Zelada, Francesco Saverio de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Francesco Saverio de Zelada (Roma, 27 agosto 1717 – Roma, 19 dicembre 1801) è stato un cardinale e uomo di Curia.

Figlio del nobile murciano Juan Jacinto de Zelada y Escobar, spedizioniere della Dataria apostolica e agente del cardinale Luis Antonio Belluga y Moncada, e di Manuela Rodríguez, appartenente a una famiglia aristocratica di Oviedo, compì gli studi in utroque iure alla Sapienza di Roma. Fu ordinato sacerdote il 23 ottobre 1740 e nello stesso anno divenne cameriere segreto soprannumerario di Benedetto XIV.

Intraprese quindi una lunga carriera nella Curia romana. Fu referendario dei tribunali della Segnatura apostolica di grazia e di giustizia, relatore della Congregazione del Buon Governo, uditore civile della Camera apostolica e prelato della Fabbrica di San Pietro. Nel 1749 divenne uditore della Segnatura di Giustizia, nel 1753 secondo luogotenente civile della Camera apostolica e nel 1755 prelato della Congregazione dell'Immunità ecclesiastica. Fu quindi uditore della Rota romana, penitenziere apostolico dal 1764 e, nel 1766, segretario delle Congregazioni del Concilio e della Residenza dei vescovi.

Nominato arcivescovo titolare di Petra nel dicembre 1766, fu consacrato il 28 dicembre dello stesso anno. Divenne quindi assistente al soglio pontificio, votante della Segnatura di Grazia e, nel 1770, segretario della Congregazione per l'Esame dei vescovi.

Particolarmente significativo fu il suo rapporto con l'Inquisizione romana. Il 19 gennaio 1768 fu nominato consultore del Sant'Uffizio, assumendo formalmente l'incarico con il giuramento prestato il 27 gennaio successivo. Dopo la promozione al cardinalato entrò inoltre a far parte della Congregazione dell'Indice e, successivamente, dello stessa Congregazione del Sant'Uffizio, nella quale fu incluso il 22 febbraio 1775.

Negli anni che precedettero la soppressione della Compagnia di Gesù la sua posizione fu tutt'altro che scontata. In ambienti diplomatici spagnoli fu inizialmente ritenuto vicino ai gesuiti; nel 1773 divenne tuttavia, insieme all'ambasciatore spagnolo José Moñino, uno dei principali artefici della redazione del breve Dominus ac Redemptor, con il quale Clemente XIV soppresse la Compagnia. Il pontefice lo creò cardinale il 19 aprile 1773, assegnandogli pochi giorni dopo il titolo di San Martino ai Monti.

Zelada entrò quindi nella congregazione De rebus extinctae Societatis Jesu, istituita per dare esecuzione alla soppressione dell'ordine e amministrarne il patrimonio. Nel novembre 1773 fu inoltre nominato prefetto degli Studi del Collegio Romano. In tale veste mantenne nelle loro cattedre alcuni ex gesuiti e si oppose invece alla chiamata dei teologi Giuseppe Zola e Pietro Tamburini, esponenti di orientamento giansenista.

Svolse un ruolo significativo nel conclave del 1774-1775, favorendo la mediazione tra le diverse componenti del Sacro Collegio e contribuendo alle dinamiche che condussero all'elezione di Pio VI. Durante il pontificato braschiano rimase stabilmente inserito nei principali organismi della Curia. Dal novembre 1780 all'ottobre 1786 fu proprefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari e nel 1783 partecipò a una congregazione particolare incaricata di affrontare la controversia con Ferdinando IV di Napoli sulle nomine episcopali, nella quale rientrava anche il caso di Giovanni Andrea Serrao, sospettato a Roma di simpatie gianseniste.

Dal 17 febbraio 1783 al 25 giugno 1784 fu camerlengo del Sacro Collegio e dal settembre 1788 penitenziere maggiore.

Zelada fu anche una figura di rilievo della vita culturale romana. Bibliofilo, collezionista e cultore di numismatica, antichità e scienze naturali, riunì importanti raccolte di libri, manoscritti, dipinti, monete, reperti archeologici, cere anatomiche e strumenti scientifici. Nel 1778 pubblicò il De nummis aliquot æreis uncialibus epistola. Nel dicembre 1779 fu nominato bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Nel 1787 finanziò inoltre la costruzione della specola del Collegio Romano, affidandone la direzione a Giuseppe Calandrelli.

Il 14 ottobre 1789 Pio VI lo nominò segretario di Stato in sostituzione del cardinale Ignazio Boncompagni Ludovisi. In tale veste si trovò ad affrontare le profonde trasformazioni politiche ed ecclesiologiche determinate dalla Rivoluzione francese. Partecipò alla risposta romana alla cosiddetta crisi delle nunziature nell'area germanica e alla condanna delle posizioni episcopaliste e febroniane espresse nella punctuatio di Ems.

Nei confronti della Rivoluzione francese Zelada espresse una netta condanna dei suoi principi, accompagnandola tuttavia, soprattutto nella prima fase, con una linea politica prudente. Nel 1790, di fronte alla Costituzione civile del clero, suggerì di rinviare una presa di posizione definitiva, mentre la condanna pontificia giunse nel marzo 1791. Successivamente rifiutò di riconoscere il nuovo ambasciatore francese presso la Santa Sede e favorì, attraverso le nunziature, i rapporti con il clero francese emigrato.

Dal 1792 diresse operativamente una congregazione di Stato incaricata di fronteggiare la crisi politica ed economica e di sorvegliare la diffusione delle idee rivoluzionarie nello Stato pontificio. Dopo i tumulti romani del gennaio 1793, nei quali trovò la morte l'agente francese Nicolas-Jean Hugon de Basseville, si adoperò per ristabilire l'ordine e per rafforzare i rapporti diplomatici con le potenze antifrancesi. Nel 1795 partecipò inoltre a congregazioni straordinarie dedicate agli affari della Corsica e della Polonia.

Nel 1790 era stato nominato anche presidente dell'Università di Ferrara e nello stesso anno aveva presieduto il collegio giudicante nel processo contro Giuseppe Balsamo, noto come conte di Cagliostro.

La discesa delle armate francesi in Italia e l'occupazione delle legazioni pontificie segnarono il declino della sua influenza politica. Il 9 agosto 1796 si dimise dalla Segreteria di Stato, ufficialmente per motivi di salute, e fu sostituito dal cardinale Ignazio Busca. Si ritirò contemporaneamente dalla congregazione di Stato, pur continuando a essere consultato su importanti questioni politiche. Nel settembre 1796 si espresse, insieme alla maggioranza del Sacro Collegio, a favore della resistenza alla Francia e dell'alleanza con il Regno di Napoli.

Dopo l'occupazione francese di Roma e la proclamazione della Repubblica romana si rifugiò a Firenze, mantenendosi vicino a Pio VI. Alla morte del pontefice raggiunse Venezia e partecipò al conclave del 1799-1800 che portò all'elezione di Pio VII, facendo parte del gruppo dei cardinali cosiddetti «volanti».

Tornato a Roma, il 19 novembre 1800 entrò nella congregazione particolare incaricata di esaminare le questioni relative al Sinodo di Pistoia. Fu inoltre prefetto della Congregazione della Consulta.

Morì a Roma il 19 dicembre 1801 e fu sepolto nella chiesa di San Martino ai Monti.

Le sue vaste collezioni furono disperse tra diverse istituzioni e famiglie. Le raccolte numismatiche, antiquarie, naturalistiche e scientifiche furono destinate al Collegio Romano; la biblioteca a stampa, composta da circa seimila volumi, fu acquistata da Pio VII e finì successivamente nella Biblioteca Apostolica Vaticana. La preziosa raccolta di manoscritti, comprendente circa 1.800 codici in alfabeto latino oltre a numerosi manoscritti greci, arabi, ebraici e cinesi, era stata invece trasferita tra il 1798 e il 1799 alla Biblioteca capitolare di Toledo.

Bibliografia

  • Jeanne Bignami Odier, La Bibliothèque Vaticane de Sixte IV à Pie XI, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1973, pp. 192-219.
  • MORONI, vol. CIII (1865), pp. 460-469.
  • Marco Emanuele Omes, Zelada, Francesco Saverio de, in DBI, vol. 100 (2020).
  • Ludwig von Pastor, Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, vol. XVI/2, pp. 184-187.
  • Gérard Pelletier, Rome et la Révolution française. La théologie et la politique du Saint-Siège devant la Révolution française (1789-1799), École française de Rome, Roma 2004, p. 631.
  • Herman H. Schwedt, Jyri Hasecker, Dominik Höink e Judith Schepers (a cura di), Prosopographie von Römischer Inquisition und Indexkongregation 1701-1813, Schöningh, Paderborn 2010, vol. 2, pp. 1324-1325.
  • Pietro Stella (a cura di), Il giansenismo in Italia, II/1: Roma. La bolla “Auctorem fidei” (1794) nella storia dell'Ultramontanismo. Saggio introduttivo e documenti, Herder, Roma 1995.
  • Christoph Weber (a cura di), Die päpstlichen Referendare 1566-1809. Chronologie und Prosopographie, Hiersemann, Stuttgart 2003-2004, vol. 3, p. 989.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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