Carcano, Vittorio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
HOW TO CITE | EDITORIAL GUIDELINES | CODE OF CONDUCT | LIST OF ABREVIATIONS


Vittorio Carcano, detto anche Vittorio da Venezia, fu un religioso dell’ordine degli eremitani di Sant’Agostino, professo del convento veneziano di Santo Stefano. Nel 1584 fu coinvolto in un procedimento inquisitoriale per alcune proposizioni sulla Trinità e sull’Incarnazione che avrebbe pronunciato durante una predica nella chiesa di Santa Maria del Giglio, comunemente detta Santa Maria Zobenigo. La documentazione pubblicata si conclude con l’ordine di arrestarlo; non permette di conoscere l’esito definitivo della causa.

Profilo biografico

Le notizie sulla sua vita provengono principalmente dalle deposizioni dei confratelli raccolte dal Sant’Uffizio veneziano. Non sono note le date di nascita e di morte. Livio da Legge, interrogato nella prima istruttoria, gli attribuì circa ventotto anni e ricordò di averlo conosciuto come novizio nel convento di Santo Stefano.

Vittorio aveva insegnato grammatica e aveva soggiornato a Rimini. Secondo il reggente Camillo da Venezia, in seguito a contrasti sorti in quella comunità il generale dell’ordine gli aveva ordinato di passare a una regola più rigorosa. La prospettiva corrispondeva anche a un voto che Vittorio avrebbe pronunciato durante una malattia. Camillo riferì un suo soggiorno presso i certosini di Padova e il successivo ritorno nell’area veneziana.

Al tempo dei fatti Vittorio viveva fuori dal convento ed esercitava l’attività di precettore presso una famiglia patrizia alla Giudecca. Le testimonianze non concordano pienamente sull’identificazione della casa che lo ospitava. I superiori sostenevano che fosse privo dell’autorizzazione a risiedere all’esterno e che fosse stato privato della filiazione al convento di Santo Stefano.

La predica di Natale a Santa Maria Zobenigo

Il procedimento ebbe origine da una predica natalizia sull’Incarnazione, ascoltata da diversi agostiniani nella chiesa di Santa Maria Zobenigo. Le deposizioni attribuirono a Vittorio enunciati che sembravano negare la distinzione delle persone divine.

Livio da Legge dichiarò di averlo udito affermare, commentando le parole «Verbum caro factum», che il Padre e il Figlio erano una stessa persona e che entrambi si erano incarnati. Ammise tuttavia di essere arrivato a predica già iniziata e di non aver ascoltato con piena attenzione, perché irritato nel vedere sul pulpito un religioso del quale disapprovava la condotta. Dopo aver udito la proposizione contestata si era recato in sacrestia per protestare con il pievano e gli altri sacerdoti.

Camillo da Venezia, reggente di Santo Stefano, riferì ulteriori espressioni che giudicava incompatibili con l’ortodossia: il Figlio sarebbe stato dichiarato inferiore al Padre senza precisare che ci si riferiva alla natura umana, mentre il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero stati presentati come una sola persona. Richiamò inoltre un passaggio sulla grazia che gli era parso di significato pelagiano, senza però ricordarne le parole.

Le qualificazioni dottrinali formulate dai testimoni richiedono cautela. Livio definì nestoriana la proposizione relativa all’identità personale del Padre e del Figlio, mentre Camillo richiamò l’eresia dei sabelliani. Le deposizioni restituiscono pertanto sia il ricordo delle parole ascoltate sia il tentativo degli accusatori di ricondurle a categorie eresiologiche riconoscibili.

Una lettura diversa fu proposta da Raffaele da Venezia. Anch’egli aveva ascoltato parte della predica e ricordava una confusione nell’uso dei termini relativi alle persone divine. Riteneva però possibile che Vittorio avesse inteso parlare dell’identità di natura o di sostanza.

Raffaele dichiarò di aver chiesto direttamente al confratello spiegazioni sull’affermazione contestata. Vittorio aveva negato di averla pronunciata e gli aveva mostrato il testo scritto della predica, nel quale Raffaele non aveva trovato quella proposizione.

Pur giudicando eretico l’enunciato considerato in sé, il testimone lo attribuiva dunque a un errore nell’esposizione orale, un «lapso di lingua», anziché a ignoranza o malizia. A sostegno di questa interpretazione ricordò un altro predicatore che, durante una lezione, aveva involontariamente invertito i termini di una massima morale.

Il procedimento del 1584

La prima istruttoria fu condotta dal vicario inquisitoriale Vincenzo Bobbio e dall’inquisitore Angelo da Faenza. La successione cronologica dei primi verbali presenta alcune difficoltà: la deposizione iniziale di Livio reca la data del 23 febbraio 1583, mentre quella di Raffaele è datata 27 febbraio 1584. La documentazione attesta comunque con certezza una successiva fase della causa nell’aprile 1584.

Le accuse dottrinali si intrecciavano con la posizione disciplinare del religioso. Camillo descrisse Vittorio come inquieto e disobbediente e lo qualificò come «apostata ab obedientia» per la permanenza fuori dal convento senza licenza. Tanto Camillo quanto Livio riportarono inoltre giudizi e racconti che lo presentavano come «spiritato». Queste espressioni appartengono al ritratto polemico delineato dai confratelli e non costituiscono un accertamento autonomo delle sue condizioni.

Il 12 aprile 1584 Camillo fu nuovamente interrogato davanti al patriarca e all’inquisitore, con l’assistenza dei Savi all’Eresia Giacomo Emo, Vido Morosini e Agostino Barbarigo. Ribadì le accuse relative alla predica e insistette sull’inosservanza dell’obbedienza religiosa. Anche Livio confermò di aver ascoltato proposizioni che identificavano le persone divine.

Al termine delle deposizioni registrate nella seconda istruttoria, il tribunale ordinò che Vittorio fosse arrestato e condotto in carcere. Gli atti pubblicati non contengono il suo interrogatorio né una sentenza conclusiva: non consentono quindi di stabilire come egli rispose formalmente alle accuse o quale fu l’esito successivo del procedimento.

Il caso documenta il rapporto tra controllo della predicazione e disciplina conventuale. Alle testimonianze accusatorie dei superiori si affianca quella di Raffaele, che introduce una distinzione tra il contenuto del testo scritto e un possibile errore nella sua esposizione orale. La documentazione permette di ricostruire la formazione dell’accusa, ma non di attribuire a Vittorio un’adesione accertata alle dottrine che gli furono contestate.

Fonti

  • Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 2, fasc. 21, «Contra fratrem Victorium heremitanum Santi Augustini de propositionibus temerariis in pergamo», cc. 283–293, 294–298.

Bibliografia

  • Vincenzo Vozza, Tonache scucite. Racconti di preti, frati e suore davanti all’Inquisizione veneziana (XVI–XVII sec.), Edizioni Diodati, Padova 2026, pp. 173–192.

Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

thumbnail?id=1_usu8DkYtjVJReospyXXSN9GsF3XV_bi&sz=w1000
The content of this website is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) License