Ávila, Francisco de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Francisco de Ávila o Dávila, noto anche come Francisco Dávila y Guzmán e Francisco Guzmán (Ávila, ca. 1535 – Roma, 20 gennaio 1606) è stato un ecclesiastico, inquisitore e cardinale spagnolo, membro della Congregazione del Sant'Uffizio. Ebbe un ruolo significativo nei rapporti tra la monarchia spagnola e la Curia romana durante i pontificati di Clemente VIII e Paolo V.

Biografia

Appartenente a una famiglia della nobiltà castigliana, era figlio di Antonio Fernández de Bracamonte e María Dávila Messía de Ubando. La famiglia era legata agli ambienti di governo della monarchia spagnola e disponeva di importanti relazioni ecclesiastiche. La sua data di nascita rimane incerta: tradizionalmente collocata intorno al 1548, è stata anticipata al 1535 circa da Daniel Ochoa Rudi sulla base di una recente ricostruzione biografica e genealogica.

Studiò presso l'Università di Salamanca, dove si dedicò soprattutto alla formazione giuridica. Nel 1562 soggiornò a Roma insieme a Francisco Reinoso, con il quale intrattenne rapporti di amicizia e collaborazione. Tornato in Spagna, nel 1565 riprese gli studi a Salamanca ed entrò successivamente nel Colegio Mayor de Cuenca, del quale fu rettore nel 1571-1572.

Avviato alla carriera ecclesiastica, divenne canonico e quindi arcidiacono della cattedrale di Toledo. Ricoprì l'incarico di inquisitore di Toledo ed entrò nell'orbita del Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione, svolgendo funzioni consultive. Nel 1582 partecipò, in qualità di consulente giuridico del marchese di Velada, ai lavori del concilio provinciale di Toledo.

Nel 1586 esercitò temporaneamente le funzioni di commissario generale della Crociata, sostituendo Pedro Portocarrero. Assunse stabilmente l'incarico nel 1589 e lo mantenne fino al 1596. L'ufficio, che comportava la gestione delle concessioni pontificie e delle entrate connesse alla Crociata, rivestiva particolare importanza nei rapporti finanziari e istituzionali tra la monarchia spagnola e la Santa Sede.

Su richiesta di Filippo II, papa Clemente VIII lo creò cardinale nel concistoro del 5 giugno 1596. Trasferitosi a Roma, ricevette il 21 aprile 1597 il titolo presbiterale di San Silvestro in Capite, che lasciò l'8 gennaio 1599 per quello di Santa Croce in Gerusalemme.

La sua esperienza nell'Inquisizione spagnola favorì l'inserimento negli organismi della Curia romana preposti alla difesa dell'ortodossia. Fu membro della Congregazione del Sant'Uffizio, nel cui collegio cardinalizio la sua presenza è documentata dal marzo 1603. L'appartenenza alla Congregazione gli consentì di partecipare alle attività del principale organismo inquisitoriale romano, in una fase caratterizzata dal rafforzamento delle strutture di controllo dottrinale e dalla crescente centralità delle congregazioni cardinalizie nel governo della Chiesa.

Dopo la morte del cardinale Pedro de Deza nel 1600, acquistò maggiore rilievo nella rappresentanza degli interessi spagnoli presso la Santa Sede, assumendo la protezione di Castiglia. La sua posizione era tuttavia condizionata dai rapporti con l'ambasciata spagnola e dall'influenza esercitata dal cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente VIII.

Durante il pontificato di Clemente VIII mantenne relazioni con importanti esponenti della Curia, tra i quali Camillo Borghese, futuro Paolo V, anch'egli membro della Congregazione del Sant'Uffizio. I rapporti con la diplomazia spagnola divennero invece più difficili negli ultimi anni della sua vita, soprattutto a causa dei contrasti con Juan Fernández Pacheco, marchese di Villena, ambasciatore di Filippo III a Roma.

Partecipò ai due conclavi del 1605, nei quali furono eletti rispettivamente Leone XI e Paolo V. Nel primo conclave le sue posizioni suscitarono diffidenze presso l'ambasciata spagnola, che lo sospettava di favorire, d'intesa con il cardinale Aldobrandini, la candidatura di Alessandro de' Medici, poi effettivamente eletto pontefice.

Morì a Roma il 20 gennaio 1606. Il suo testamento, redatto nel 1600 e integrato da un codicillo del 18 gennaio 1606, prevedeva numerosi suffragi per la propria anima e la destinazione di parte del patrimonio alla fondazione di cappellanie nella città natale. Dopo le esequie romane, il corpo fu temporaneamente deposto nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e successivamente trasferito nella cattedrale di Ávila, nella cappella funeraria della famiglia.

Precisazione sulle attribuzioni

Il cardinale Francisco Dávila non deve essere confuso con il nipote omonimo, frate domenicano morto nel 1604, che lo accompagnò a Roma e partecipò alle attività della Congregazione dell'Indice per iniziativa di Clemente VIII.

A quest'ultimo, e non al cardinale, va attribuito il trattato De auxiliis divinae gratiae, ac eorum efficacia, pubblicato a Roma nel 1599 presso Domenico Gigliotti. Il frontespizio identifica espressamente l'autore come religioso dell'Ordine dei Predicatori e maestro in teologia. L'opera si inserisce nella controversia sulla grazia e sul libero arbitrio che contrappose soprattutto teologi domenicani e gesuiti alla fine del XVI secolo.

La distinzione tra i due personaggi rende inoltre necessaria una verifica delle notizie relative all'appartenenza del cardinale alla Congregazione dell'Indice, segnalata in precedenti ricostruzioni a partire dal 1597, per evitare possibili sovrapposizioni con gli incarichi del nipote domenicano.

Bibliografia

  • Léa Bénichou, Los cardenales protectores de Castilla en Roma bajo el reinado de Felipe III, in Máximo García Fernández (a cura di), Familia, cultura material y formas de poder en la España moderna. III Encuentro de Jóvenes Investigadores en Historia Moderna, Fundación Española de Historia Moderna, Madrid 2016, pp. 1025-1038.
  • Léa Bénichou, Los cardenales protectores de la monarquía española (siglos XVI-XVII), in «Cuadernos de Historia Moderna», 46/1, 2021, pp. 53-75.
  • Pierre-Noël Mayaud, Les «Fuit congregatio sancti officii in … coram …» de 1611 à 1642. 32 ans de vie de la Congrégation du Saint Office, in «Archivum Historiae Pontificiae», 30, 1992, pp. 231-289, in particolare p. 261.
  • Daniel Ochoa Rudi, Notas sobre el cardenal Francisco Dávila (ca. 1535-1606), su testamentaría y almoneda pública, in «Anthologica Annua», 70, 2023, pp. 319-347.
  • Herman H. Schwedt, Die römische Inquisition. Kardinäle und Konsultoren 1601 bis 1700, Herder, Freiburg 2017, pp. 213-214.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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