D'Aste, Francesco

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Francesco D’Aste (Genova, XVI secolo – dopo il 1598) fu un giurista genovese protagonista di un notevole percorso di mobilità sociale e figura centrale di un complesso processo inquisitoriale del 1589 innescato dalla denuncia della figlia Leonora.

Proveniva da un ambiente familiare non nobile e non tradizionalmente legato alle élites professionali. Suo padre, Cipriano, era un cambiavalute: mestiere che, secondo gli statuti del Collegio dei giuristi genovesi, era considerato “vile” e incompatibile con l’accesso alla corporazione.
La carriera di Francesco fu però favorita da un’istruzione formalizzata di livello universitario, con laurea ottenuta a Pavia il 1° giugno 1557 e da una deroga eccezionale concessa dal Collegio dei giuristi prima della sua ammissione, proprio per superare l’ostacolo rappresentato dal mestiere paterno.
Il 2 ottobre 1557 D’Aste fu dunque ammesso nel prestigioso Collegio dei giuristi dottori. La sua carriera conobbe però incidenti di percorso: il 28 dicembre 1563 fu espulso per furto. Dodici anni dopo, tuttavia, venne riaccolto (13 e 28 maggio 1575), segno di una rete di appoggi e di una reputazione professionale sufficientemente consolidata per permettere una piena riabilitazione. È documentato come membro del Collegio sino almeno al 1598.

Nel 1589 fu accusato dalla figlia Leonora, sposata con Filippo Bottaro di pratiche magiche ed evocazioni demoniache: cerchi lignei, formule sussurrate, unguenti prodotti “dal demonio” e apparizioni diaboliche “come si dipingono i diavoli”. Leonora affermò anche di essere stata condotta al sabba fin da bambina. Francesco D’Aste, la moglie Paola e la serva Nicoletta Spallarossa fuggirono a Milano, denunciando la falsità delle accuse e temendo aggressioni da parte del genero, Filippo Bottaro.

In questo contesto si inseriva anche la figura della serva Nicoletta Spallarossa, coinvolta nelle accuse solo perché parte della casa D’Aste: Leonora la indicò come presente alle supposte evocazioni, ma dalle sue stesse dichiarazioni risultò che Nicoletta non aveva mai compiuto invocazioni né pratiche magiche, e che anzi era stata tra le persone alle quali la giovane aveva confidato le pressioni esercitate dal marito.

Avvisata della vicenda, la Congregazione del Sant'Uffizio, sospettando una significativa parzialità nel Sant’Uffizio genovese — dove esisteva un clima di inimicizia verso D’Aste — decise di sottrarre il caso all’Inquisizione locale e di affidarlo al vicario generale dell’arcivescovo di Genova, conferendogli pieni poteri d’indagine.
Il nuovo interrogatorio di Leonora si svolse nel palazzo di Giovanni Andrea Doria, sede neutra e prestigiosa scelta proprio per marcare il distacco dall’apparato inquisitoriale cittadino.

Il quadro che emerse con chiarezza fu quello di un conflitto familiare tradotto nel linguaggio demonologico: nessun elemento sostanziale confermava pratiche di stregoneria nella casa D’Aste, mentre apparivano sempre più evidenti le pressioni psicologiche e morali esercitate dal marito sulla giovane, affinché riversasse sui genitori (e sulla serva) la colpa della presunta perdita d’onore.
Il processo si concluse senza condanne, e la vicenda rimane un caso emblematico della strumentalizzazione delle categorie inquisitoriali in un contesto domestico segnato da tensioni d’onore, aspettative sulla verginità femminile e modelli patriarcali profondamente radicati nella Genova tardo-cinquecentesca.

Bibliografia

Article written by Daniele Santarelli & Domizia Weber | Ereticopedia.org © 2025

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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