Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giulia Colonna Gonzaga (Gazzuolo 1513 - Napoli, 19 aprile 1566) è stata una nobildonna del Cinquecento sospettata di eresia.
Biografia
Figlia di Ludovico Gonzaga e Francesca Fieschi, apparteneva al ramo dei Gonzaga di Sabbioneta. Sposò a tredici anni, il 25 luglio 1526, Vespasiano Colonna, duca di Traetto e conte di Fondi, già vedovo e padre di una figlia, Isabella. Il marito morì prematuramente nel marzo 1528, lasciandole il proprio patrimonio e i propri titoli a condizione che non si risposasse. La giovane vedova dovette però difendere i suoi diritti in una lunga controversia ereditaria con la figliastra.
Governò quindi da sola i suoi possedimenti e, fino al 1535, visse prevalentemente a Fondi. Si impegnò nel mecenatismo e fece della propria corte un raffinato centro di cultura, frequentato da letterati e uomini di Chiesa. La sua bellezza fu celebrata, tra gli altri, da Ludovico Ariosto e Bernardo Tasso; tra coloro che le furono vicini figurò anche il cardinale Ippolito de' Medici. Nel 1534 sfuggì alla scorreria del corsaro Khair ad-Dīn Barbarossa contro Fondi. Il racconto della sua fuga contribuì ad accrescerne la fama e ispirò a Francesco Maria Molza l'egloga La ninfa fuggitiva.
Nel 1535 conobbe Pietro Carnesecchi e Juan de Valdés, che la visitò a Fondi e la aiutò nella controversia con Isabella Colonna. Alla fine dello stesso anno Giulia si trasferì a Napoli, dove risiedette nel monastero di San Francesco alle Monache, presso Santa Chiara, senza prendere i voti. Continuò a occuparsi dei propri interessi e a intrattenere una fitta rete di relazioni familiari, culturali e religiose. La lite con Isabella si concluse nel 1537 con il riconoscimento a Giulia di una rendita annua; in seguito ella si occupò anche del nipote Vespasiano Gonzaga, figlio della stessa Isabella.
Nel 1536 rimase profondamente colpita dalla predicazione quaresimale a Napoli di Bernardino Ochino. La crisi religiosa che ne seguì la avvicinò all'insegnamento di Valdés, intorno al quale si raccoglievano esponenti dell'aristocrazia e della cultura napoletana, tra cui Marcantonio Flaminio, Mario Galeota e Pietro Antonio di Capua. La sua conversione ispirò a Valdés l'Alfabeto cristiano, costruito come dialogo tra il maestro spagnolo e la nobildonna. L'opera proponeva una religiosità incentrata sul rapporto interiore con Cristo e sulla fiducia nella sua opera di salvezza, temi che sarebbero divenuti sempre più controversi agli occhi delle autorità inquisitoriali.
Giulia si impegnò a diffondere la conoscenza delle opere di Valdés. I suoi scritti circolarono dapprima in copie manoscritte, attraverso una rete di amici e corrispondenti. L'Alfabeto cristiano, tradotto in italiano da Marcantonio Magno, fu poi pubblicato anonimo a Venezia nel 1545. Alla morte di Valdés, nel 1541, Giulia ne ereditò per sua volontà i manoscritti e continuò a favorirne la circolazione. Mantenne inoltre i rapporti con l'ambiente degli spirituali riuniti a Viterbo intorno al cardinale Reginald Pole: nel dicembre 1541, per esempio, Vittoria Colonna la ringraziò per l'invio di un commentario valdesiano sulle epistole paoline.
Il legame con Carnesecchi divenne particolarmente stretto. Giulia lo introdusse nell'ambiente di Valdés e, dagli anni Quaranta, intrattenne con lui una corrispondenza intensa, talvolta cifrata per prudenza. Le lettere documentano interessi religiosi condivisi, notizie sugli amici comuni e una costante attenzione al mutare della situazione politica ed ecclesiastica. Intanto la fondazione della Congregazione del Sant'Uffizio, la fuga di Ochino dall'Italia nel 1542 e i procedimenti contro alcuni spirituali rendevano sempre più rischiosa la diffusione delle idee valdesiane.
Verso la fine del 1552 il vicario arcivescovile di Napoli, Scipione Rebiba, iniziò a raccogliere testimonianze sul suo conto. Tra i motivi di sospetto vi era la circolazione degli scritti di Valdés attraverso la sua rete di relazioni. Giulia, che già risiedeva da molti anni nel monastero napoletano, cercò il sostegno dei propri familiari, in particolare del cardinale Ercole Gonzaga e di Ferrante Gonzaga. L'indagine si chiuse il 9 febbraio 1554 senza un'accusa formale a suo carico, ma non pose fine ai sospetti.
Durante il pontificato di Paolo IV seguì con crescente apprensione i procedimenti contro gli spirituali. Cercò di aiutare Carnesecchi quando questi fu nuovamente chiamato a rispondere delle proprie idee e rifiutò i consigli di lasciare l'Italia per rifugiarsi in un territorio protestante. Dopo la morte di Paolo IV, sostenne ancora l'amico nel processo concluso con la sua assoluzione nel 1561: su richiesta di Carnesecchi si adoperò, fra l'altro, perché alcuni napoletani testimoniassero in suo favore. Continuò nel frattempo a interessarsi alle vicende del concilio di Trento e a mantenere i contatti con uomini di Chiesa a lei vicini, tra cui Girolamo Seripando.
Morì a Napoli il 19 aprile 1566, pochi mesi dopo l'elezione di Pio V. Aveva nominato erede universale il nipote Vespasiano Gonzaga e chiesto di essere sepolta nel monastero in cui aveva abitato. La morte la sottrasse a un possibile nuovo procedimento inquisitoriale. Per ordine del pontefice furono infatti sequestrate le carte conservate nella sua abitazione napoletana. Il carteggio con Giulia divenne una delle principali prove utilizzate nel nuovo processo contro Pietro Carnesecchi, condannato per eresia e giustiziato a Roma il 1° ottobre 1567.
Bibliografia
- Bruto Amante, Giulia Gonzaga contessa di Fondi e il movimento religioso femminile nel secolo XVI. Con due incisioni e molti documenti inediti, Zanichelli, Bologna 1896.
- Guido Dall'Olio, Gonzaga, Giulia, in DBI, vol. 57 (2001).
- Massimo Firpo, Dario Marcatto (a cura di), I processi inquisitoriali di Pietro Carnesecchi (1557-1567). Edizione critica, 2 voll., Archivio Segreto Vaticano, Città del Vaticano 1998-2000.
- Benedetto Nicolini, Giulia Gonzaga e la crisi del valdesianesimo, in «Atti dell'Accademia Pontaniana», n.s., V (1952-1955), pp. 187-208.
- Susanna Peyronel Rambaldi, Una gentildonna irrequieta. Giulia Gonzaga fra reti familiari e relazioni eterodosse, Viella, Roma 2012.
- Camilla Russell, Giulia Gonzaga and the Religious Controversies of Sixteenth-Century Italy, Brepols, Turnhout 2006.
- Juan de Valdés, Alfabeto cristiano. Domande e risposte. Della predestinazione. Catechismo, a cura di Massimo Firpo, Einaudi, Torino 1994.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]