Processo alle streghe Bartolomea e Lucia di Rocca d'Arazzo (1489)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444


Nella primavera del 1489 Nicolò Viola, podestà di Rocca d’Arazzo, informa il duca di Milano, Gian Galeazzo Maria Sforza, nella persona del suo segretario Bartolomeo Calco, circa il ritrovamento, nel presente e nel passato, di bambini guasti e la conseguente esistenza di donne streghe e masche, maledette e diaboliche, per le quali è necessaria una punizione con l’intervento di un inquisitore. Inizia così uno scambio di lettere tra il potere centrale e il podestà da cui appare chiaro che il duca (in realtà lo zio capitano generale Ludovico il Moro) è immediatamente favorevole a procedere contro le streghe, come la comunità di Rocca d’Arazzo chiede. Però, nell’ottica del potere ducale, non mancano condizioni ed esigenze da rispettare nell’istruzione di un processo per stregoneria. Prima di tutto è necessario che l’inquisitore sia un religioso onesto e corretto, dotato di solida autorità il quale agisca secondo giustizia. Poi bisogna essere sicuri che le donne accusate abbiano effettivamente errato, perché, se compete a un principe cattolico perseguire la stregoneria, è anche evidente che si può agire soltanto di fronte alla certezza degli eventi. A questo scopo occorre che l’inquisitore scelto mandi un suo rappresentante che, accortamente e in segreto, verifichi la fondatezza delle accuse. Una volta acquisita la responsabilità delle donne negli accadimenti, allora si potrà imprigionarle e punirle secondo le loro colpe. A queste disposizioni, rivolte al podestà, il duca unisce delle lettere con cui ordina ai funzionari e al castellano di Rocca d’Arazzo di eseguire quanto richiesto dall’inquisitore e alla comunità locale di provvedere al mantenimento dell’inquisitore e del suo rappresentante.
In lettere inviate dal duca al podestà di Rocca d’Arazzo nel giugno del 1489 indirettamente veniamo a sapere che le donne sono state imprigionate nella fortezza, perché il signore, accolte le lamentele del castellano per non aver ancora ricevuto alcun rimborso, sollecita il podestà affinché gli abitanti di Rocca provvedano a risarcire lo stesso castellano delle spese, sostenute fino ad allora e per il futuro, per la detenzione delle donne accusate.
Nella lettera del 30 giugno 1489, scritta dal duca al podestà, conosciamo il nome dell’inquisitore, Lorenzo Butini di Alessandria dell’ordine dei Predicatori, e quello di una condannata, Bartolomea moglie di Marchetto Gargano di Rocca d’Arazzo, la quale è stata giudicata eretica e strega e quindi affidata al braccio secolare, ossia al podestà, per la punizione. Sussiste però il problema della spesa per l’esecuzione della condanna, come il podestà ha già indicato in precedenza in una sua lettera . Poiché è intenzione del potere punire simili persone scellerate, in quanto la punizione va a onore di Dio e della fede cattolica e a beneficio e lode dei luoghi in cui avviene, il duca ordina che il costo sia coperto dalla dote o altri beni della donna e che nello stesso modo si provveda alle spese dell’inquisitore e del castellano. Se i beni non fossero sufficienti o fossero inesistenti deve provvedere la comunità e il podestà deve eseguire la condanna e anche facilitare l’opera dell’inquisitore che viene ostacolato nell’esercizio delle sue funzioni da alcune persone del luogo. Nello stesso giorno il duca scrive all’inquisitore, confermando di aver ricevuto la sua lettera sulla condanna, come eretica e strega, di Bartolomea e sul suo affidamento al braccio secolare, perché sia giustiziata nonché di aver accolto le sue lamentele sul comportamento di alcuni uomini di Rocca e di aver provveduto. Infatti è intenzione del duca punire i colpevoli e consentire all’inquisitore il libero esercizio delle sue funzioni.
Sempre il 30 giugno 1489 il duca scrive ancora all’inquisitore frate Lorenzo, comunicandogli che gli è stata presentata una supplica da parte di Nicolosina Caquerana, vedova di Carlo Caquerana feudatario esautorato di Rocca, la quale lamenta il fatto che la vecchia nutrice dei suoi figli, Lucia, sia stata imprigionata con l’accusa di stregoneria e che le siano stati sequestrati dei beni, alcuni dei quali di proprietà della stessa Nicolosina e che Lucia conservava. La nobildonna ritiene che non esistano prove per condannare Lucia e che l’accusa di eresia derivi da un’azione malvagia dei suoi nemici, che la colpiscono infierendo sulla nutrice. A questo punto il duca esorta l’inquisitore a provvedere affinché siano restituiti i beni di Nicolosina e di Lucia e affinché la signora non abbia più motivo di lamentarsi a ragione. Il duca dunque non pretende direttamente la liberazione di Lucia, ma invita l’inquisitore ad agire con prudenza in modo che nulla possa essergli rimproverato. Questa lettera ci indica il nome della seconda donna accusata ossia Lucia, la cui condanna, intuiamo, ricadrebbe sulla fama dei figli di Nicolosina, Ottaviano e Annibale, di cui Lucia è stata la nutrice.
Passano circa due mesi e arriviamo al 4 settembre 1489, giorno in cui il duca scrive al castellano di Rocca d’Arazzo perché accetti in via definitiva il rimborso di 6 soldi al dì per il mantenimento e la custodia di Lucia nella fortezza, considerando anche il costo della vita in quei luoghi. Il duca interviene ancora una volta per la protesta di Nicolosina Caquerana che si è lamentata per la detenzione illegittima della sua vecchia dipendente, accusata senza prove dai suoi nemici e per la cifra esagerata chiesta dai figli del castellano come rimborso ossia 10 soldi. Nicolosina è sicura che Lucia sarà assolta, poiché accusata ingiustamente e pertanto bisogna avere rispetto per lei. Dunque a distanza di alcuni mesi Lucia non ha ancora visto risolta l’azione giudiziaria mossa contro di lei, ma appare evidente che l’accusa sarà smontata. Forse l’inquisitore, prima di assolvere Lucia in conseguenza dell’intervento del duca, finge di procedere con ulteriori indagini in modo da preservare l’integrità del suo operato. Forse si sta attuando un gioco delle parti in cui ciascuno recita per difendere il proprio ruolo pubblico, come ci suggerisce il contenuto della lettera, di nuovo, datata 4 settembre 1489 e inviata dal duca al podestà di Rocca d’Arazzo. Il duca conferma di aver ricevuto la lettera del 31 agosto 1489 in cui il podestà risponde sul comportamento dell’inquisitore nei confronti di Lucia, balia di casa Caquerana, la quale, accusata di eresia e di essere strega, è stata assolta, ma condannata all’esilio. Il duca dispone che i beni della donna non siano confiscati, anche se lei è stata bandita dal luogo, ma restituiti, detratte le eventuali spese sostenute, a Lucia stessa e a Nicolosina per la parte che lei dice essere sua. Il duca afferma anche che, se l’inquisitore si è fatto corrompere a proposito di Lucia, ha agito male, ma non è compito suo correggerne l’ operato. Da un lato il duca, dopo la supplica di Nicolosina, suggerisce velatamente all’inquisitore una linea di condotta, dall’altro addossa a frate Lorenzo ogni responsabilità nella decisione di assolvere Lucia. Un comportamento degno del principe che Niccolò Machiavelli delineerà nella sua opera, ispirandosi in parte anche alla figura di Francesco Sforza.
Del processo a Bartolomea e Lucia non ci sono giunti gli atti, ma l’evento non è coperto dall’oblio, perché ne conosciamo l’esistenza attraverso le missive inviate dal duca ai vari attori della vicenda. Il potere centrale di fatto è elemento determinante prima nell’organizzazione del processo e poi nella sua conclusione, nella misura in cui si interessa a Lucia, abbandonando Bartolomea al suo destino di strega. Sullo sfondo una miriade di interessi economici e politici spesso agiti da personaggi meschini.

Fonti archivistiche

Voci correlate

Article written by Ezio Barbieri & Maria Carla Maggi | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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