Borja, Francisco de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Francisco de Borja (Gandía, 28 ottobre 1510 – Roma, 30 settembre 1572), italianizzato in Francesco Borgia, è stato un nobile e religioso spagnolo, quarto duca di Gandía, viceré di Catalogna e terzo preposito generale della Compagnia di Gesù. Figura di primo piano della Riforma cattolica, ebbe rapporti complessi con l'Inquisizione spagnola, che nel 1559 proibì una raccolta di scritti spirituali pubblicata sotto il suo nome. Fu canonizzato nel 1671 da papa Clemente X. La sua vicenda è particolarmente significativa per comprendere le tensioni tra rinnovamento religioso, controllo dell'ortodossia e consolidamento delle istituzioni ecclesiastiche nella Spagna del Cinquecento. Appartenente a una delle più potenti famiglie della monarchia asburgica, Borja passò dal governo politico alla vita religiosa, conservando tuttavia una notevole influenza negli ambienti della corte e della Curia romana. La sua esperienza mostra come, nella Spagna di Filippo II, anche personalità di indubbio prestigio e dichiarata fedeltà alla Chiesa potessero essere coinvolte nelle controversie dottrinali e nelle iniziative censorie dell'Inquisizione.

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Cenni biografici

Dalla corte imperiale alla Compagnia di Gesù

Primogenito di Juan de Borja, terzo duca di Gandía, e di Juana de Aragón, Francisco apparteneva alla famiglia dalla quale era provenuto papa Alessandro VI ed era imparentato, per parte materna, con Ferdinando il Cattolico. Educato nell'ambiente dell'alta aristocrazia spagnola, trascorse parte della giovinezza a corte, entrando progressivamente al servizio di Carlo V e dell'imperatrice Isabella di Portogallo. Nel 1529 sposò Leonor de Castro, dalla quale ebbe otto figli, e ricevette il titolo di marchese di Llombai.

La morte dell'imperatrice Isabella nel 1539 rappresentò un momento importante della sua evoluzione spirituale. La tradizione agiografica avrebbe successivamente attribuito un significato decisivo alla contemplazione del cadavere della sovrana durante il trasferimento a Granada, facendone il momento della rinuncia interiore alle grandezze mondane. La progressiva maturazione religiosa di Borja fu tuttavia un processo più lungo e non comportò un'immediata interruzione della sua carriera politica.

Nominato luogotenente generale e viceré di Catalogna nel 1539, esercitò l'incarico fino al 1543, impegnandosi nel contenimento del banditismo, nella difesa delle coste dalle incursioni corsare e nell'amministrazione del principato. Alla morte del padre, nel 1543, assunse il titolo di duca di Gandía, dedicandosi al governo dei propri domini valenciani.

Durante gli anni catalani era entrato in contatto con alcuni dei primi gesuiti, tra i quali Pierre Favre e Antonio de Araoz. La morte della moglie, avvenuta nel 1546, rese possibile un più deciso orientamento verso la vita religiosa. Nello stesso anno maturò la scelta di entrare nella Compagnia di Gesù, inizialmente mantenuta riservata per ragioni familiari e patrimoniali. Nel 1548 pronunciò i voti e nel 1550 conseguì il dottorato in teologia. Soltanto nel 1551, sistemata la successione nel ducato, rinunciò pubblicamente ai propri titoli e intraprese la vita sacerdotale.

Il suo ingresso nella Compagnia costituì un avvenimento di particolare rilievo per il giovane ordine fondato da Ignazio di Loyola, che acquistava così un membro dotato di prestigio aristocratico, importanti relazioni politiche e notevoli risorse economiche.

Borja si era già distinto come promotore del collegio gesuitico di Gandía, fondato negli anni Quaranta e successivamente elevato al rango universitario. L'iniziativa collegava la formazione religiosa e intellettuale all'esigenza di educare una parte della popolazione dei suoi domini, compresi i sudditi di origine musulmana convertiti al cristianesimo.

Nel 1554 Ignazio gli affidò l'incarico di commissario generale della Compagnia nei territori iberici. Borja divenne uno dei principali organizzatori della presenza gesuitica in Spagna e Portogallo, promuovendo la fondazione di collegi, il rafforzamento della disciplina interna e l'attività di predicazione e direzione spirituale. Conservò nel frattempo stretti rapporti con la corte, in particolare con Giovanna d'Austria, figlia di Carlo V, della quale fu consigliere spirituale.

Spiritualità, conversos e controversie religiose

La spiritualità di Borja si formò nell'ambiente del cattolicesimo iberico della prima metà del Cinquecento, caratterizzato dalla diffusione di pratiche di orazione mentale, dalla valorizzazione della vita interiore e dalla ricerca di una più intensa esperienza religiosa personale. Tali orientamenti, che non implicavano necessariamente posizioni eterodosse, si svilupparono tuttavia in un contesto nel quale l'Inquisizione sorvegliava con crescente attenzione l'alumbradismo e le correnti spirituali sospettate di svalutare le mediazioni ecclesiastiche e le pratiche esteriori del culto.

Particolarmente importante fu il rapporto con Juan de Ávila, uno dei principali esponenti del rinnovamento religioso spagnolo. Borja ne apprezzò la predicazione e l'opera di formazione del clero, sostenendo l'avvicinamento alla Compagnia di Gesù di alcuni sacerdoti appartenenti al suo ambiente. La presenza di numerosi conversos fra i discepoli di Ávila contribuì a rendere tali rapporti particolarmente delicati, in un'epoca segnata dalla crescente diffusione degli statuti di limpieza de sangre.

Su questa questione Borja assunse posizioni favorevoli all'accoglienza nella Compagnia di religiosi di origine giudeo-conversa, entrando in contrasto con quanti ritenevano opportuno adeguarsi maggiormente alle discriminazioni praticate da importanti istituzioni ecclesiastiche spagnole. Il problema aveva assunto particolare rilievo a Toledo, dove l'arcivescovo Juan Martínez Silíceo aveva promosso l'applicazione di rigorosi criteri di purezza genealogica.

Analogamente problematici furono alcuni aspetti dell'attività del collegio di Gandía nei confronti dei moriscos. L'istruzione religiosa degli appartenenti a comunità convertite dall'islam poneva infatti la questione delle competenze rispettive dei confessori, delle autorità ecclesiastiche e dei tribunali inquisitoriali. L'impiego di facoltà di assoluzione ottenute dalla Santa Sede, senza il preventivo intervento del tribunale competente, provocò contestazioni da parte dell'inquisitore generale Fernando de Valdés. La controversia fu superata attraverso interventi di mediazione, ma rese evidente una divergenza di fondo fra la prassi pastorale dei gesuiti e le rivendicazioni giurisdizionali dell'Inquisizione spagnola.

Nel primo ambiente gesuitico di Gandía circolarono inoltre aspettative profetiche e interpretazioni della storia della Chiesa influenzate dal gioachimismo. Alcuni collaboratori di Borja, soprattutto Andrés de Oviedo, accolsero motivi relativi all'avvento di una nuova età religiosa e alla figura del papa angelico. Ignazio di Loyola intervenne per contenere tali orientamenti, ritenendoli incompatibili con le esigenze di prudenza e disciplina della Compagnia. Non risulta tuttavia che Borja abbia elaborato un autonomo sistema dottrinale eterodosso: il suo coinvolgimento in questi ambienti testimonia piuttosto la fluidità delle esperienze spirituali nei primi decenni di vita dell'ordine.

I rapporti con l'Inquisizione spagnola e l'Indice del 1559

Il momento più delicato della vita di Borja si colloca negli anni 1558-1559, quando la monarchia spagnola fu attraversata da una vasta offensiva inquisitoriale contro i nuclei protestanti individuati a Valladolid e Siviglia e contro diversi ambienti della spiritualità riformatrice cattolica.

Borja non fu estraneo a questa fase repressiva. Come altri gesuiti, partecipò alla mobilitazione religiosa contro le dottrine considerate ereticali e mantenne rapporti con gli ambienti impegnati nella difesa dell'ortodossia. La Compagnia contribuì infatti all'individuazione e alla sorveglianza di persone legate ai gruppi perseguiti, cercando contemporaneamente di accreditarsi come un'istituzione pienamente affidabile agli occhi delle autorità inquisitoriali.

Nello stesso tempo, la vicinanza di Borja a figure e orientamenti spirituali sottoposti a censura lo collocava in una posizione non priva di rischi. Particolarmente significativa fu la sua solidarietà verso il domenicano Bartolomé Carranza, arcivescovo di Toledo, il cui Catechismo christiano divenne oggetto di gravi accuse dottrinali. Borja aveva espresso un giudizio favorevole sull'opera e non rinnegò semplicemente la propria precedente valutazione quando il testo venne contestato dagli inquisitori.

La crisi raggiunse il culmine nell'agosto del 1559, quando l'Indice promulgato dall'inquisitore generale Fernando de Valdés incluse fra le opere proibite gli Obras del cristiano, pubblicati sotto il nome di Francisco de Borja. Il volume era una raccolta composita, nella quale erano confluiti scritti di diversa provenienza, solo in parte attribuibili al gesuita. Accanto a suoi testi figuravano infatti materiali riconducibili ad altri autori spirituali, tra i quali Luis de Granada, Domingo de Valtanás e Constantino Ponce de la Fuente, quest'ultimo coinvolto nella repressione del protestantesimo sivigliano.

L'episodio dimostra quanto la trasmissione editoriale degli scritti devozionali potesse determinare conseguenze indipendenti dalle intenzioni dei singoli autori. L'accostamento di testi differenti, accomunati da temi e linguaggi spirituali affini, contribuiva a costruire un'identità dottrinale che l'Inquisizione poteva considerare sospetta nel suo insieme.

La proibizione suscitò notevoli difficoltà per Borja, tanto più che la sua posizione personale era già oggetto di critiche e diffidenze in alcuni settori della corte e della Compagnia. Le tensioni interne all'ordine riflettevano orientamenti differenti circa il rapporto con l'Inquisizione: mentre Borja aveva mantenuto contatti con ambienti religiosi esposti al sospetto, altri gesuiti ritenevano prioritario evitare qualsiasi conflitto con il tribunale e prendere le distanze dalle forme di spiritualità più controverse.

La situazione indusse Borja a trasferirsi in Portogallo, dove trovò protezione presso il cardinale infante Enrico. Il trasferimento fu interpretato da alcuni contemporanei come una fuga dalle possibili conseguenze dell'inchiesta inquisitoriale, sebbene non debba essere confuso con una condanna personale per eresia.

Nel 1561 Borja fu richiamato a Roma, dove il suo prestigio continuò a crescere. La vicenda del 1559 non impedì dunque la prosecuzione della sua carriera ecclesiastica, ma lasciò emergere i limiti entro i quali potevano esercitarsi le diverse forme di rinnovamento spirituale nella Spagna di Filippo II.

Il caso Borja è particolarmente significativo perché mostra la compresenza, nella prima Compagnia di Gesù, di atteggiamenti talvolta difficilmente conciliabili: da un lato l'impegno nella difesa dell'ortodossia e la collaborazione con gli inquisitori, dall'altro la protezione di ambienti spirituali sottoposti a sospetto e la rivendicazione di spazi di autonomia pastorale. Le tensioni non riguardavano soltanto le dottrine, ma investivano anche il rapporto fra giurisdizione inquisitoriale, autorità pontificia e governo interno degli ordini religiosi.

Il generalato e gli ultimi anni

Dopo il trasferimento a Roma, Borja fu progressivamente coinvolto nelle maggiori responsabilità di governo della Compagnia. Alla morte di Diego Laínez, nel 1565, venne eletto terzo preposito generale dell'ordine.

Il suo generalato, protrattosi fino al 1572, rappresentò una fase importante di consolidamento istituzionale. Borja promosse una più precisa regolamentazione della vita religiosa, rafforzò la formazione dei novizi, incoraggiò una maggiore attenzione alla preghiera e alla disciplina personale e intervenne sull'organizzazione dei collegi. Nel 1569 furono elaborate disposizioni relative all'ordinamento degli studi, che costituirono un precedente della successiva Ratio studiorum.

La Compagnia conobbe durante il suo governo un'ulteriore espansione in Europa e nei territori extraeuropei. Particolarmente significativa fu l'estensione dell'attività missionaria all'America spagnola, con l'avvio delle missioni in Florida e Perù e i preparativi per l'insediamento in Nuova Spagna. L'organizzazione di queste iniziative confermava il crescente intreccio fra apostolato gesuitico, espansione delle monarchie iberiche e politica religiosa della Santa Sede.

Il generalato si svolse prevalentemente durante il pontificato di Pio V, con il quale Borja mantenne rapporti di collaborazione. Nel 1571 il papa gli affidò il compito di accompagnare il cardinale Michele Bonelli, detto Alessandrino, in una missione diplomatica presso le corti iberiche, nel quadro delle iniziative pontificie volte a consolidare la mobilitazione dei principi cattolici contro l'Impero ottomano.

Il ritorno in Spagna, dopo gli eventi inquisitoriali del 1559, segnò anche il superamento politico delle precedenti difficoltà, senza cancellare il significato delle controversie che lo avevano coinvolto.

Provato dalle fatiche del viaggio e dalle precarie condizioni di salute, Borja rientrò a Roma nel settembre 1572 e vi morì il giorno 30 dello stesso mese.

Beatificato da Urbano VIII nel 1624, fu canonizzato da Clemente X nel 1671. La sua memoria venne progressivamente rielaborata dalla storiografia gesuitica e dalla letteratura agiografica, che privilegiarono l'immagine del grande aristocratico capace di rinunciare al potere e alle ricchezze per dedicarsi interamente alla vita religiosa.

La ricostruzione storica della sua vicenda permette tuttavia di cogliere una personalità più complessa, profondamente inserita nei conflitti politici e religiosi del proprio tempo. L'esperienza inquisitoriale, i rapporti con gli ambienti del rinnovamento spirituale spagnolo e le responsabilità di governo della Compagnia costituiscono aspetti strettamente collegati della sua attività, non riducibili alla successiva rappresentazione agiografica.

Opere e fonti

  • Francisco de Borja, Seis tratados muy devotos y útiles para cualquier fiel cristiano, Joan de Mey, Valencia 1548.
  • Francisco de Borja, Tratado espiritual de la oración y de los impedimentos della, y de las maneras que en ella se ha de entrar, 1557.
  • Francisco de Borja, Tratados espirituales, a cura di Cándido de Dalmases, Juan Flors, Barcelona 1964.
  • Sanctus Franciscus Borgia, quartus Gandiae dux et Societatis Jesu praepositus generalis tertius, voll. I-V, in Monumenta Historica Societatis Iesu, Madrid 1894-1911.

Bibliografia

  • Cándido de Dalmases, Francisco de Borja y la Inquisición española (1559-1561), in «Archivum Historicum Societatis Iesu», 41, 1972, pp. 48-135.
  • Cándido de Dalmases, El padre Francisco de Borja, Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 2002.
  • Enrique García Hernán, Francisco de Borja, grande de España, Institució Alfons el Magnànim, Valencia 1999.
  • Santiago La Parra López, Francisco de Borja, entre Francisco de Asís e Ignacio de Loyola, in «Sharq al-Andalus», 23, 2019-2021, pp. 145-173.
  • Doris Moreno, Francisco de Borja y la Inquisición, in Francesc de Borja (1510-1572), home del Renaixement, sant del Barroc. Actes del Simposi Internacional, a cura di Santiago La Parra López e Maria Toldrà, CEIC Alfons el Vell – Institut Internacional d'Estudis Borgians – Acción Cultural Española, Gandia 2012, pp. 351-376.
  • Doris Moreno, Los jesuitas, la Inquisición y la frontera espiritual de 1559, in «Bulletin of Spanish Studies», 92/5, 2015, pp. 655-675.
  • John W. O'Malley, The First Jesuits, Harvard University Press, Cambridge (MA) 1993.
  • Stefania Pastore, Francisco de Borja, santo, in DSI, vol. II, pp. 622-624.
  • Henar Pizarro Llorente, De duque de Gandía a santo: la transformación de san Francisco de Borja a través de sus biografías, in «Chronica Nova», 43, 2017, pp. 53-84.
  • Francisco Pons Fuster, El mecenazgo cultural de los Borja de Gandía: erasmismo e iluminismo, in «Estudis», 21, 1995, pp. 23-44.

Collegamenti esterni

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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