Giovanna I, regina di Castiglia, detta la Pazza

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giovanna I di Castiglia, conosciuta come Giovanna la Pazza (Toledo, 6 novembre 1479 – Tordesillas, 12 aprile 1555), fu regina di Castiglia dal 1504 al 1555 e d’Aragona dal 1516 al 1555. Figlia di Isabella la Cattolica e Ferdinando il Cattolico, sposò Filippo il Bello nel 1496 e fu madre di Carlo V. La sua vicenda interessa la storia dell’Inquisizione spagnola e del disciplinamento religioso per il rapporto fra legittimità dinastica, esclusione dal governo e controllo della religiosità della sovrana.

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Legittimità regia ed esclusione dal governo

La successione a Isabella, morta nel 1504, aprì una contesa fra Filippo e Ferdinando nella quale la presunta incapacità di Giovanna assunse un ruolo decisivo. Nel 1506 le Cortes castigliane rifiutarono di sancirla, ma il riconoscimento della regina non le garantì l’esercizio del governo. La sua firma e la possibilità di ottenere o impedire disposizioni emanate in suo nome divennero strumenti della competizione fra i gruppi di potere.

Dopo la morte di Filippo, nel settembre 1506, Giovanna tentò di recuperare margini di autorità: revocò concessioni del marito e dispose il rinnovamento del Consiglio regio. Le sue resistenze alla delega del governo vanno considerate insieme a queste iniziative e alle difficoltà nell’assumere decisioni. La corrispondenza degli ambasciatori restituisce una sovrana contesa fra le fazioni, capace tuttavia di opporsi a chi intendeva governare attraverso di lei. Accanto ai sostenitori del ritorno di Ferdinando e a quelli di Massimiliano d’Asburgo, esisteva un gruppo interessato a tutelare direttamente la sua autorità. Il richiamo alla continuità con Isabella sosteneva il tentativo di difendere il patrimonio e le prerogative della Corona.

Il ritorno di Ferdinando nel 1507 riportò il governo nelle mani del padre. Nel 1509 egli fece trasferire Giovanna a Tordesillas, dove rimase fino alla morte. Alla morte di Ferdinando, nel 1516, la regina ereditò anche la Corona d’Aragona; Carlo si proclamò re insieme alla madre e mantenne la sua reclusione. Nel 1520 i comuneros cercarono nell’autorità di Giovanna una legittimazione della rivolta; la mancata sottoscrizione dei loro atti mostrò ancora una volta quanto il riconoscimento della sovranità dipendesse dalla possibilità di tradurlo in un atto di governo.

Inquisizione e religiosità

Giovanna fu coinvolta, almeno sul piano della titolarità regia, nei tentativi di riassetto dell’Inquisizione durante la crisi successoria. La disposizione del settembre 1505 che sospendeva l’attività inquisitoriale in attesa dell’arrivo dei nuovi sovrani fu emanata in nome suo e di Filippo. Il provvedimento si inseriva nello scontro con Ferdinando e con l’inquisitore generale Diego de Deza, aggravato dalle contestazioni dei processi di Córdoba. L’attribuzione formale dell’atto richiede cautela nel ricostruire una personale politica inquisitoriale della regina.

Dopo la morte del marito le aspettative dei conversos continuarono a intrecciarsi alle lotte fra le fazioni. La ripresa del controllo inquisitoriale passò attraverso Francisco Jiménez de Cisneros, divenuto inquisitore generale di Castiglia nel 1507. La permanenza di Giovanna sul trono non comportò quindi una sua direzione autonoma dell’istituzione.

Anche la sua religiosità è documentata attraverso testimonianze interessate al governo della casa e alla conformità dei comportamenti di una principessa cristiana. Nel 1498 Tomás de Matienzo riferì ai Re Cattolici le sue resistenze alla confessione, ma successivamente ne lodò l’osservanza. Libri e immagini devozionali conservati dalla sovrana, comprese opere di Hernando de Talavera, attestano la continuità con la formazione religiosa ricevuta alla corte materna.

A Tordesillas l’assistenza spirituale fu strettamente connessa alla sorveglianza della persona e al controllo dei suoi contatti. Le lettere del marchese di Denia registrano i tentativi di indurla ad assistere alla messa; nel 1518 venne predisposto un altare nel corridoio vicino alla sua camera. L’accesso dei confessori dipendeva anche dai custodi della casa: nel 1523 fu allontanato il francescano che la assisteva. Negli ultimi anni intervenne Francisco de Borja, che nel 1554 cercò di persuaderla a riprendere la confessione e la pratica sacramentale. Queste testimonianze appartengono alla disciplina religiosa esercitata sulla sovrana; non documentano un suo processo davanti al Santo Uffizio.

La storiografia ha proposto letture diverse di tali comportamenti. Bethany Aram ha valorizzato la dimensione devozionale e dinastica; Gillian B. Fleming ha insistito sulle conseguenze della prigionia e sul significato politico della resistenza ai riti penitenziali. L’ipotesi di una dissidenza religiosa, rilanciata nell’Ottocento da Gustav Adolf Bergenroth, richiede un confronto con gli oggetti di culto, i libri posseduti e le circostanze di produzione delle testimonianze. Mancano elementi sufficienti per attribuire a Giovanna un’adesione al luteranesimo o agli alumbrados. La sua vicenda mostra piuttosto quanto il giudizio sull’osservanza religiosa potesse intrecciarsi alla definizione della capacità di una donna a esercitare la sovranità.

Bibliografia

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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