Alessandro VII, papa

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi (Siena, 13 febbraio 1599 – Roma, 22 maggio 1667), fu papa dal 7 aprile 1655 alla morte. Inquisitore a Malta e successivamente membro del Sant’Uffizio romano, contribuì alla condanna del giansenismo già prima dell’elezione pontificia. Durante il suo pontificato promosse il riordinamento dell’Indice dei libri proibiti e intervenne nelle controversie teologiche, morali e missionarie, affermando l’autorità romana nella definizione dell’ortodossia e nella disciplina del confronto religioso.

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Formazione e attività inquisitoriale

Di famiglia patrizia senese, coltivò interessi letterari ed eruditi accanto agli studi giuridici. Trasferitosi a Roma nel 1626, entrò nell’amministrazione pontificia e fu quindi vicelegato a Ferrara presso il cardinale Giulio Sacchetti.

Tra il 1634 e il 1639 esercitò a Malta le funzioni di inquisitore e delegato apostolico, dopo aver prestato il giuramento per l’incarico inquisitoriale il 27 giugno 1634. La posizione comportava responsabilità giudiziarie e diplomatiche, in un contesto caratterizzato dalla presenza dell’Ordine di San Giovanni e dalla convivenza di persone di diversa provenienza e appartenenza religiosa.

L’attività maltese di Chigi si distinse per una valutazione prudente delle denunce. I dati raccolti dagli studi sul suo mandato indicano 399 casi e 919 accuse: nel 69% dei casi non fu avviata un’azione giudiziaria. Guardava con scetticismo a molte imputazioni di stregoneria e distingueva le bestemmie occasionali, dettate dall’ira, dalle espressioni di dissenso religioso. Consultava teologi e giuristi e teneva conto delle condizioni personali degli imputati nella determinazione delle pene.

La cautela non escludeva la fermezza nell’esercizio della giurisdizione. Chigi difese le proprie sentenze dalle pressioni esterne e si preoccupò che le condanne fossero effettivamente eseguite. Rivendicò inoltre il valore della conoscenza diretta della società maltese nei rapporti con il Sant’Uffizio romano, del quale lamentava talvolta la lentezza e la genericità delle risposte.

Si interessò anche all’assistenza religiosa dei convertiti e alla preparazione dei missionari. Nel 1637 sostenne l’istituzione di una scuola di arabo, individuando nelle competenze linguistiche dei maltesi una risorsa per l’evangelizzazione. Il legame con l’isola proseguì durante il pontificato: nel 1657 raddoppiò lo stipendio dell’inquisitore locale.

Carriera curiale ed elezione pontificia

Nunzio a Colonia dal 1639, Chigi partecipò alla diffusione della condanna dell’Augustinus di Giansenio, avvicinandosi agli ambienti antigiansenisti e consolidando i rapporti con Francesco Albizzi, assessore del Sant’Uffizio. Significativa fu anche l’influenza dei gesuiti, tra i quali il suo consigliere spirituale François Van der Veken.

Inviato ai negoziati di Münster, difese gli interessi ecclesiastici contro le concessioni confessionali poi sancite dalla pace di Vestfalia. La sua esperienza diplomatica mise in luce le difficoltà della Santa Sede nell’accettare un assetto europeo fondato sul riconoscimento della divisione religiosa.

Divenuto segretario di Stato di Innocenzo X nel 1651, fu creato cardinale il 19 febbraio 1652 e il 18 marzo successivo prestò giuramento come membro della Congregazione del Sant’Uffizio. Collaborò con Albizzi alla preparazione della bolla Cum occasione del 31 maggio 1653, che condannò cinque proposizioni attribuite all’Augustinus.

Eletto papa il 7 aprile 1655, affidò un ruolo importante nell’esame delle questioni religiose alle congregazioni e a consiglieri quali Albizzi, Sforza Pallavicino e Giovanni Bona. Il nipote Flavio Chigi, creato cardinale nel 1657, entrò successivamente anch’egli nel Sant’Uffizio.

La controversia giansenista

Alessandro VII cercò di ottenere dai difensori di Giansenio un’accettazione della condanna che escludesse riserve interpretative. Questi distinguevano infatti l’erroneità delle cinque proposizioni dalla loro effettiva presenza nell’Augustinus: ammettere la prima non implicava, a loro giudizio, riconoscere che la censura colpisse il pensiero dell’autore.

Con la Ad sanctam beati Petri sedem del 16 ottobre 1656, il papa dichiarò che le proposizioni erano state tratte dall’opera e condannate nel significato attribuito loro da Giansenio. La controversia si estese così alla competenza della Chiesa nel giudicare questioni di fatto connesse alla dottrina.

La Regiminis apostolici del 15 febbraio 1665 impose la sottoscrizione di un formulario di condanna. Nonostante l’appoggio di Luigi XIV, il provvedimento non superò le resistenze di parte del clero francese. Il conflitto, ancora aperto alla morte del pontefice, alimentò il confronto sulle prerogative dei vescovi e sui limiti dell’autorità papale.

Censura libraria e Indice

Il pontificato chigiano segnò un passaggio importante nell’organizzazione della censura. I divieti successivi all’Indice clementino del 1596 si erano dispersi in decreti e aggiornamenti, rendendo necessaria una raccolta più facilmente consultabile.

Con la bolla Speculatores domus Israel del 5 marzo 1664 fu promulgata una nuova edizione dell’Indice. Alla sua complessa struttura seguì, nel 1665, una versione semplificata, che sostituiva la divisione in classi con un ordinamento alfabetico degli autori e delle opere. La revisione agevolava l’accertamento delle proibizioni e fornì un modello duraturo alle edizioni successive, fino al riordinamento settecentesco di Benedetto XIV.

Tra i provvedimenti censori del periodo rientrò, nel 1663, la proibizione di opere di René Descartes con la clausola donec corrigantur. La misura subordinava la loro lettura alla correzione e offriva sostegno agli oppositori cattolici del cartesianesimo. Sul versante dei testi religiosi, la condanna di una traduzione francese del Messale, pronunciata nel 1661, confermò le restrizioni all’impiego del volgare nella diffusione della liturgia.

Teologia morale e disciplina delle controversie

La lotta al giansenismo si accompagnò a interventi contro gli orientamenti più permissivi della teologia morale. Nel 1665 e nel 1666 il Sant’Uffizio condannò quarantacinque proposizioni, colpendo singole soluzioni casistiche senza estendere la censura al probabilismo nel suo complesso. Queste decisioni precedettero le ulteriori condanne del lassismo emanate da Innocenzo XI.

In altre controversie Alessandro VII ricorse alla regolazione del dibattito. La Sollicitudo omnium ecclesiarum dell’8 dicembre 1661 confermò il favore pontificio per il culto dell’Immacolata Concezione, vietando tuttavia di qualificare come eretici i sostenitori dell’opinione contraria. Nel maggio 1667 intervenne sulla disputa relativa all’attrizione, il pentimento imperfetto, imponendo alle parti di astenersi dalle reciproche censure in attesa di una decisione ecclesiastica.

Il controllo dottrinale comprendeva dunque sia la condanna di opinioni determinate sia il contenimento delle polemiche tra scuole cattoliche, riservando alle autorità romane la possibilità di pronunciarsi.

Missioni e riti cinesi

Nell’ambito missionario Alessandro VII ammise forme di adattamento alle società locali. Accolse la lettura gesuitica degli omaggi a Confucio e agli antenati, consentendoli in quanto pratiche civili, prive di significato religioso. La distinzione non eliminò però i contrasti sull’effettiva natura dei riti cinesi.

La nomina di vicari apostolici francesi in Estremo Oriente nel 1658 ridimensionò il controllo portoghese sulle missioni e favorì la formazione di un clero locale. Fu inoltre esaminato l’impiego delle lingue orientali nella vita religiosa. Pur senza giungere a un’autorizzazione generale, nel 1659 il pontefice concesse ai sacerdoti indigeni di sostituire temporaneamente parte dell’Uffizio latino con preghiere in cinese. Le esigenze missionarie giustificavano così concessioni che non trovavano corrispondenza nell’atteggiamento assunto verso le traduzioni liturgiche nelle lingue europee.

Bibliografia essenziale

  • Vincent Borg, Fabio Chigi, Apostolic Delegate in Malta (1634–1639). An Edition of His Official Correspondence, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1967.
  • Frans Ciappara, Alessandro VII, papa, in DSI, vol. I, pp. 37-40.
  • Antonio Menniti Ippolito, 1664. Un anno della Chiesa universale. Saggio sull’italianità del papato in età moderna, Viella, Roma 2011.
  • Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro VII libri cinque, 2 voll., Tipografia dei Fratelli Giachetti, Prato 1839–1840.
  • Massimo Petrocchi, Il problema del lassismo nel secolo XVII, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1953.
  • Elisa Rebellato, La congregazione dell’Indice da Paolo V a Clemente XII (1605–1740), in "Dimensioni e problemi della ricerca storica", 1, 2012, pp. 21–39.
  • Mario Rosa, Alessandro VII, papa in DBI, vol. 2 (1960).
  • Mario Rosa, Tomaso Montanari, Alessandro VII, in EP, vol. III, pp. 336-348.
  • Herman H. Schwedt, Die Römische Inquisition. Kardinäle und Konsultoren 1601 bis 1700, Herder, Freiburg 2017, pp. 187-188.

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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