Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giuseppe Maria Doria Pamphili (Genova, 11 novembre 1751 - Roma, 10 febbraio 1816) è stato un cardinale, diplomatico pontificio e uomo di Curia, membro della Congregazione del Sant'Uffizio dal 1797.
Figlio del principe Giovanni Andrea Doria e di Maria Eleonora Carafa della Stadera, apparteneva a una delle più importanti famiglie aristocratiche genovesi e romane. Il fratello maggiore Antonio Maria Doria Pamphili fu anch'egli creato cardinale nel 1785.
Trasferitosi con la famiglia a Roma, fu educato dapprima nel collegio dei nobili retto dai gesuiti e, dal 1767, nel Collegio Clementino. Studiò quindi giurisprudenza all'Università La Sapienza e nel maggio 1771 conseguì il dottorato in utroque iure. Aveva ricevuto la tonsura il 21 aprile 1768 ed era divenuto abate commendatario di San Fruttuoso.
Il 27 giugno 1771 entrò nella prelatura come referendario delle Segnature. Nel 1772 fu inviato come nunzio straordinario in Spagna. Il 27 febbraio 1773 fu nominato arcivescovo titolare di Seleucia e il 18 luglio dello stesso anno ricevette a Madrid l'ordinazione sacerdotale. Il 6 settembre 1773 fu nominato nunzio apostolico in Francia, incarico che mantenne fino alla sua elevazione al cardinalato. Durante la nunziatura svolse anche, dal 1° giugno 1774, le funzioni di legato pontificio per la provincia di Avignone.
Pio VI lo creò cardinale il 14 febbraio 1785. L'11 aprile successivo fu nominato membro delle Congregazioni del Concilio, di Propaganda Fide, Concistoriale e Lauretana. Il 19 dicembre 1785 divenne legato pontificio a Urbino, incarico che mantenne fino al marzo 1794. In tale veste intervenne nell'amministrazione e nell'economia della legazione, cercando di razionalizzarne il governo.
Il 16 marzo 1797 fu nominato segretario di Stato. In questa fase si distinse per un atteggiamento relativamente moderato e disponibile alla ricerca di un compromesso con la Francia rivoluzionaria, in un contesto reso particolarmente difficile dal trattato di Tolentino e dalla crescente pressione militare francese sullo Stato pontificio.
Il 24 marzo 1797 fu nominato membro della Congregazione del Sant'Uffizio e il 29 marzo prese formalmente possesso dell'incarico prestando il giuramento come cardinale inquisitore.
Dopo l'occupazione francese di Roma, l'8 marzo 1798 fu arrestato insieme ad altri cardinali, detenuto dapprima a Roma e poi a Civitavecchia ed espulso dal territorio della Repubblica Romana. Raggiunse Pio VI a Siena e successivamente si ritirò a Genova. Dopo la morte del pontefice partecipò al conclave tenutosi a Venezia tra il 1799 e il 1800, dal quale uscì eletto Pio VII.
L'11 agosto 1800 fu nominato segretario dei Memoriali. Il 26 settembre 1803 divenne cardinale vescovo di Frascati. Nel febbraio 1808, durante la nuova crisi nei rapporti tra Napoleone e la Santa Sede, svolse per breve tempo le funzioni di pro-segretario di Stato. Il 23 marzo fu nuovamente espulso da Roma e si stabilì dapprima a Genova.
Trasferito successivamente in Francia, il 2 aprile 1810 partecipò alle nozze religiose tra Napoleone e Maria Luisa d'Asburgo e fu per questo annoverato tra i cosiddetti «cardinali rossi», contrapposti ai cardinali che avevano rifiutato di assistere alla cerimonia. Negli anni successivi svolse una funzione di mediazione tra Napoleone e Pio VII e partecipò alle trattative che condussero alla convenzione di Fontainebleau del gennaio 1813. La sua disponibilità alla collaborazione con il governo napoleonico suscitò tuttavia forti riserve negli ambienti della Curia dopo il ritorno del pontefice a Roma.
Il 26 settembre 1814 optò per la sede suburbicaria di Porto e Santa Rufina e divenne vice-decano del Collegio cardinalizio. Nel settembre 1815 fu pro-prefetto della Congregazione di Propaganda Fide durante l'assenza del prefetto Lorenzo Litta, esercitando nuovamente tale funzione nel dicembre dello stesso anno.
Morì a Roma il 10 febbraio 1816 e fu sepolto nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere.
Negli anni della Rivoluzione e dell'età napoleonica mantenne un orientamento moderato e pragmatico, favorevole alla ricerca di forme di mediazione con le autorità francesi. Tale atteggiamento lo differenziò nettamente dai settori più rigidi della Curia.
Bibliografia
- Philippe Boutry, Souverain et pontife: recherches prosopographiques sur la Curie romaine à l'âge de la Restauration (1814-1846), École française de Rome, Rome 2002, pp. 371-372.
- Marina Formica, Doria Pamphili Landi, Giuseppe, in DBI, vol. 41 (1992), pp. 477-481.
- MORONI, vol. XX (1843), pp. 219-221.
- Herman H. Schwedt, Tobias Lagatz, Prosopographie von romischer Inquisition und Indexkongregation: 1814-1917, Schöningh, Paderborn 2005, vol. I, pp. 504-505.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]