Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Il tentativo di introdurre l’Inquisizione “all’uso di Spagna” a Napoli nel 1661
di Maria Sirago
Introduzione
Dopo la conquista spagnola (1503) vennero riorganizzati tutti gli uffici, in primis il Consiglio Collaterale, il principale organo di governo, che dovevano essere diretti da funzionari iberici, e fu nominato come primo viceré Consalvo de Cordoba, il Gran Capitano, principale artefice della conquista. Dopo la sua partenza la riforma degli uffici fu portata avanti dal viceré Juan de Aragon, conde de Ribagorza, nipote di re Ferdinando. Nel 1509, dopo il richiamo del Ripacorsa in Spagna, fu nominato Ramon Folch de Cardona, viceré di Sicilia dal 1503, che rimase in carica fino alla morte (1522). Sistemato l’apparato burocratico e data inizio alla ricostruzione della flotta, necessaria per la difesa del viceregno da turchi e barbareschi (Sirago, 2018), il Cardona decise di occuparsi anche delle questioni religiose: per aderire meglio ai dettami religiosi in uso nella penisola iberica ai primi di gennaio del 1510 cercò di introdurre l’Inquisizione “all’uso di Spagna”, provocando un malcontento generale: i nobili e il popolo riunitisi nel Tribunale di San Lorenzo “dichiararono … di voler perdere i beni e la vita, anziché permettere s’istituisse tale Inquisizione”. Perciò elessero Francesco Filomarino che partì in primavera per andare a Madrid a perorare la loro causa con le istruzioni dei Seggi nobili e del popolo. In un primo momento il re reiterò l’ordine di inserire l’Inquisizione spagnola, il che fece insorgere tutta la città e furono chiuse tutte le botteghe. Poi, vista l’insorgenza popolare, in novembre fece pubblicare dal viceré una prammatica in cui si decideva di non introdurre tale tipo di Inquisizione ma di mantenere solo quella svolta in loco “secondo l’ordinario” (Amabile, 1892).
I punti in discussione erano la denuncia anonima e il sequestro dei beni (D’Avino), come si dichiarava in un manoscritto del 1661, conservato nell’Università di Valladolid:
Il Tribunale del Santo Officio si ributta da questo Regno come pregiuditiale alla potestà del Re nostro Signore, come pernicioso alla fama dell’Innocenza, come dannoso alle borze de’sudditi, come alieno alle leggi della natura, e come lontano dall’aforismi dolcissimi del Vangelo.
(ms. Valladolid, U/Bc Ms 150)
Altri tentativi per introdurre il Santo Officio furono fatti nel 1547 dal viceré don Pedro de Toledo. Questo tentativo suscitò la rivolta contro l'Inquisizione del 1547. Ma dopo tre o quattro anni venne imposta nel Regno l’Inquisizione Romana, istituita nel 1542 da papa Paolo III, Alessandro Farnese, con sequestro dei beni e processo dei condannati nel Tribunale del Santo Officio di Roma. Ancora una volta il viceré Pedro Afan de Rivera, duca di Alcalà, nel 1564 cercò di introdurre l’Inquisizione “all’uso di Spagna”, per cui si ebbero tumulti come quelli verificatisi nel 1510 e nel 1547, mentre il Santo Officio Romano continuava a mietere vittime. I cittadini inviarono a Filippo II un’ambasciata guidata dal teatino Paolo Burali d’Arezzo, riuscendo a sventare anche questa volta il pericolo dell’insediamento del temuto tribunale (Amabile, 1892), poiché il re Filippo II emanò un decreto con cui si vietava anche ai posteri di introdurre l’Inquisizione all’uso di Spagna (BNN ms. XI C 37, f. 311, Scrittura per il Sant’ Officio, in D’Avino).
Le famiglie coinvolte nei tumulti del 1661
Nel 1661, al tempo del viceré Gaspar de Brancamonte y Guzmán, conte di Peňaranda, si ebbe un altro doloroso momento per la città di Napoli: quell’anno si tentò nuovamente di introdurre l’Inquisizione all’”uso di Spagna” basata su testimonianze anonime contro un importante esponente della nobiltà napoletana, il conte di Mola Odoardo Vaaz, un cripto ebreo in odore di eresia. Poi durante i tumulti del 1661 fu coinvolto il duca delle Noci, Cosimo, figlio del conte di Conversano, Giovan Girolamo Acquaviva, accusato di aver sobillato la cittadinanza (Sirago,1984). Ancora una volta, come era accaduto al tempo del Toledo, si voleva frenare la potenza dei baroni che avevano aiutato la monarchia spagnola con proprie milizie a reprimere lai moti del 1647 ma poi avevano avanzato enormi pretese nella giurisdizione baronale (prime, seconde, terze cause) e altri benefici.
I Vaaz, conti di Mola e Casamassima
Il capostipite dalla famiglia Vaaz era Miguel, un commerciante di grano portoghese che viveva ad Oporto, probabilmente un converso: egli riforniva la flotta di Filippo II con le sue navi quando il re occupò il Portogallo, nel 1580 (Mazur, 2013; Rossi, 2026). Verso il 1585, con l’aiuto del re, si trasferì a Napoli con la famiglia per sfuggire all’Inquisizione, che si stava radicando in Portogallo. Qui continuò il commercio di grano con le sue navi, un commercio lucroso che gli permise di acquistare nel 1597 il feudo di Belrisguardo (Bellosguardo) in Principato Citra. Durante il viceregno di Ferdinando Gomez Ruiz de Castro, conte di Lemos, lo aiutò a rifornire Napoli di cereali. Tale incarico venne mantenuto anche durante la luogotenenza di Francisco de Castro, suo secondogenito. Egli aveva ottenuto di poter essere nominato suo luogotenente, anche se appena ventenne, fino allo scadere del mandato (1601-1603) su suggerimento della moglie Catalina de la Cerda Sandoval y Zuňiga, la potente sorella del valido (primo ministro) del re Filippo III, Francisco Gomez de Sandoval y Rojas, duca di Lerma (Sirago, 2015). In quel periodo donna Catalina, una “viceregina intraprendente”, con l’aiuto del Vaaz armò due galeotte per “il corso” con cui venivano predate le navi nemiche (Sirago, 2020). Il mercante continuò a rifornire la capitale partenopea anche durante il viceregno di Juan Alonso Pimentel Herrera, conte di Benavente (1603-1610), ottenendo di poter acquistare, nel 1609, il feudo di Casamassima, in Terra di Bari. Nel 1610 donna Catalina, molto potente a corte, riuscì a far nominare come viceré il primogenito Pedro Fernando de Castro, mentre il secondogenito otteneva la nomina di viceré in Sicilia. Il Lemos, con l’aiuto del Vaaz, promosse una riforma finanziaria per risollevare le sorti del viceregno, in totale crisi. Riconoscendo le doti del Vaaz in ambito finanziario, considerato uno dei migliori “hombres de negotios”, nel 1613 decise di concedergli in feudo il porto di Mola di Bari, da dove si esportava molto olio, e nel 1615 di poter fondare in un territorio presso Casamassima il casale di San Michele. Il Vaaz, comunque, aveva fatto acquistare in Terra di Bari dei beni ai Lemos, da lui gestiti fino alla morte, poi curati dal nipote Simone, figlio del fratello Eduardo, designato come suo erede. Lo zio aveva fatto in modo che Simone facesse carriera tra i “togati”: nel 1611 era stato nominato “Giudice in civilibus” e nel 1614 aveva ottenuto la prestigiosa carica di Presidente della Sommaria, il principale organo finanziario del viceregno, mantenuta fino al 1653, quando si era ritirato per anzianità. Ma il successore del Lemos, Pedro Tellez Giron III duca di Osuna, un viceré “corsaro”, che aveva armato una flotta per combattere Venezia, “Signora” dell’Adriatico, malgrado il divieto del re Filippo III, iniziò a perseguitare il ricco mercante, costretto a fuggire in esilio (Sirago, 2021). Dopo la destituzione dell’Osuna, richiamato in Spagna e incarcerato, il Vaaz poté tornare in regno, dove cominciò a far costruire la chiesa dedicata a San Michele e a Sant’Anna (nome della moglie), conosciuta come la chiesa dell’Ascensione, nel nuovo borgo di Chiaia, per allontanare da sé e dalla sua famiglia il sospetto di cripto-ebraismo, la cui costruzione fu completata dagli eredi, Simone e Fiorenza dopo la sua morte (1623) (Sirago, 2015). Simone, seguendo la volontà dello zio, aveva sposato una cugina, Majora, figlia del fratello Benedetto, da cui aveva avuto sei figli, tra cui Odoardo, giudice criminale della Vicaria (carica mantenuta fino al 1654), poi Consigliere del Consiglio Collaterale, erede dei feudi di Casamassima e Mola con titolo comitale, accusato nel 1656 di cripto-ebraismo, secondo una denuncia anonima (Sirago, 1987; Ligorio, 2025). Si trattava dunque di una famiglia nobile “di toga” di alto rilievo, fedele al sovrano e forse alla religione, anche se secondo gli atti del processo intentato si pensava che potesse essere “infetta” di ebraismo (Archivio del Pontificio Dicastero per la Dottrina della Fede, in Ligorio, 2025). In realtà la questione si basava sempre su due punti, la denuncia anonima e il sequestro dei beni: Odoardo, incarcerato prima a Napoli, nel Castel Sant’Elmo, e poi a Roma, abiurò pubblicamente. Poi nel novembre del 1665 fu graziato; ma per difendersi dové vendere il feudo di Casamassima (Sirago, 2015).
Gli Acquaviva, conti di Conversano e duchi di Noci
Anche gli Acquaviva erano una famiglia nobile, ma “di spada”, venuti al tempo dei Normanni. Possedevano feudi in Abruzzo, il ducato di Atri e molte altre terre, e in Puglia, il contado di Conversano, molte terre tra cui Noci in Terra di Bari, e il ducato di Nardò, in Terra d’Otranto. Erano considerati “filoanzuini” perché avevano continuato a combattere con i francesi quando Ferdinando il Catttolico si era impadronito del regno meridionale (1503). Poi il possesso dei beni feudali era stato riconfermato da re Ferdinando. Nel 1575 Giovan Girolamo I aveva diviso il patrimonio, assegnando lo Stato d’Atri con i possessi abruzzesi al primogenito Alberto e quelli pugliesi al terzogenito Adriano. Nello stesso periodo in cui fu inquisito Odoardo Vaaz fu incarcerato anche il duca delle Noci, Cosimo, figlio di Giovan Girolamo Acquaviva, conte di Conversano. Il conte, detto “il “guercio delle Puglie”, era uomo bellicoso ma anche amante delle arti, che coltivava insieme alla moglie Isabella Filomarino. Data la sua natura focosa e ribelle il conte aveva avuto numerosi contrasti con i feudatari vicini, con cui aveva accesi diverbi per questioni di confini, arrivando a ingaggiare duelli e a commissionare omicidi come quello del sindaco di Nardò. La più famosa contesa fu quella col II duca di Martina Franca, Francesco Caracciolo sugli abitanti della selva di Arbore belli (oggi Alberobello) nel territorio del suo ducato di Noci, che fuggivano spesso nel territorio di Martina per evitare le angherie del conte. Nel 1643, avendo violato il regolamento promulgato per Alberobello, fu inviato a Napoli, dove fu posto in carcere; poi fu inviato in Spagna da dove tornò nel 1645. Nel 1647, quando scoppiarono i “moti masanelliani”, insieme al principe di Montesarchio Andrea d’Avalos ed atri nobili venne in aiuto del viceré duca d’Arcos. Poi si adoperò per reprimere i moti a Napoli e in Puglia, soprattutto nel suo feudo di Nardò. In queste “imprese” egli era riuscito a rafforzare il suo prestigio per le vittoriose campagne militari come “generale della cavalleria”, durante le quali aveva raccolto cospicui bottini di guerra. Era anche divenuto amico di don Giovanni d’Austria, fratellastro di Filippo IV, che era venuto in Regno a reprimere i moti. Ma dal 1648, dopo la repressione dei moti, il conte, forte della sua aumentata potenza, riprese ad imperversare nelle Puglie, specie nelle terre del duca di Martina Franca Francesco Caracciolo e nel suo feudo di Nardò. Perciò il viceré conte di Oňate, Iňigo Vélez de Guevara, nel 1651 lo accusò di aver ordito una congiura insieme ad Andrea d’Avalos, principe di Montesarchio, a Gregorio Carafa, priore della Roccella (futuro Gran Maestro dell’Ordine di Malta e a Diomede Carafa duca di Maddaloni (che morì a Madrid nel 1660). Dopo essere stati incarcerati furono tutti condotti in Spagna; ma alcuni anni dopo furono graziati dal re su richiesta di don Giovanni d’Austria (Sirago, 1984; Spagnoletti, 1999). Nel 1657 il dottor Paolo Antonio di Tarsia, procuratore del conte e amministratore dei beni, si recò a Madrid portando un suo lungo memoriale dedicato al re Filippo IV a discolpa del conte (una copia è nella Biblioteca Nacional di Madrid, pubblicata a cura di Angelantonio Spagnoletti e Giuseppe Patisso nel 1999).
Il conte fu liberato nel 1665, ma morì durante il viaggio di ritorno a Barcellona. Il suo erede, Cosimo, duca delle Noci, che aveva partecipato col padre alla repressione dei moti del 1647, dopo la incarcerazione del padre, seguendo il suo esempio, aveva compiuto terribili azioni nei suoi feudi per cui venne richiamato a Napoli insieme alla madre Isabella. Venne arrestato varie volte, nel 1649, nel 1653, per aver partecipato a duelli, e nel 1661 per aver partecipato alle manifestazioni contro l’inquisitore Camillo Piazza, il che gli costò il sequestro dei beni. In quest’ultima occasione fu inviato in Spagna, da dove tornò nel 1663. Ottenuta la grazia nel novembre del 1665, tornò in Puglia, dove morì in duello col duca di Martina Petricone Caracciolo lo stesso anno, pochi mesi dopo la morte del padre (Fasano Guarini, 1960; Sirago, 1984 e Sirago Rastrelli, 2024).
Gli avvenimenti del 1661
Nel 1659 il forlivese Camillo Piazza, vescovo di Dragonara, fu nominato Ministro dell’Inquisizione Romana a Napoli, nomina molto apprezzata dal viceré Peňaranda. Per la città era un momento cruciale: dopo la peste del 1656, che aveva falciato un numero enorme di cittadini, Napoli era in lenta ripresa. Il vescovo cominciò a fare indagini subito dopo il suo arrivo, in novembre, soprattutto sulla “setta d’hebrei” scoperta in Napoli (SNSP, ms. XXIII D 15, Rubino). Intanto il nunzio apostolico Giulio Spinola, arcivescovo e diplomatico genovese, nominato il 4 ottobre 1658, scriveva a Roma al Segretario di Stato di papa Alessandro VII, Giulio Respigliosi, dando precisi ragguagli sulle vicende napoletane, che avrebbero potuto prendere una brutta piega (ASV, Nunziature, vol. 61; Sirago, 1980).
Una delle inquisizioni fatte dopo il suo arrivo fu quella su Odoardo Vaaz, conte di Mola, giudice di Vicaria, “imputato di ebraismo”, sospettato da una quarantina d’anni di apostasia come il padre. Il conte fu immediatamente incarcerato in Castel Sant’Elmo, cosa che fece molto scalpore. Poi fu trasferito nelle carceri romane ed abiurò pubblicamente in Roma. Intanto, con decreto del Consiglio Collaterale dell’8 gennaio 1661 gli furono sequestrati i beni (Amabile, 1892, Sirago, 1980). Pian piano l’opposizione popolare cominciò a crescere, anche perché il Piazza, secondo voci insistenti, «machinava di fabricar Tribunale sotto velame mal conosciuto di Commissario del Santo Officio di Roma» (BNN ms XIC 46 f. 322., Giotti).
Il Piazza, non contento dell’agitazione in città, pensò di mostrare la sua forza ordinando il 28 marzo di arrestare due servi del duca delle Noci, Cosimo Acquaviva, un vero guanto di sfida lanciato alla nobiltà. Il duca però temeva che si sarebbe arrivati alle estreme conseguenze, come era accaduto a Odoardo Vaaz. Perciò il 31 marzo fece convocare in San Lorenzo tutta la nobiltà per discutere del palese tentativo di introdurre la tanto temuta Inquisizione “all’uso di Spagna”, visto che il decreto di confisca dei beni era stato firmato dai ministri del Consiglio Collaterale. Il Piazza, cercando di calmare gli animi, liberò i due servi del conte. Ma ciò non bastò. Subito si formò un’alleanza tra ceto nobiliare, togato e popolare nella lotta contro il tentativo del Piazza di mostrare l’esistenza del Tribunale dell’Inquisizione nel Regno. Nella notte del 2 aprile 1661 i deputati di tutte le Piazze (o Sedili) si riunirono ancora una volta in San Lorenzo per affidare a tre membri della Deputazione del Sant’Ufficio di consultare i più importanti avvocati, chiedendo al viceré la revoca delle “novità” introdotte dal Piazza e il mantenimento dei processi espletati “secondo l’ordinario”, che vietava la confisca dei beni degli eretici, e l’espulsione del Piazza: tutto ciò era puntualmente registrato dal Rubino (BNN, ms. XI C 37, Rubino e copia in SNSP, ms. XXIII D 15) e riferito dal nunzio napoletano Giulio Spinola al Segretario di Stato a Roma. Perciò i ministri del Consiglio Collaterale, temendo una sollevazione popolare fomentata dai parenti del Vaaz e da altri inquisiti imputati di ebraismo, imposero al Piazza di rimanere in casa e non svolgere atti giudiziari finché non fossero giunte altre risposte da Roma. Nelle lettere giunte dal Vaticano si evinceva che la Curia Romana voleva assumere un atteggiamento moderato, riconoscendo che sarebbe stato opportuno allontanare il Piazza dal Regno. Comunque, esortava il nunzio a far intendere al viceré che la reazione dei nobili contro il Santo Officio era solo un pretesto, poiché la vera questione si basava sul sequestro dei beni del conte di Mola e dei fratelli, che poteva essere comminato sia contro i “Giudaizzanti” che contro tutte le persone inquisite in merito alle questioni religiose (visto che si poteva inquisire anche con una delazione anonima). Allo stesso tempo la Curia Romana dava ordine al Piazza di partire per Terracina. I nobili napoletani non erano però favorevoli, per cui il 18 maggio chiesero ai ministri del Collaterale di revocare il sequestro dei beni del Vaaz. Il viceré non si mostrò favorevole a questa richiesta per cui Tiberio Carafa, portavoce dei nobili, il 28 giugno chiese al Peňaranda di poter inviare un ambasciatore in Spagna per ottenere la conferma dei privilegi concessi da Carlo V, un vero atto di rottura, come era avvenuto in passato, specie nel 1547. Il viceré la stessa sera fece incarcerare il duca delle Noci in Castel Nuovo, poi ordinò ai Seggi di non riunirsi per trattare questioni in merito all’Inquisizione. Così i nobili si ritirarono nel monastero di San Lorenzo, mentre il duca delle Noci veniva inviato in Spagna e il fratello Vincenzo, uno dei più accesi fomentatori dei torbidi, veniva incarcerato nel castello di Gaeta. Ma, per pacificare la città e il Regno il viceré tolse ai Seggi la proibizione di riunirsi, sempre che non si discutesse delle questioni createsi a causa del Piazza, e stabilì che in merito alle questioni religiose si agisse “secondo l’ordinario”. Invece sulla questione del dissequestro dei beni, il punto più importante e dolente, non volle esprimersi. Perciò i nobili inviarono in Spagna segretamente come ambasciatore il duca Giovanni Cavanilla e spedirono al papa una lettera di protesta, poiché il nunzio si era arrogato il diritto di procedere nelle cause del Santo Officio. Allo stesso tempo veniva stampato un testo, utilizzato poi nei moti del 1691, scritto da un tal Giovan Battista Giotti, probabile pseudonimo del giurista Giacomo Capece Galeota (BNN, ms. XIC 46), a cui seguì la pronta risposta del viceré in cui sosteneva che il nunzio si era ingerito indebitamente nelle cause del Sant’Officio, innovando la prassi inquisitoriale rispetto alle direttive sovrane (BNN, ms. XI E 11, ff. 60-61). Inoltre, vennero pubblicati altri resoconti della vicenda, per difendere la "fedelissima città di Napoli" ((BNN, ms. I-E , Di Fusco; ms. XI C 37, Discorso, anonimo e Parrino, 1692; ms. XI E 11, Filopoli).
Poiché si inasprivano le indagini sul duca delle Noci, torturato perché confessasse di aver sobillato i napoletani alla sollevazione e i napoletani mostravano di non volersi arrendere, il re Filippo IV decise di aderire alle richieste dei napoletani, ordinando che non si innovasse nulla nell’ambito dell’Inquisizione: perciò il 24 dicembre il viceré, in nome del sovrano, concesse che i Seggi si potessero riunire anche sulle questioni riguardanti l’Inquisizione. Il re però aveva deciso di allontanare il Peňaranda, nominandolo governatore dele Fiandre. Questa volta i nobili lo appoggiarono, lodando il suo governo. Perciò il viceré perorò la loro causa: nell’aprile del 1662 promulgò l’indulto generale e in giugno, con ordine regio, tolse il sequestro ai beni del conte di Mola (Sirago, 1980). Il duca delle Noci, che aveva ottenuto il dissequestro dei beni, tornò dalla Spagna nel 1665, ma morì pochi mesi dopo in duello col duca di Martina.
Conclusioni
Il tentativo di introdurre l’Inquisizione “all’uso di Spagna” ancora una volta fallì, anche perché i nobili, messi alle strette, alla fine decisero di allearsi col viceré Peňaranda. L’origine dei moti popolari scaturì dall’imprudente operato del vescovo Camillo Piazza, che incriminò Odoardo Vaaz servendosi di denunce anonime. Ma poi il Consiglio Collaterale, seguendo gli ordini del viceré, fece sequestrare i beni. Questi erano i due punti su cui tutta la cittadinanza, nobili e popolo, non transigeva. Come per il passato ci furono tumulti fino a quando ai beni fu tolto il sequestro. Si trattava di un problema serio: erano stati inquisiti due esponenti di rilievo, il conte di Mola, appartenente ad una ricca famiglia mercantile, che per difendersi dové vendere il feudo di Casamassima, e il giovane duca delle Noci, figlio del focoso Giovan Girolamo Acquaviva, che nel 1661 era in carcere in Spagna per le sue intemperanze. Ancora una volta, proprio in un momento di crisi, poco prima della morte di Filippo IV, si cercò di reprimere il popolo napoletano, che resistette a lungo, fino a che non ottenne la conferma dei privilegi concessi da Carlo V.
Il popolo napoletano non si rassegnò: trent’anni dopo, nel 1691, mentre si profilava una difficile successione dinastica, a Napoli si aprì una nuova serie di processi contro gli “ateisti” la cui vicenda è stata narrata da Luciano Osbat (1972 e 1974). Ma anche in quella circostanza i cittadini si unirono per difendere la forma inquisitoriale “secondo l’ordinario”, rigettando un nuovo tentativo di introdurre l’Inquisizione “all’uso di Spagna”.
Fonti
- Universidad de Valladolid,
- Istorica Relazione dello Accaduto in Napoli nel 1661 per escludere il Tribunale dell'Inquisizione [Manoscritto] anonimo, Universitad de Valladolid, Repositorio Documental, U/Bc Ms 150.
- Archivio del Pontificio Dicastero per la Dottrina della Fede
- Stanza Storica, bb. 3 b 3.
- Archivio Segreto Vaticano (ASV)
- Nunziature di Napoli, vol. 61, corrispondenza del nunzio Spinola col Segretario di Stato.
- Biblioteca Nacional, Madrid
- 2/71023, Memorial Politico-historico del doctor don Pablo Paolo Antonio de Tarsia, Madrid, 1657, in Angelantonio Spagnoletti e Giuseppe Patisso (a cura di), Giangirolamo II Acquaviva un barone meridionale nella crisi del Seicento (dai memoriali di Paolo Antonio di Tarsia), Centro Ricerche di Storia e Arte Conversano, Congedo ed., Galatina (Lecce) 1999.
- Biblioteca Nazionale, Napoli (BNN)
- Ms I-E , P. Di Fusco, Per la Fedelissima Città di Napoli negli affari della Santa Inquisizione.
- ms XI C 37: Andrea Rubino, Deputazione della Fedelissima città di Napoli sopra gli incidenti tentati da Monsignor Piazza; Andrea Rubino, Relatione di quanto succedè a Napoli nell‟anno 1661 per la carcerazione delli doi gentiluomini del Signor Duca delle Noci per lo Santo Officio et dell‟Unione delle Piazze et Deputati fatti a ciò non si ponesse tribunale di quello nella città di Napoli, ff. 289-382; //Discorso di quanto è passato in materia di Inquisizione in Napoli 1661-1662, ff. 326-339; Domenico Antonio Parrino, Teatro eroico e politico de governi de vicerè del regno di Napoli volume III Napoli 1692, ff. 289-303; Scrittura per lo Santo Officio, ff. 305-319.
- ms. XIC 46: Gio Battista Giotti [Giacomo Capece Galeota], Raggioni a difesa della Fidelissima Città di Napoli negli Affari della Santa Inquisitione ff. 322-332.
- ms. XI E 11: Risposta di Panaranda in cui si sostiene che il nunzio si è indebitamente ingerito nelle cause del S. Officio innovando la prassi inquisitoriale rispetto alle direttive sovrane, ff. 60-61; Leandro Filopoli, Estratto dell‟accaduto in Napoli nell‟anno 1661 con i motivi e le raggioni Havute per escludere il Tribunale dell‟Inquisizione.
- Società Napoletana di Storia Patria (SNSP)
- ms. XXIII D 15, Andrea Rubino, Historie di Napoli dal 1658 fino al 1661 di D. Andrea Rubino, tomo II, f. 277 ss.: Setta d'Hesbrei scoverta in Napoli et loro abiuratione publica et altri successi occorsi p( er) causa del Tribunale dell'Inquisizione.
Bibliografia
- Luigi Amabile, Il Santo Officio della Inquisizione in Napoli, S. Lapi Tipografo-Editore, Napoli 1892.
- Francesca D’Avino, La confisca dei beni agli eretici nella Napoli di età moderna, Tesi di dottorato, Area 12, Scienze Giuridiche, IUS/19, Storia del Diritto Medievale e Moderno, 2011
- Elena Fasano Guarini, Acquaviva d’Aragona, Cosimo, in DBI, vol. 1 (1960).
- Benedetto Ligorio, Acculturazione e cripto-ebraismo nell’aristocrazia portoghese: l’Inquisizione Romana e i nobili Vaez in Puglia nel XVII secolo, in Patrick Descortieux Marek Inglot (a cura di), L’Inquisizione romana: nuove ricerche nuove prospettive. Studi per Agostino Borromeo, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2025.
- Peter A. Mazur, The new Christians of Spanish Naples 1528 – 1671. A Fragile Elite, Basingstoke, Palgrave Macmillan, UK, 2013, pp. 81 ss.
- Luciano Osbat, Sulle fonti per la storia del Sant‟Uffizio a Napoli alla fine del Seicento, in «Ricerche di storia sociale e religiosa», I, 1972, pp. 419-427.
- Luciano Osbat, L‟Inquisizione a Napoli il processo agli ateisti 1688-1697, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1974.
- Franco Rossi, Miguel Vaaz. Mercante e conte nel Regno di Napoli. La fondazione di Casale San Michele, Gelsorosso, Bari 2026.
- Maria Sirago, Il feudo acquaviviano in Puglia: (1575/1665) - I parte, in «Archivio Storico Pugliese», 37, 1984, pp. 73-122.
- Maria Sirago, L'inserimento di una famiglia ebraica portoghese nella feudalità meridionale: i Vaaz a Mola di Bari (circa 1580-1806), «Archivio Storico Pugliese», 40, 1987, pp. 119-158.
- Maria Sirago, Miguel Vaaz, conte di Mola, un mercante intraprendente all’ombra dei Viceré, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 133, 2015, pp. 83-102.
- Maria Sirago, //La flotta napoletana nel contesto mediterraneo (1503-1707), Licosia, Ogliastro (Salerno) 2018.
- Maria Sirago, Donna Catalina Zuñiga de la Cerda, VI contessa di Lemos: una viceregina napoletana ‘intraprendente’ (circa 1550-1628), in «Archivio Storico per le Province Napoletane», 138, 2020, pp.61-74.
- Maria Sirago, Don Pedro Giron de Osuna, vicerè “corsaro” tra Sicilia e Napoli nei primi anni del Seicento, in «Dialoghi Mediterranei», 49, maggio 2021.
- Maria Sirago Mario Rastrelli, Il Mediterraneo in fiamme. La cultura delle corti e le battaglie navali nella Napoli del Cinquecento, La Valle del Tempo, Napoli, 2024.
- Angelantonio Spagnoletti, Giangirolamo Acquaviva. Un barone meridionale tra Conversano Napoli e Madrid, in Angelantonio Spagnoletti e Giuseppe Patisso, a cura di Giangirolamo II Acquaviva un barone meridionale nella crisi del Seicento (dai memoriali di Paolo Antonio di Tarsia), Centro Ricerche di Storia e Arte Conversano, Congedo ed., Galatina (Lecce) 1999, pp. 1-26.
Voci correlate
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]