Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giuseppe Ripamonti (Tegnone, oggi frazione di Colle Brianza, 1577 - Rovagnate, 14 agosto 1643) è stato un sacerdote e storiografo, dottore della Biblioteca Ambrosiana, sottoposto a un lungo procedimento giudiziario che coinvolse il tribunale arcivescovile di Milano e l'Inquisizione.
Biografia
Di famiglia non agiata, ricevette una prima formazione presso lo zio Battista, parroco di Barzanò, che lo avviò allo studio del latino e dell'ebraico e lo segnalò al cardinale Federico Borromeo. Entrato nel seminario ambrosiano, si mantenne anche attraverso l'insegnamento privato. Dopo un breve periodo al servizio del vescovo di Novara Carlo Bascapè e un'esperienza di insegnamento a Monza, fu richiamato a Milano da Borromeo, che ne favorì gli studi linguistici.
Ordinato sacerdote il 17 dicembre 1605, nel settembre 1607 fu nominato tra i primi dottori della Biblioteca Ambrosiana, con l'incarico di storiografo. Si dedicò alla ricostruzione della storia ecclesiastica milanese, pubblicando nel 1617 la prima parte delle Historiarum Ecclesiae Mediolanensis. Il lavoro suscitò critiche negli ambienti ecclesiastici cittadini, mentre si deterioravano i suoi rapporti con il bibliotecario Antonio Olgiati e con altri membri del Collegio dei dottori.
Il processo
Nel 1618 Ripamonti progettò di lasciare Milano per seguire in Spagna il governatore Pedro de Toledo, senza avere ottenuto il consenso del cardinale. Pur avendo rinunciato alla partenza e chiesto perdono a Borromeo, il 4 agosto fu arrestato a Vaprio e trasferito nelle carceri arcivescovili. Un successivo tentativo di fuga aggravò le condizioni della sua detenzione.
Il procedimento riguardò la sua condotta personale e sacerdotale, ma anche l'accusa di avere modificato il testo della storia ecclesiastica milanese dopo la concessione dell'imprimatur. Le indagini investirono inoltre i suoi contatti con ambienti romani e veneziani e i progetti di passare al servizio di altri principi. La vicenda si collocava così all'incrocio tra disciplina ecclesiastica, controllo della produzione storiografica e timore che le competenze dell'erudito fossero impiegate al di fuori della protezione borromaica.
Nel 1619 Ripamonti si rivolse a Paolo V e alle congregazioni romane, denunciando il protrarsi della carcerazione e i ritardi del processo. Borromeo aveva intanto ottenuto dal commissario del Sant'Uffizio Desiderio Scaglia l'avallo all'apertura di un'inchiesta inquisitoriale. Benché nel settembre 1619 l'inquisitore milanese avesse comunicato a Roma che non erano emerse imputazioni in materia di fede, la causa rimase irrisolta.
Dopo ulteriori interventi romani, il procedimento fu affidato al vicario arcivescovile Mario Antonino e all'inquisitore Abbondio Lambertenghi. Nell'agosto 1622 Ripamonti fu condannato a tre anni di carcere, seguiti da due di domicilio obbligato, con il divieto di pubblicare senza autorizzazione del Sant'Uffizio. La pena fu probabilmente commutata nella residenza sorvegliata presso l'arcivescovado.
Gli ultimi anni e le opere storiche
Riconciliatosi con Borromeo, riprese l'attività di studioso e pubblicò nel 1625 e nel 1628 le successive parti della storia ecclesiastica milanese, sottoposte alla censura di un delegato arcivescovile. Conservò l'appartenenza al Collegio dei dottori dell'Ambrosiana e, nel 1635, ricevette dal Consiglio dei Sessanta decurioni l'incarico di storiografo cittadino.
Nel 1641 pubblicò il De peste Mediolani quae fuit anno MDCXXX e le Historiae patriae libri X. Il racconto della peste del 1630 costituì in seguito una delle fonti utilizzate da Alessandro Manzoni per i Promessi sposi. Morì a Rovagnate il 14 agosto 1643.
Bibliografia
- Edgardo Franzosini, Sotto il nome del Cardinale, Adelphi, Milano 2013.
- Massimo Carlo Giannini, Ripamonti, Giuseppe, in DBI, vol. 87 (2016).
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]