Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Francesco Stancaro (Mantova, 1501 – Stopnica, Polonia, 12 novembre 1574) è stato un ebraista, teologo ed esule religioso italiano. Perseguitato per la sua adesione alla Riforma, partecipò alla diffusione del protestantesimo nell’Europa centro-orientale, entrando successivamente in conflitto con i rappresentanti delle Chiese luterane e riformate. La sua dottrina della mediazione di Cristo suscitò una vasta controversia e contribuì ad alimentare il dibattito antitrinitario, pur muovendo dall’intenzione di difendere la piena divinità del Figlio.

Formazione e adesione alle nuove idee religiose in Italia
Ordinato sacerdote nel 1526, si dedicò agli studi umanistici e soprattutto all’ebraico, del quale pubblicò un primo trattato grammaticale intorno al 1530. La conoscenza della lingua biblica divenne il fondamento della sua attività didattica e della riflessione religiosa: l’esame delle Scritture nei testi originali offriva strumenti per discutere le interpretazioni ricevute e ripensare la dottrina cristiana.
Tra il 1539 e il 1542 insegnò nell’Accademia di Spilimbergo, promossa da Bernardino Partenio sotto la protezione del nobile Adriano di Spilimbergo. L’istituzione attribuiva particolare rilievo allo studio delle lingue e disponeva di un ambiente favorevole alla discussione religiosa. Stancaro vi affiancò all’insegnamento dell’ebraico la diffusione delle idee riformate, intrecciando l’attività di maestro con quella di propagandista.
A questi anni risalgono anche lavori nei quali l’interesse linguistico si estendeva alla tradizione ebraica postbiblica. Le traduzioni di testi sulle vicende del popolo ebraico avevano una destinazione didattica, ma potevano assumere anche un significato religioso attuale: la riflessione sulla punizione dell’incredulità e sulla protezione divina dei perseguitati offriva argomenti per interpretare i conflitti che attraversavano il cristianesimo contemporaneo.
L’adesione alle nuove dottrine lo espose alla repressione: arrestato a Venezia nel 1542, rimase incarcerato per circa un anno e concluse il processo con un’abiura. La sottomissione non determinò un abbandono delle sue convinzioni. Nel 1544 lasciò definitivamente l’Italia, avviando un lungo itinerario di esilio.
L’esilio e il progetto di riforma
Ottenne un insegnamento di ebraico a Vienna, ma dovette abbandonarlo a causa delle sue posizioni religiose. Passò quindi per Ratisbona e Augusta, entrando in rapporto con Bernardino Ochino. Nel 1547 raggiunse Basilea, dove frequentò anche Celio Secondo Curione e pubblicò opere grammaticali, esegetiche e teologiche. La competenza linguistica gli consentiva di procurarsi impieghi e protezioni, mentre le controversie suscitate dalla sua attività rendevano instabile la permanenza nei luoghi di accoglienza.
A Basilea apparve nel 1547 l’Opera nuova della riformatione, sì della dottrina christiana, come della vera intelligentia de i sacramenti, rivolta alle autorità veneziane. Il trattato proponeva un riordinamento della vita religiosa attraverso l’istruzione del popolo, la corretta comprensione dei sacramenti e il ritorno alle Scritture. L’esposizione dei principi cristiani si accompagnava alla discussione delle pratiche del culto e alla confutazione degli errori. Dall’esilio Stancaro continuava dunque a guardare alla Repubblica come a un possibile terreno di riforma, affidando alle magistrature civili un ruolo decisivo nella sua attuazione.
L’ebraistica aveva in questo progetto una funzione teologica e polemica. Stancaro attinse al De arcanis catholicae veritatis di Pietro Galatino, del quale curò la ristampa basilese del 1550. Utilizzò le tradizioni ebraiche per sostenere la verità del cristianesimo e contestarne le interpretazioni concorrenti, conservando gli schemi della controversistica antigiudaica. La valorizzazione degli antichi maestri ebrei conviveva così con la condanna del mancato riconoscimento di Cristo da parte del giudaismo.
Alla medesima impostazione apparteneva la critica delle aspettative di un regno messianico terreno attribuite agli anabattisti. Già nel 1546 aveva pubblicato uno scritto contro la dottrina dei due messia, impiegando materiali ricavati da Galatino per sostenere il carattere spirituale del regno di Cristo. L’accostamento polemico tra ebrei e anabattisti gli consentiva di combattere concezioni della riforma che riteneva incompatibili con il messaggio evangelico.
Tra Polonia, Prussia e Transilvania
Nel 1549 giunse a Cracovia, dove insegnò ebraico. Anche in questa sede l’attività accademica si accompagnò alla propaganda religiosa, suscitando contestazioni e l’intervento delle autorità ecclesiastiche. Imprigionato nel 1550 nel castello vescovile di Lipowiec, riuscì a fuggire grazie all’aiuto di sostenitori e trovò protezione presso esponenti della nobiltà favorevoli alla Riforma. Partecipò quindi all’organizzazione del culto protestante a Pińczów, nei possedimenti di Mikołaj Oleśnicki.
Passò a Königsberg e a Francoforte sull’Oder, intervenendo nella controversia suscitata da Andreas Osiander sulla giustificazione. Il dissenso si concentrò progressivamente sul rapporto tra le nature di Cristo e la sua funzione salvifica, conducendolo allo scontro anche con Melantone. Nel 1552 pubblicò i Canones reformationis Ecclesiarum Polonicarum, un programma di riorganizzazione ecclesiastica destinato all’ambiente polacco, del quale uscì l’anno successivo una versione polacca ampliata. Stancaro cercava così di tradurre la propria riflessione in un ordinamento concreto delle comunità.
Negli anni successivi fu attivo anche in Transilvania, dove godette della protezione di Péter Petrovics, presso il quale svolse attività di insegnante e medico. Le dispute sulla mediazione di Cristo provocarono tuttavia nuove condanne e allontanamenti. La ricerca di protettori politici rimase una componente essenziale della sua azione: il sostegno nobiliare gli permetteva di proseguire l’insegnamento e la pubblicazione degli scritti anche quando le autorità ecclesiastiche protestanti gli erano ostili.
Rientrato in Polonia nel 1559, si scontrò con i dirigenti riformati, tra i quali Jan Łaski e Francesco Lismanini. Le controversie coinvolsero i sinodi e sollecitarono l’intervento dei teologi svizzeri. Le ripetute condanne non lo privarono completamente di seguaci e protettori, consentendogli di mantenere un proprio nucleo di sostenitori.
Negli ultimi anni si stabilì a Stopnica. Continuò a pubblicare scritti polemici e confessionali: nel 1567 intervenne ancora contro gli antitrinitari e nel 1570 espose in una Summa confessionis fidei le convinzioni condivise con alcuni discepoli. Morì il 12 novembre 1574.
La controversia sulla mediazione di Cristo
Il nucleo della controversia stancariana riguardava la natura secondo la quale Cristo esercitava la mediazione fra Dio e gli uomini. Stancaro attribuiva tale ufficio alla sola umanità di Cristo, pur riconoscendone entrambe le nature. Riteneva infatti che una mediazione esercitata secondo la divinità introducesse una subordinazione del Figlio al Padre, compromettendone l’uguaglianza. La distinzione intendeva quindi proteggere l’integrità della dottrina trinitaria.
Questa formulazione incontrò l’opposizione di Melantone, Calvino, Bullinger e Pietro Martire Vermigli. Per i suoi avversari, l’opera salvifica doveva essere riferita alla persona di Cristo nell’unità delle due nature: limitare la mediazione alla sola umanità rischiava di separare ciò che nell’incarnazione era inseparabilmente congiunto. Stancaro, invece, ravvisava nelle loro tesi il pericolo dell’arianesimo. Il confronto investiva così sia la cristologia sia il modo di intendere i rapporti interni alla Trinità.
Le accuse reciproche contribuirono all’inasprimento della disputa. Stancaro fu accusato, fra l’altro, di nestorianesimo, mentre rivendicava la conformità delle proprie convinzioni alla tradizione cristiana. La polemica assunse anche una dimensione ecclesiastica: stabilire la corretta dottrina del mediatore significava decidere quali insegnamenti potessero essere accolti nelle comunità e quali dovessero esserne esclusi.
La posizione di Stancaro non coincideva con una negazione della divinità di Cristo. Tuttavia, le dispute da lui promosse contribuirono a rimettere in discussione le formulazioni trinitarie negli ambienti della Riforma polacca, con esiti che oltrepassavano le sue intenzioni. Il suo percorso attraversò pertanto una doppia esperienza di dissenso: dalla rottura con la Chiesa romana al conflitto con le autorità delle comunità protestanti, entro le quali rivendicò la legittimità della propria interpretazione. La tenacia con cui difese le sue tesi si accompagnò, a sua volta, alla condanna delle dottrine degli avversari, mostrando quanto la contestazione delle ortodossie esistenti potesse convivere con la volontà di definirne una nuova.
Bibliografia
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- Stephen Edmondson, Calvin’s Christology, Cambridge University Press, Cambridge 2004, in particolare il capitolo Christ as Mediator.
- Dorota Gregorowicz, Stancaro, Francesco, in DBI, vol. 94 (2019).
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Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]