Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Carlo Agostino Fabroni (Pistoia, 28 agosto 1651 – Roma, 19 settembre 1727) è stato un cardinale, tra i principali artefici della politica antigiansenista della Santa Sede durante il pontificato di [[Clemente XI]]. Fu uno dei più autorevoli esponenti del gruppo degli «zelanti» e contribuì in maniera decisiva alla preparazione della bolla Unigenitus Dei Filius del 1713.
Formazione e carriera curiale
Nato da Nicola Fabroni e Lucilla Sozzifanti, appartenenti alla piccola nobiltà pistoiese, compì i primi studi presso gli oratoriani della sua città. Nel 1668 si trasferì a Roma ed entrò nel Collegio Romano dei gesuiti, dove studiò teologia e storia ecclesiastica. Concluse tuttavia la propria formazione a Pisa, conseguendo nel 1675 la laurea in teologia e diritto canonico.
Rientrato a Roma, divenne precettore nel palazzo del cardinale Felice Rospigliosi e frequentò gli ambienti culturali e curiali legati alla famiglia del pontefice Clemente IX. In questi anni strinse una duratura amicizia con Giovanni Francesco Albani, il futuro papa Clemente XI. Si fece inoltre apprezzare come giurista, collaborando con l’arcivescovo di Napoli Giacomo Cantelmo nelle controversie che opponevano la giurisdizione ecclesiastica alle autorità civili del Regno.
Durante il pontificato di Innocenzo XII fu nominato segretario dei Memoriali e, nel 1695, segretario della Congregazione di Propaganda Fide. Entrò successivamente nella Penitenzieria apostolica e nel 1701 divenne qualificatore del Sant'Uffizio. Clemente XI lo creò cardinale nel concistoro del 17 maggio 1706, assegnandogli il titolo di Sant’Agostino. Partecipò ai lavori di numerosi organismi curiali e fu infine prefetto della Congregazione dell'Indice.
La lotta contro il giansenismo
Legato agli ambienti gesuitici e sostenitore delle posizioni moliniste sulla grazia, Fabroni considerava il giansenismo una minaccia tanto per l’ortodossia dottrinale quanto per l’autorità della Santa Sede. La sua azione era fondata su una concezione fortemente centralistica della Chiesa e sulla difesa delle prerogative del pontefice contro le rivendicazioni episcopali e gallicane.
Come segretario di Propaganda Fide svolse un ruolo centrale nel procedimento contro Petrus Codde, vicario apostolico d’Olanda sospettato di simpatie gianseniste. Fabroni promosse la riapertura del caso, partecipò alla commissione incaricata dell’esame e condusse personalmente gli interrogatori del prelato. La vicenda si concluse con la deposizione di Codde nel 1702 e con la successiva condanna dei suoi scritti. La linea intransigente adottata da Roma contribuì tuttavia ad aggravare il conflitto con una parte del clero olandese e favorì la formazione della Chiesa vetero-cattolica di Utrecht.
Fabroni intervenne anche nella controversia intorno a Fénelon, cercando inizialmente di evitare una condanna troppo severa dell’Explication des maximes des saints. Pur vicino all’arcivescovo di Cambrai nella comune opposizione al giansenismo, se ne distanziò sulla questione dei rapporti tra autorità pontificia ed episcopato, giudicando insufficientemente netta la difesa féneloniana dell’infallibilità papale.
Fu il principale collaboratore di Clemente XI nell’elaborazione della costituzione Vineam Domini del 1705, che impose un’adesione esplicita e incondizionata al formulario antigiansenista. Negli anni successivi diresse l’esame delle Réflexions morales di Pasquier Quesnel. Tra il 1712 e il 1713 presiedette, insieme con il cardinale Tommaso Maria Ferrari, le riunioni dei teologi incaricati di vagliare le proposizioni estratte dall’opera. Sostenne le formulazioni più severe e fu il principale estensore della bolla Unigenitus Dei Filius, promulgata il 10 settembre 1713, con la quale furono condannate centouno proposizioni quesnelliane.
La bolla provocò una vasta opposizione in Francia da parte dei giansenisti, di settori della Sorbona e di alcuni vescovi guidati dal cardinale Louis-Antoine de Noailles. Fabroni respinse ripetutamente ogni soluzione di compromesso e partecipò anche alla redazione della Pastoralis officii del 1718, che colpiva con la scomunica quanti si erano appellati dalla Unigenitus a un concilio generale.
Gli ultimi anni e la Biblioteca Fabroniana
Dopo la morte di Clemente XI, Fabroni continuò a guidare il gruppo degli zelanti nei conclavi del 1721 e del 1724, opponendosi ai candidati ritenuti troppo disponibili verso le richieste delle potenze cattoliche o favorevoli a una revisione della politica antigiansenista. I suoi rapporti con Benedetto XIII si deteriorarono definitivamente nel 1725, quando contrastò la nomina cardinalizia di Niccolò Coscia.
Negli ultimi anni soggiornò frequentemente a Pistoia. Nel 1726 destinò alla città la propria raccolta libraria, composta da diverse migliaia di volumi e da un importante fondo manoscritto relativo alle controversie gianseniste. Da questa donazione ebbe origine la Biblioteca Fabroniana, aperta al pubblico nel 1730. Morì a Roma nel 1727 e fu sepolto nella basilica di Sant’Agostino.
Bibliografia
- Giuseppe Beani, Il cardinale Carlo Agostino Fabroni pistoiese. Notizie storiche, Giachetti, Prato 1916.
- Lucien Ceyssens, Autour de l’Unigenitus. Le cardinal Charles-Augustin Fabroni (1651-1727), in “Bulletin de l’Institut historique belge de Rome”, 52, 1982, pp. 31-82.
- Lucien Ceyssens, A. G. Tans, L’Unigenitus à Rome (1712-1713). Les jugements théologiques sur les 155 propositions de Quesnel dénoncées au Saint-Office, in “Lias”, 8, 1981, pp. 1-77.
- Luigi Mezzadri, Fra giansenisti e antigiansenisti. Vincent Depaul e la Congregazione della Missione (1624-1737), Olschki, Firenze 1977.
- Pietro Messina, Fabroni, Carlo Agostino, in DBI, vol. 44 (1994).
- Hubert Wolf, Herman H. Schwedt, Jyri Hasecker, Dominik Höink, Judith Schepers, Prosopographie von Römischer Inquisition und Indexkongregation 1701-1813, Schöningh, Paderborn 2010, vol. I, pp. 461-466.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]