Filippo I, detto il Bello, re di Castiglia

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Filippo I d’Asburgo, detto il Bello (Bruges, 1478 – Burgos, 25 settembre 1506), arciduca d’Austria, sovrano dei Paesi Bassi borgognoni e re di Castiglia nel 1506, fu marito di Giovanna I di Castiglia e padre di Carlo V. La sua breve esperienza castigliana aprì una crisi nella direzione dell’Inquisizione spagnola, intrecciando le contestazioni dell’attività dei tribunali alla lotta per la successione di Isabella la Cattolica.

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Successione e alleanze castigliane

Figlio di Massimiliano I d’Asburgo e Maria di Borgogna, ereditò i domini borgognoni dalla madre nel 1482 e ne assunse il governo personale nel 1494. Sposò Giovanna nel 1496. La morte dell’infante Giovanni nel 1497, della sorella Isabella nel 1498 e del figlio di quest’ultima, Michele della Pace, nel 1500 rese la moglie erede della monarchia ispanica. Alla morte di Isabella la Cattolica, nel novembre 1504, la titolarità della Corona castigliana passò a Giovanna, mentre Filippo e Ferdinando si contesero l’esercizio del governo, facendo della presunta incapacità della regina una questione politica.

Filippo costruì un’alleanza con una parte consistente dell’alta nobiltà castigliana, interessata alla redistribuzione degli uffici e delle risorse della Corona. Fra i suoi sostenitori figuravano il duca di Nájera, il marchese di Villena e il conte di Benavente. Un ruolo significativo ebbe Juan Manuel, già ambasciatore dei Re Cattolici, passato al servizio dell’arciduca. Il sostegno aristocratico si consolidò dopo l’arrivo di Filippo e Giovanna nella primavera del 1506, mentre il duca d’Alba rimase fedele a Ferdinando. La concordia di Villafáfila del 27 giugno sancì il ritiro di Ferdinando dal governo castigliano; le Cortes riconobbero Filippo come re insieme a Giovanna, pur rifiutando di dichiarare l’incapacità della sovrana. Giovanna rimase tuttavia ai margini dell’esercizio del potere.

Il conflitto inquisitoriale

La direzione inquisitoriale di Diego de Deza, legato a Ferdinando, era contestata soprattutto per l’operato del tribunale di Córdoba. Le indagini di Diego Rodríguez Lucero colpivano famiglie inserite nelle élites municipali ed ecclesiastiche, estendendosi all’ambiente e ai familiari di Hernando de Talavera. Le denunce di testimonianze estorte e accuse costruite coinvolgevano la credibilità dell’intera istituzione.

Il coinvolgimento di Talavera, arcivescovo di Granada e già confessore di Isabella, conferiva alla crisi una particolare gravità. La dignità episcopale del prelato rendeva necessario l’intervento pontificio per procedere contro di lui. La denuncia degli abusi investiva dunque anche i rapporti fra giurisdizione inquisitoriale, autorità dei vescovi e prerogative della Santa Sede.

La persecuzione dei conversos investiva inoltre reti professionali dalle quali dipendevano la fiscalità regia e le amministrazioni signorili. La corrispondenza del conte di Tendilla mostra quanto l’arresto o la fuga di scrivani e operatori finanziari potesse compromettere il funzionamento del governo territoriale. La protesta contro gli inquisitori raccoglieva così interessi e motivazioni differenti: la difesa degli accusati, la tutela delle clientele e la resistenza alla penetrazione del potere inquisitoriale. Queste convergenze restavano attraversate dalle divisioni fra i sostenitori di Filippo e quelli di Ferdinando.

Già il 30 settembre 1505, dai Paesi Bassi, Filippo ordinò la sospensione dell’inquisitore generale, del Consiglio e dei procedimenti in attesa del proprio arrivo, dichiarando contemporaneamente di voler sostenere l’istituzione. Nel 1506 affidò un ruolo centrale a Diego Ramírez de Guzmán, vescovo di Catania, e intervenne nella nomina di giudici e ufficiali. Il 4 settembre procedette anche a nuove nomine di giudici e ricevitori dei beni confiscati: il controllo del tribunale comportava la gestione delle sue risorse. Le trattative con Giulio II riguardavano le facoltà necessarie per governare l’Inquisizione e riesaminare i processi contestati. Il papa prevedeva che Ramírez affiancasse Deza; il ritiro di quest’ultimo lasciò invece al vescovo di Catania la direzione di fatto, mentre la sua definitiva investitura pontificia come inquisitore generale rimase incompiuta.

Le promesse ai conversos e il loro sostegno finanziario alimentarono aspettative di revisione dei processi e restituzione dei beni. Il carteggio dell’ambasciatore fernandino Luis Ferrer, da leggere tenendo presente la sua appartenenza politica, segnala però lo scarto fra tali aspettative e i risultati ottenuti.

La morte di Filippo interruppe il riassetto. La crisi proseguì fino alla successione di Francisco Jiménez de Cisneros a Deza nel 1507 e al riesame dei procedimenti di Lucero nel 1508. L’iniziativa di Filippo evidenzia la centralità politica dell’Inquisizione nella transizione dinastica: modificarne uomini e indirizzi significava intervenire sugli equilibri delle élites e sulla distribuzione del potere nella monarchia. La possibilità di correggere la repressione rimaneva legata alla stabilità della coalizione che sosteneva il nuovo sovrano.

Bibliografia

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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