Carta, Julia

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Julia Carta (Mores, circa 1561 – luogo e data di morte ignoti) è stata una guaritrice sarda, processata dall’Inquisizione spagnola per stregoneria ed eresia tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. La sua vicenda, ricostruibile attraverso una documentazione processuale particolarmente ricca, costituisce un caso significativo dell’incontro conflittuale fra pratiche terapeutiche tradizionali, religiosità popolare e controllo inquisitoriale nella Sardegna spagnola.

Nata in una famiglia di modeste condizioni, era figlia del muratore Salvador Casu e di Giorgia de Ruda Porcu Sini. Analfabeta, apprese nell’ambiente familiare i lavori di cucito, filatura e tessitura. Intorno ai venticinque anni sposò il vedovo Costantino Nuvole e si trasferì a Siligo. Dalle sue gravidanze sopravvisse un solo figlio, Juan Antonio.

Le sue conoscenze terapeutiche e rituali provenivano soprattutto da una rete femminile di trasmissione orale, nella quale figuravano la nonna materna, Juana Porcu, e altre donne. Preparava unguenti e suffumigi, confezionava amuleti protettivi, detti pungas, e ricorreva a pratiche divinatorie. Tali competenze le procuravano richieste di intervento, ma la esponevano anche al sospetto di provocare le malattie che pretendeva di curare.

L’inchiesta prese avvio nel settembre 1596, quando Barbara de Sogos riferì al parroco di Siligo, Baltassar Serra, alcune affermazioni di Julia sulla confessione. La donna avrebbe sostenuto che determinati peccati potessero essere confessati senza ricorrere al sacerdote, attraverso gesti rituali compiuti in chiesa o in casa. Alle contestazioni dottrinali si aggiunsero accuse di malefici. Arrestata a Mores il 18 ottobre, fu trasferita nel castello di Sassari. Il figlio ancora lattante la raggiunse durante la detenzione.

Inizialmente respinse le accuse, attribuendole all’ostilità personale dei denuncianti. Il procedimento comportò il ricorso alla tortura; nel 1597 Julia finì per ammettere pratiche magiche e rapporti con il demonio. Nell’ottobre dello stesso anno fu condannata e pronunciò pubblicamente l’abiura nella chiesa di Santa Caterina a Sassari, indossando il sambenito.

Tornata a Siligo, fu nuovamente arrestata nel 1604. La precedente condanna rendeva particolarmente grave la sua posizione: qualificata come recidiva, rischiava la consegna al braccio secolare. Il caso suscitò contrasti fra i giudici e fu sottoposto alla Suprema di Madrid. Nel 1606 il procedimento non risultava ancora concluso. Un documento del febbraio 1614 menziona nuovamente Julia a proposito della conservazione ed esposizione dei sambeniti; non consente tuttavia di ricostruirne compiutamente gli ultimi anni. Non sono noti il luogo e la data della morte.

Le confessioni di Julia devono essere lette nel contesto della coercizione giudiziaria e delle categorie impiegate dagli inquisitori, senza assumerle come testimonianze immediate di un culto diabolico. Il caso consente soprattutto di osservare come saperi terapeutici e pratiche protettive potessero essere reinterpretati in termini di superstizione, eresia e apostasia.

Fonti

  • Archivo Histórico Nacional, Madrid, Inquisición, leg. 1628, exp. 21; leg. 1748, exp. 9: procedimenti contro Julia Carta.

Bibliografia essenziale

  • Salvatore Loi (a cura di), Inquisizione, magia e stregoneria in Sardegna, AM&D, Cagliari 2003.
  • Tomasino Pinna, Storia di una strega. L’Inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta, EDES, Sassari 2000.

Voci correlate

Article written by Daniele Santarelli & Domizia Weber | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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