Angelo Raimondo Verardo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Angelo Raimondo Verardo (Genova-Cornigliano, 2 febbraio 1913 - Sanremo, 2 marzo 1999) è stato un religioso domenicano, commissario generale della Congregazione del Sant'Uffizio e successivamente vescovo di Ventimiglia-Sanremo.

Domenicano della provincia di San Pietro Martire, studiò all'Angelicum e a Friburgo, dove ebbe tra i suoi maestri il domenicano spagnolo Santiago Ramírez. Entrò quindi al servizio del Sant'Uffizio e dal 1955 al 1959 fu primus socius del commissario generale.

La sua attività in questi anni mostra un orientamento dottrinale decisamente rigorista. Nel 1955, durante l'esame delle opere del moralista Jacques Leclercq, formulò un giudizio particolarmente severo, denunciandovi errori che a suo avviso investivano aspetti sostanziali della morale e della dottrina cattolica e proponendo il ritiro dal commercio dell'opera esaminata e l'ammonizione dell'autore.

Il 25 dicembre 1959 Giovanni XXIII lo nominò commissario generale della Suprema Sacra Congregazione del Sant'Offizio, succedendo a Pierre Paul Philippe.

Fu l'ultimo titolare dell'incarico: rimase commissario fino alla riforma del 7 dicembre 1965, con la quale Paolo VI trasformò il Sant'Uffizio nella Congregazione per la Dottrina della Fede e soppresse la tradizionale struttura dell'ufficio.

Nel 1966 fu nominato amministratore apostolico di Amalfi e nel 1967 vescovo di Ventimiglia, diocesi che governò fino al 1988.

Bibliografia

  • Acta Apostolicae Sedis, 52 (1960), p. 28.
  • Federico Ferrari, La Situationsethik attraverso le carte del Sant'Uffizio (1951-58), in "Journal of Modern and Contemporary Christianity", 3/1, 2024, pp. 317-366.
  • Angelo Raimondo Verardo, Christliches Leben oder Psychoanalyse?, in "Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie", 2/1, 1955, pp. 68-79.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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