Alberghini, Giuseppe

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giuseppe Alberghini (Cento, 13 settembre 1770 - Roma, 30 settembre 1847) è stato un cardinale e uomo di Curia, assessore e poi membro della Congregazione del Sant'Uffizio.

Formatosi nel seminario di Cento, studiò diritto all'Università di Bologna, conseguendo il dottorato in utroque iure. Trasferitosi a Roma, intraprese una carriera prevalentemente giuridica e curiale. Fu avvocato concistoriale, collaboratore di uditori della Sacra Rota e dal 1820 uditore e referendario delle Segnature.

Ricoprì quindi diversi incarichi nell'amministrazione della Camera Apostolica, divenendo prima terzo e poi primo luogotenente civile dell'Uditore della Camera.

Il 15 marzo 1830 fu nominato assessore della Congregazione del Sant'Uffizio e il 17 marzo assunse formalmente l'incarico mediante giuramento. Mantenne questa importante funzione fino alla sua elevazione al cardinalato.

Gregorio XVI lo creò cardinale in pectore il 23 giugno 1834, rendendone pubblica la nomina il 6 aprile 1835. Il 24 luglio 1835 ricevette il titolo di Santa Prisca.

Il 25 gennaio 1836 fu nominato membro della Congregazione del Sant'Uffizio e il 3 febbraio giurò come cardinale inquisitore.

Fu inoltre membro delle Congregazioni di Propaganda Fide, del Buon Governo e delle Acque. Partecipò al conclave del 1846, nel quale fu eletto Pio IX.

Morì a Roma il 30 settembre 1847 e fu sepolto, secondo la sua volontà, nella chiesa del Gesù.

Bibliografia

  • Philippe Boutry, Souverain et pontife: recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l'âge de la Restauration (1814-1846), École française de Rome, Rome 2002, pp. 302-303.
  • Antonio Orsini, Cenni biografici degli illustri Centesi, Cento 1880, pp. 10-12.
  • Herman H. Schwedt, Tobias Lagatz, Prosopographie von romischer Inquisition und Indexkongregation: 1814-1917, Schöningh, Paderborn 2005, vol. I, pp. 19-21.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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