Filippo V, re di Spagna

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Filippo V di Borbone (Versailles, 19 dicembre 1683 – Madrid, 9 luglio 1746) è stato re di Spagna dal 1700 al 1724 e nuovamente dal 1724 alla morte, primo sovrano della dinastia borbonica spagnola. Il suo lungo regno fu caratterizzato da importanti tentativi di riforma delle istituzioni monarchiche, che coinvolsero anche l'Inquisizione spagnola e i rapporti tra la Corona e la Santa Sede.

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Cenni biografici e politica religiosa

Nipote di Luigi XIV di Francia, salì al trono spagnolo in seguito alla morte senza discendenti di Carlo II d'Asburgo (1700). La sua successione provocò un conflitto europeo, conclusosi con i trattati di Utrecht (1713) e Rastatt (1714), che sancirono il riconoscimento della nuova dinastia e una profonda ridefinizione degli equilibri territoriali della monarchia. Il regno fu segnato dal rafforzamento del potere centrale, dalla riorganizzazione dell'amministrazione e da una politica ecclesiastica di orientamento regalista, volta a difendere le prerogative della Corona nei confronti della giurisdizione pontificia. Tali indirizzi alimentarono frequenti contrasti con Roma, solo parzialmente ricomposti attraverso gli accordi del 1717 e del 1737.

Fin dai primi anni di regno, l'Inquisizione fu coinvolta nei conflitti politici e dinastici. L'inquisitore generale Baltasar de Mendoza y Sandoval, favorevole alla causa asburgica, entrò in contrasto con il governo borbonico e con la Suprema in occasione del procedimento contro Froilán Díaz, già confessore di Carlo II, del quale aveva cercato di assumere direttamente la conduzione, coinvolgendo la Santa Sede. La controversia assunse carattere giurisdizionale e si concluse nel 1705 con le dimissioni di Mendoza, sostituito da Vidal Marín. Durante la guerra di successione, inoltre, l'arciduca Carlo istituì nei territori sotto il proprio controllo un'organizzazione inquisitoriale alternativa, con sede a Barcellona, che seguì successivamente la corte asburgica a Vienna.

Il tentativo più significativo di riformare il Sant'Uffizio maturò negli anni 1713-1715, nell'ambito del programma promosso dal fiscal general Melchor de Macanaz. Nel cosiddetto Pedimento de los 55 puntos, redatto nel 1713, Macanaz rivendicò le prerogative della Corona contro le ingerenze della Curia romana. Le sue proposte suscitarono l'opposizione del cardinale Francesco Del Giudice, inquisitore generale dal 1711, che nel 1714 pubblicò un provvedimento di condanna del documento. Ne derivò un aspro conflitto tra governo, Inquisizione e Santa Sede, nel quale intervennero anche gli ambienti della Congregazione romana del Sant'Uffizio.

Macanaz elaborò quindi un progetto di riorganizzazione dell'Inquisizione che prevedeva la limitazione delle sue competenze alle materie strettamente religiose, l'eliminazione della giurisdizione temporale e una maggiore subordinazione dell'istituzione alla Corona. Il mutamento degli equilibri di corte seguito al matrimonio di Filippo V con Elisabetta Farnese (1714) e il riavvicinamento alla Santa Sede determinarono tuttavia l'abbandono del programma. Nel 1715 Macanaz fu destituito e costretto a riparare in Francia per sottrarsi al procedimento inquisitoriale avviato contro di lui, mentre Del Giudice recuperò temporaneamente la propria posizione. La vicenda mostrò i limiti del riformismo borbonico di fronte alla resistenza delle istituzioni ecclesiastiche e degli ambienti politici conservatori.

Negli anni successivi, sotto gli inquisitori generali Juan de Camargo (1720-1733), Andrés de Orbe y Larreátegui (1733-1740) e Manuel Isidro Manrique de Lara (1742-1746), la Corona continuò a esercitare pressioni sul Sant'Uffizio, soprattutto per ragioni amministrative e finanziarie, senza modificarne sostanzialmente la struttura giurisdizionale. Particolarmente intensa fu, dopo la guerra di successione, la repressione dei giudaizzanti, che interessò numerose comunità di cristiani nuovi e alimentò una nuova stagione di processi e autos de fe. Superata questa fase, l'attività inquisitoriale conobbe una progressiva stabilizzazione, concentrandosi sempre più su reati di minore gravità, mentre proseguivano gli interventi contro le forme di dissenso religioso e le pratiche considerate superstiziose.

Nel gennaio 1724 Filippo V abdicò in favore del figlio Luigi I, ma ne riassunse la corona nel settembre dello stesso anno, dopo la prematura morte del successore. Governò fino al 1746, lasciando una monarchia profondamente trasformata sul piano istituzionale. La sua politica verso l'Inquisizione testimonia le difficoltà incontrate dall'assolutismo borbonico nel tentativo di subordinare il controllo dell'ortodossia alle esigenze dello Stato, senza compromettere l'alleanza tra monarchia e Chiesa cattolica.

Bibliografia essenziale

  • Livio Ciappetta, L'inquisitore generale Francesco Del Giudice e il Pedimento di Melchor de Macanaz, in «Diciottesimo Secolo», 5, 2020, pp. 15-25.
  • Henry Kamen, Felipe V. El rey que reinó dos veces, Temas de Hoy, Madrid 2000.
  • Eliseo Serrano Martín (a cura di), Felipe V y su tiempo. Congreso internacional, 2 voll., Institución Fernando el Católico, Zaragoza 2004.
  • Marina Torres Arce, La Inquisición en su entorno. Servidores del Santo Oficio de Logroño en el reinado de Felipe V, Universidad de Cantabria, Santander 2001.
  • José María Vallejo García-Hevia, Macanaz y sus propuestas de reforma del Santo Oficio de 1714, in «Revista de la Inquisición», 5, 1996, pp. 187-291.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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