Tribunale inquisitoriale vescovile di Monreale

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

La Città, Stato e Arcivescovato di Monreale, la cui urbanizzazione iniziò a fine XIII secolo attorno al suo duomo (1176), fatto erigere da Guglielmo II ultimo re normanno di Sicilia, è stata sede secolare di uno dei principali tribunali vescovili del Regno di Sicilia, riguardante tutto quanto l'esteso territorio che afferiva a questo antico stato feudale retto dal suo Arcivescovo Abate e Signore tanto nello Spirituale quanto nel Temporale.
Guglielmo II trasferì dal monastero benedettino di Cava dei Tirreni cento monaci per popolare quello di Monreale, intitolato al santo da Norcia e, per la loro sopravvivenza e indipendenza economica e politica, li dotò di vasti territori, privilegi, concessioni, decime, proprietà ed esenzioni commerciali valide in tutto il regno. In seguito, Papa Lucio III, con la bolla Licet Dominus, elevò Monreale a sede arcivescovile, conferendo al suo Abate il Pallio, e la dignità di arcivescovo Metropolita (1182). Questa signoria feudale era stata dotata del privilegio di foro, facendo sì che l’arcivescovo non si limitasse alla bassa giustizia e alle cause civili, bensì avesse giurisdizione in criminaliter, nominato di fatto Capitano Giustiziere per ognuno dei suoi territori, secondo la formula del mero et mixto imperio. Tutto ciò, unitamente al privilegio di poter tenere foro in ogni parte del regno per il giudizio dei propri sudditi, lo rendeva un potentissimo barone feudale. In pratica era una deroga all’esclusività regia di poter amministrare il ramo criminale della giustizia.
L’organo principale di governo era la Magna Curia Archiepiscopalis, sempre presieduta dall’Arcivescovo o dal Vicario Generale, con competenza come tribunale di secondo grado in materia religiosa, civile e criminale e come Corte d’Appello per le diocesi suffraganee sottoposte (Catania e Siracusa). La Magna Curia Archiepiscopalis, per privilegio regale, aveva la preminenza su ogni altro tribunale del Regno di Sicilia, fatta salva l'ultima volontà del re. La tipologia processuale usata nel foro vescovile era di tipo accusatorio, discendente dal diritto romano, e non di tipo inquisitoriale (usato invece come prerogativa dal tribunale inquisitoriale della confinante Palermo). Le pene comminate dalla Magna Curia, sia in sede Temporale che Spirituale, erano sempre votate alla massima discrezionalità: sia quelle stabilite dei Sacri Canoni, Bolle e Costituzioni papali che dalle Prammatiche Costituzioni o Capitoli del Regno di Sicilia unite, però, ancora una volta per decreti regi emessi fino alla fine del XVIII secolo, alla volontà dell’arcivescovo che poteva aggiungere dalle pene corporali (spesso torture in pubblico sotto il portico maggiore della cattedrale cittadina) al bando perpetuo dalla città, al "remo" nella flotta del Regno di Sicilia fino alla pena capitale e quant’altro.
Questo considerevole potere giudiziario si avvaleva in tutti i centri dell’arcidiocesi di un circuito carcerario ampio e diffuso e, nello specifico di Monreale, capitale dell’omonimo stato feudale, il sistema era assai diversificato. Il carcere più antico e più grande era sito nell'edificio turrito proprio adiacente duomo, ma oggi non più esistente perché abbattuto nel 1860 dalla spedizione garibaldina in quanto simbolo della monarchia borbonica e della secolare oppressione vescovile. Vi s’incarceravano sia uomini che donne per ogni tipologia di reato comune, più o meno grave, dall’abigeato all’omicidio. Le già precarie condizioni detentive al suo interno erano peggiorate, oltre che dai consueti metodi coercizione dell’epoca, dall’esistenza dei cosiddetti “dammusi” e “dammuselli” ovvero sia piccole stanze a volta bassa ed umide, quasi totalmente buie, in cui star seduti o sdraiati con i ceppi alle mani e ai piedi. Alcuni di questi erano situati sottoterra, ricavati da ingrottamenti già esistenti detti, «fosse». All’interno di questa struttura, la documentazione testimonia l’esistenza di un «loco tormentorum» in cui era praticata l’«Indagine della Verità», principalmente tramite i tratti di corda e la «tortura dell’acqua». Ancora in epoca risorgimentale, durante il governo borbonico, questo luogo era detto dai rivoluzionari siciliani «il pauroso carcere dei dammusi dell’Arcivescovo di Monreale» o «il più pauroso carcere di Sicilia».
La Magna Curia Archiepiscopalis era affiancata dalla Curia Civitatis et Status, dalla Curia Ordinaria, dalla Curia Civitatis e, soprattutto, dalla Curia Spiritualis che era l'organo di governo vescovile incaricato per la qualificazione dei reati di Fede (apostasia, eresia, bestemmia, costumi morali e sessuali, etc.) ed era presieduta sempre dall'Arcivescovo o dal Vicario Generale mentre il suo specifico tribunale era retto da un giudice compente in materia. Il tribunale di questa Curia aveva competenza di giudizio diretto sui reati di fede non gravi, che cioè non avevano a che fare con proposizioni ereticali che esplicitavano il rifiuto di Dio e della religione cattolica, quanto piuttosto per i reati legati alla moralità, superstizione e inerenti al diritto di famiglia. Quando invece un reato era qualificato come eresia, il reo era consegnato al Tribunale dell’Inquisizione di Palermo dipendente dalla Suprema di Madrid. Chiaramente emerge, dalla documentazione d’archivio, che questo tribunale vescovile specifico avesse un proprio carcere, distinto da quello comune, in attività almeno dal 1614 al 1775, in cui detenere gli accusati o i condannati per quella tipologia di reati: l’ospedale cittadino intitolato alla martire S. Caterina d’Alessandria. L’altra peculiarità del carcere “spirituale”, che sorse nella precedente sede di una pia congregazione per la custodia e riabilitazione delle «fanciulle vergini orfane e pericolanti», risiede nella specificità di genere: vi erano detenute solo donne.
La scelta di installare un carcere specifico per i reati di Fede all’interno di un ospedale nacque dalla dottrina del cardinale romano Ludovico de Torres II (suo fondatore), che si concretizzò nel motto scolpito nella lapide posta all’ingresso dell’edificio «pro animis corporibusque curandis»: dal peccato discendeva la malattia del corpo e come tale andava affrontata, tanto con i mezzi offerti della medicina del tempo quanto con quelli della Dottrina stessa. Anche per questo carcere sono testimoniate le consuete pratiche di tortura e detenzione nei “dammusi” e “dammuselli”. Ultima nota sul sistema carcerario della città di Monreale: anche all’interno del palazzo arcivescovile si praticava l’ «Indagine della Verità » dopo aver anche trascorso un periodo di detenzione nei “dammusi” e “dammuselli” esistenti nelle cavità naturali sottostanti.
L’abolizione del sistema feudale in Sicilia, nel 1812, segnò la fine del potere temporale dell’Arcivescovo monrealese e della sua inquisizione, tuttavia buona parte delle modalità giudiziarie e di carcerazione del passato perdurarono anche nei metodi del Governo cittadino, poi civile, del periodo borbonico fin quasi al 1860.

Fonti archivistiche

  • Archivio Storico Comunale di Monreale.
  • Archivio Storico Diocesano di Monreale.

Bibliografia essenziale

  • Gaetano Millunzi, L’Ospedale Civico e le Istituzioni sanitarie in Monreale nel sec. XVI. Appunti storici e documenti inediti, Scuola Tipografica del Boccone del Povero, Palermo 1901.
  • Nicola Pizzolato, «Lo diavolo mi ingannao». La sodomia nelle campagne siciliane (1572-1664), in "Quaderni storici", n.s., 41/122 (2), 2006, pp. 449-480.
  • Nicola Pizzolato, Ordinarie trasgressioni adulterio e concubinato, dal vicinato al tribunale (diocesi di Monreale, 1590-1680), in "Quaderni storici", n.s., 42/124 (1), 2007, pp. 231-259.
  • Francesco Renda, L’Inquisizione in Sicilia”, Sellerio, Palermo 1997.
  • Giuseppe Schirò, Monreale capitale normanna, Edigraphica Sud Europa, Palermo 1978.

Risorse on line

Voci correlate su arcivescovi inquisitori di Monreale

Article written by Antonino Corso | Ereticopedia.org © 2021

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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