Arbués, Pedro de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Pedro de Arbués (Épila, 1441 – Saragozza, 17 settembre 1485) fu canonico della cattedrale di Saragozza (La Seo), inquisitore del tribunale aragonese e figura chiave nelle tensioni che accompagnarono l’impianto della nuova Inquisizione spagnola nel Regno d'Aragona. La sua uccisione nel settembre 1485, in un clima segnato dalle resistenze dei conversos e dalla difesa dei fueros aragonesi, fu immediatamente interpretata come martirio e divenne un elemento centrale della legittimazione dell’apparato inquisitoriale. Il culto che ne derivò, promosso attivamente dall'Inquisizione, dopo la beatificazione del 1664, culminò nella canonizzazione del 1867.

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Cenni biografici

Nato a Épila nel 1441 in una famiglia di condizione elevata, Pedro de Arbués si formò nell’ambiente universitario di Saragozza, prima di trasferirsi al Collegio di San Clemente degli Spagnoli dell’Università di Bologna, uno dei più prestigiosi centri di studi teologici della penisola italiana. A Bologna ottenne il dottorato in teologia nel 1473, insegnandovi poi per alcuni anni, acquisendo una solida reputazione accademica. Rientrato a Saragozza, fu nominato nel 1474 canonico della cattedrale de La Seo e partecipò alla redazione dei primi statuti dell’Estudio General, futuro nucleo dell’Università di Saragozza.

Nel 1484 le Cortes di Tarazona accettarono, non senza resistenze, l’estensione alla Corona d’Aragona della giurisdizione dell’inquisitore generale nominato dai Re Cattolici. La presenza di una nuova Inquisizione “castigliana”, percepita da larga parte dell’élite aragonese come un’istituzione estranea e contraria ai privilegi del regno, creò un clima di forte ostilità. In questo contesto Arbués, nominato inquisitore a Saragozza insieme a Gaspar Juglar, si trovò immediatamente esposto alle tensioni sociali e politiche che attraversavano la città, dove i conversos ricoprivano posizioni di rilievo economico e amministrativo. Alla morte improvvisa di Juglar – attribuita già dai contemporanei a un possibile avvelenamento – Arbués rimase l’unico inquisitore in carica, bersaglio visibile di un malcontento crescente.

Le opposizioni, motivate sia da ragioni giurisdizionali sia dal timore delle confische e dei processi contro i conversos, presero presto una piega violenta. Arbués subì vari tentativi di aggressione, fino al colpo mortale: la notte del 14 settembre 1485 fu assalito mentre pregava inginocchiato ai piedi dell’altare maggiore della Seo. Colpito da più colpi di pugnale, morì tre giorni dopo. Gli autori materiali dell’omicidio furono rapidamente identificati e sottoposti a esecuzioni esemplari; molte delle principali famiglie conversas della città furono colpite da dure misure repressive.

Interpretazioni e uso politico-religioso del martirio

La morte di Arbués ebbe un impatto profondo e immediato. L’omicidio fu il risultato della reazione delle élites conversas e di parte della nobiltà aragonese contro l’imposizione del nuovo tribunale inquisitoriale. Il sangue dell’inquisitore divenne rapidamente un simbolo della legittimità della riforma voluta dai Re Cattolici, contribuendo a consolidarne il controllo nel regno d’Aragona.

Tuttavia la storiografia più recente ha proposto interpretazioni alternative. Benjamin Netanyahu ha suggerito l’ipotesi – altamente controversa – di una manipolazione orchestrata dalla stessa Inquisizione, con il tacito consenso di Fernando il Cattolico, per suscitare un’ondata di indignazione popolare contro i conversos e rafforzare l’autorità del tribunale. Altri studiosi, come Ángel Alcalá, pur escludendo un complotto inquisitoriale, sottolineano il ruolo di settori della nobiltà aragonese e di influenti famiglie di cristianos nuevos, per i quali la figura di Arbués divenne il catalizzatore di un conflitto politico e sociale ben più ampio. In questa prospettiva, la morte di Arbués, forse permessa, in ogni caso prontamente sfruttata, risultò funzionale al consolidamento del potere inquisitoriale.

Culto, beatificazione e canonizzazione

Già all’indomani dell’assassinio la tomba di Arbués nella Seo divenne meta di devozione popolare, accompagnata da racconti di apparizioni e interventi miracolosi. Il suo culto fu a lungo sostenuto e alimentato dall'Inquisizione spagnola, finché, durante il regno di Filippo IV, l’inquisitore generale Diego de Arce promosse con decisione il processo di beatificazione. La bolla pontificia che ne riconobbe ufficialmente il culto fu promulgata da Alessandro VII il 17 aprile 1664. Le celebrazioni furono di grande risonanza, con allestimenti e cerimonie spettacolari. Arbués fu poi canonizzato da Pio IX il 29 giugno 1867 e i suoi resti vennero collocati nella sontuosa cappella barocca a lui dedicata all'interno della cattedrale di Saragozza.

Bibliografia essenziale

  • J. A. Araguás, Arbués, Pedro, in DHEE, vol. I, p. 78
  • Ángel Alcalá, Los orígenes de la Inquisición de Aragón. S. Pedro Arbués, mártir de la autonomía aragonesa, Diputación General de Aragón, Zaragoza, 1984.
  • Monique Combescure-Thiry, Saint Pedro Arbués, l’inquisiteur assassiné, in Marc Vitse (a cura di), Homenaje a Henri Guerreiro: la hagiografía entre historia y literatura en la España de la Edad Media y del Siglo de Oro, Iberoamericana, Madrid 2005, pp. 405-420.
  • Benjamin Netanyahu, The Origins of the Inquisition in Fifteenth Century Spain, Random House, New York 1995.
  • Pilar Sánchez Moya, Carta Autógrafa de San Pedro Arbués a los Inquisidores de Teruel, in “Carta autógrafa de San Pedro Arbués a los Inquisidores de Teruel” en "Teruel", 17-18, 1957 pp. 1-11.
  • Michael Scholz-Hänsel, Arte e Inquisición: Pedro Arbués y el poder de las imágenes, in "Anuario del Departamento de Historia y Teoría del Arte", 4, 1994, pp. 205-212.

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2025

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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