Pineda, Juan de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Juan de Pineda (Siviglia, 1557 – Siviglia, 1637) è stato un gesuita, teologo, esegeta biblico e censore dell'Inquisizione spagnola. La sua attività riveste particolare interesse in relazione alla preparazione degli Indici dei libri proibiti del Seicento e ai conflitti tra censura ecclesiastica e produzione letteraria nella Spagna degli Asburgo.

Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1572, ricevette una solida formazione teologica e umanistica, distinguendosi per la conoscenza delle lingue bibliche e della letteratura patristica. Insegnò filosofia, teologia e Sacra Scrittura nei collegi gesuitici dell'Andalusia e nel Collegio imperiale di Madrid. Ricoprì inoltre importanti incarichi di governo nella provincia gesuitica andalusa, tra cui quelli di preposito della casa professa e rettore del collegio di San Hermenegildo di Siviglia.

Acquistò notorietà internazionale come interprete della Bibbia, soprattutto grazie ai Commentariorum in Iob libri tredecim, pubblicati tra il 1598 e il 1602 e successivamente ristampati in diverse città europee. L'opera, caratterizzata da un ampio ricorso alla filologia, alla tradizione esegetica e alle testimonianze storiche, contribuì alla diffusione della cultura biblica gesuitica anche al di fuori della penisola iberica.

La sua collaborazione con il Sant'Uffizio iniziò almeno nel 1610, quando partecipò alla preparazione dell'Indice inquisitoriale promulgato nel 1612 sotto l'inquisitore generale Bernardo de Sandoval y Rojas. Nominato visitatore delle librerie nel 1615, svolse un'intensa attività di controllo della circolazione libraria. Nel 1627 ricevette dal cardinale Antonio Zapata y Cisneros l'incarico di contribuire alla compilazione di un nuovo Indice, pubblicato nel 1632. Per questo lavoro si avvalse anche della collaborazione di teologi e gesuiti operanti in altri paesi europei.

Particolarmente significativi furono i suoi interventi contro alcuni dei maggiori scrittori del Siglo de Oro. I rapporti con Luis de Góngora erano deteriorati dopo una controversia sorta durante le celebrazioni sivigliane per la beatificazione di Ignazio di Loyola nel 1610. Nel 1628 Pineda sottopose alla Suprema una censura di numerose composizioni gongorine, giudicate offensive della morale religiosa. Le sue osservazioni contribuirono alle disposizioni adottate nel 1633 per la pubblicazione delle poesie, senza tuttavia impedirne la successiva circolazione.

Nel 1626 intervenne inoltre contro la Política de Dios di Francisco de Quevedo, provocando una vivace controversia. Lo scrittore rispose con un testo polemico nel quale contestava le critiche del gesuita. Questi episodi mostrano come l'attività dei qualificatori inquisitoriali si estendesse ben oltre la letteratura strettamente religiosa, investendo la satira, la poesia e la riflessione politica.

Pineda morì a Siviglia nel 1637. La sua carriera rappresenta un esempio significativo dell'intreccio tra erudizione biblica, cultura gesuitica e censura inquisitoriale nella Spagna della prima metà del Seicento.

Opere principali

  • Commentariorum in Iob libri tredecim, 2 voll., Juan René e Clemente Hidalgo, Siviglia 1598-1602.
  • Praelectio sacra in Cantica Canticorum, Siviglia 1602.
  • Salomon praevius sive de rebus Salomonis regis libri octo, Lione 1609.
  • Commentarii in Ecclesiasten, Siviglia 1619.

Bibliografia

  • Ángel Alcalá, Góngora y Juan de Pineda: escaramuzas entre el poeta y el inquisidor, in Homenaje a Pedro Sáinz Rodríguez, vol. III, Fundación Universitaria Española, Madrid 1986, pp. 1-19.
  • María José Alonso Veloso, La respuesta de Quevedo al padre Pineda: una obra posiblemente censurada, in «Neophilologus», 103, 2019.
  • Antonio García-Moreno, Juan de Pineda y el libro de Job, in «Estudios Bíblicos», 35, 1976, pp. 23-35.
  • Estanislao Olivares D'Angelo, Juan de Pineda, S. I. (1557-1637). Biografía. Escritos. Bibliografía, in «Archivo Teológico Granadino», 51, 1988, pp. 5-133.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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