Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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La presenza di inquisitori ad Ancona è documentata sin dal XIII secolo: le prime attestazioni risalgono al 1246, quando la competenza inquisitoriale era affidata ai francescani. Dopo una lunga fase scarsamente documentata, l'attività del tribunale riprese vigore alla metà del Cinquecento, in seguito all'istituzione della Congregazione del Sant'Uffizio nel 1542. Nel 1553 risulta attestato fra Francesco Tommaso da Gaeta, domenicano e commissario dell'Inquisizione, ricordato in una cronotassi successiva, ma la cui attività non trova altri riscontri documentari certi. Negli stessi anni operarono nella Marca commissari incaricati direttamente dalla Congregazione romana, tra i quali Gaspare Dotti, governatore della Santa Casa di Loreto, e il gesuita Nicolò Bobadilla, investito di particolari facoltà inquisitoriali nel 1553.
Una delle prime e più significative iniziative repressive del Sant'Uffizio ad Ancona fu la persecuzione degli ebrei portoghesi del 1555-1556, promossa durante il pontificato di Paolo IV. I procedimenti contro i cristiani nuovi di origine iberica, accusati di apostasia per essere tornati alla pratica dell'ebraismo, furono condotti da commissari straordinari, tra i quali Giovanni Vincenzo Falangonio e Cesare della Nave, con la collaborazione del domenicano Vincenzo Cisoni da Lugo, nominato nel 1556. La repressione culminò nell'esecuzione capitale di almeno venticinque persone e provocò profonde ripercussioni nei rapporti commerciali e diplomatici tra lo Stato pontificio e il Mediterraneo orientale.
La sede inquisitoriale stabile di Ancona si consolidò negli anni sessanta del XVI secolo. Dopo una breve parentesi durante la quale l'ufficio fu affidato ai minori conventuali Matteo de Grassi e Giovan Battista de Vandis da Faenza (1565-1566), nel 1566 venne nominato inquisitore il domenicano Michele da Asti, che aveva partecipato al concilio di Trento. Da allora la sede rimase stabilmente affidata all'Ordine dei Predicatori fino alla sua definitiva soppressione. Tra gli inquisitori successivi si ricordano Nicolò de Rossi da Ancona, attivo dal 1569 al 1579 e nuovamente dal 1588 al 1598, e Eliseo Masini, autore del celebre manuale inquisitoriale Sacro Arsenale (1621).
La giurisdizione del tribunale si estendeva su un territorio assai vasto della Marca, attraverso una rete di vicariati comprendente, tra le altre località, Macerata, Jesi, Senigallia, Recanati, Osimo e Loreto. Tale organizzazione non comprendeva tuttavia l'intero territorio marchigiano: Fano e Pesaro dipendevano dall'Inquisizione di Rimini, mentre Camerino passò nel 1610 alla giurisdizione di Perugia e Fermo ottenne un proprio tribunale autonomo nel 1631. I rapporti tra gli inquisitori di Ancona, le autorità episcopali e le magistrature pontificie furono spesso caratterizzati da contrasti di competenza, soprattutto nelle materie di giurisdizione concorrente.
La particolare posizione di Ancona, principale porto dello Stato pontificio sull'Adriatico, conferì al tribunale caratteristiche peculiari. Accanto alla repressione dell'eresia e alla vigilanza sulle pratiche religiose, gli inquisitori esercitarono un'intensa attività di controllo sulla circolazione dei libri proibiti, sulle comunità ebraiche e greche e sugli stranieri provenienti dai paesi protestanti e dal Levante. Nel corso del Seicento l'attività del tribunale si estese sempre più al disciplinamento dei comportamenti religiosi e morali, alla repressione della bestemmia, della superstizione e degli abusi nell'amministrazione dei sacramenti. Per esercitare la propria giurisdizione, l'Inquisizione si avvaleva di una rete di vicari, consultori, notai, familiari e altri ufficiali, spesso reclutati tra gli esponenti delle élite locali. Il conferimento di patenti inquisitoriali e dei relativi privilegi contribuì a consolidare i rapporti tra il Sant'Uffizio e alcune importanti famiglie della nobiltà marchigiana.
L'Inquisizione di Ancona cessò temporaneamente la propria attività durante l'occupazione francese e le trasformazioni politiche dell'età napoleonica. Il tribunale fu ripristinato con la Restaurazione pontificia e continuò a operare nel corso della prima metà dell'Ottocento. L'ultimo inquisitore fu il domenicano fra Tommaso Vincenzo Airaldi, in carica dal 1850 al 1860. La fine del dominio temporale pontificio sulle Marche, in seguito all'occupazione piemontese e alla capitolazione di Ancona del 29 settembre 1860, determinò la definitiva soppressione del tribunale. Le Marche furono quindi annesse al Regno di Sardegna, prima della proclamazione del Regno d'Italia nel marzo 1861.
Una parte della documentazione superstite si conserva presso l'Archivio di Stato di Ancona, nel fondo Tribunale dell'Inquisitore generale di Ancona, comprendente atti datati prevalentemente tra il XVI e il XVIII secolo. Altre importanti testimonianze si trovano nell'Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede, in particolare nei carteggi degli inquisitori con la Congregazione romana. L'insieme di queste fonti permette di ricostruire l'evoluzione del tribunale, la sua articolazione territoriale e i rapporti tra istituzioni ecclesiastiche, poteri politici e società locale.
Vedi anche: Lista degli Inquisitori di Ancona
Fonti archivistiche
- Archivio di Stato di Ancona, Tribunale dell'Inquisitore generale di Ancona, fondo documentario (XVI-XVIII secolo). Inventario online.
- Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede, Sant'Uffizio, Stanza Storica, serie DD, Lettere dell'Inquisizione di Ancona.
Bibliografia
- Renata Segre, Nuovi documenti sui marrani d'Ancona (1555-1559), in «Michael», 9, 1985, pp. 130-233.
- Aron di Leone Leoni, Per una storia della Nazione Portoghese ad Ancona e a Pesaro, in L'identità dissimulata. Giudaizzanti iberici nell'Europa cristiana dell'età moderna, a cura di Pier Cesare Ioly Zorattini, Olschki, Firenze 2000, pp. 27-97.
- Vincenzo Lavenia, Giudici, eretici, infedeli. Per una storia dell'Inquisizione nella Marca nella prima età moderna, in «Giornale di storia», 6, 2011, pp. 1-36.
- Vincenzo Lavenia, Un porto nello Stato pontificio. Ancona e l'Inquisizione tra il Cinquecento e la Rivoluzione, in Prescritto e proscritto. Religione e società nell'Italia moderna (secc. XVI-XIX), a cura di Andrea Cicerchia, Guido Dall'Olio, Matteo Duni, Carocci, Roma 2015, pp. 85-126.
- Vincenzo Lavenia, Inquisizione e vescovi nelle Marche: qualche sondaggio, in Giustizia ecclesiastica e società nelle Marche in età moderna, a cura di Vincenzo Lavenia e Diego Pedrini, Livi, Fermo 2018, pp. 79-106.
- Giacomo Mariani, Dario Taraborrelli, Sul ritrovamento di alcuni documenti del processo dell'Inquisizione agli ebrei portoghesi di Ancona (1556), in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 103, 2023, pp. 460-470.
- Dennj Solera, I nobili servitori dell'Inquisizione. Le patenti di famigliatura di Ancona e Jesi, in La memoria condivisa. Studi, progetti e attività d'Istituto, a cura di Carlo Giacomini, «Quaderni dell'Archivio di Stato di Ancona», 3, 2024, pp. 13-28.
Voci correlate
Link
- Scheda sulla sede inquisitoriale di Ancona sul sito Symogih.org
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]