaquinto | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]