Scolio (poeta lucchese, XVI sec.)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
HOW TO CITE | EDITORIAL GUIDELINES | CODE OF CONDUCT | LIST OF ABREVIATIONS


Dietro lo pseudonimo di Scolio si cela l’autore di un singolare poema in volgare, denominato Settennario, opera rimasta manoscritta e a lungo misconosciuta ma portata all’attenzione degli studiosi da Eugenio Donadoni, che in un articolo del 1900, pubblicandone ampi stralci, tentò di delinearne una lettura complessiva. Si tratta di un testo anomalo e affascinante, sospeso tra poesia popolare e visione profetico-religiosa, e per molti aspetti unico nel panorama italiano del Cinquecento.

Il Settennario vide la luce nell'inquieto contesto lucchese del Cinquecento. La Repubblica di Lucca, pur difendendo con fermezza la propria autonomia politica e istituzionale, era attraversata da tensioni interne e da fermenti religiosi che risentivano delle novità religiose circolanti in Europa. Gli anni centrali del Cinquecento furono per Lucca un periodo di particolare vigilanza inquisitoriale, con persecuzioni che colpirono non solo i gruppi più radicali, ma anche semplici cittadini sospettati di inclinazioni eterodosse. In questo ambiente, segnato dalla contraddizione tra una vita religiosa ufficialmente intransigente e una realtà cittadina nella quale circolavano manoscritti, libri e idee nuove, il poema di Scolio si presenta come una voce laterale ma significativa, che illumina dal basso le tensioni di un’epoca.

Il poema, che consta di circa ottanta fogli, scritto in prevalenza in ottave, con strofe di varia lunghezza alternate a versi sciolti, privo di titolo nel manoscritto, è definito Settennario dall'autore stesso, nome che allude sia al numero degli anni impiegati nella sua elaborazione, sia alla ricorrente simbologia numerica che scandisce le visioni. L’autore afferma di aver iniziato a comporlo in prosa nel 1563, per poi rimettervi mano e trascriverlo in rima. Più volte ribadisce di avervi dedicato sette anni di riflessione e scrittura, dichiarando, con toni oscillanti tra sfida e sottomissione, di essere pronto a emendare e allineare l’opera alla fede cattolica se Dio lo avesse illuminato, ma anche di essere disposto a distruggerla se ciò non fosse stato possibile. È un atteggiamento che tradisce la consapevolezza della propria posizione incerta, sospesa tra ortodossia e eresia.

L’opera non presenta una trama lineare, ma procede per quadri e sequenze allegoriche: visioni di santi e apostoli, dialoghi morali, ammonimenti e profezie si intrecciano senza un disegno sistematico, riflettendo piuttosto il percorso interiore di un autore che sembra scrivere sotto l’urgenza dell’ispirazione. Tra le pagine più significative si ricordano l’apparizione di san Paolo nel tempio di Sant’Agostino, la figura di un vecchio che conduce il poeta in un viaggio simbolico attraverso mari e montagne, l’annuncio dell’arrivo del Turco come forza ambivalente, strumento di punizione divina ma anche potenziale alleato in una riforma universale. In altri passi emerge l’idea che il cristianesimo sia prossimo a una radicale trasformazione, con papi e frati ridotti al silenzio, chiese chiuse e un nuovo Vangelo annunciato dallo stesso apostolo Paolo.

Il messaggio religioso che si ricava dal poema appare fortemente eterodosso. Al centro di esso si colloca l’insistenza sul Decalogo, assunto come norma unica e universale, in grado di sostituire le tradizioni ecclesiastiche e di fondare una religiosità nuova, più austera e insieme più radicale. Scolio esalta l’osservanza del sabato, rifiuta il culto dei santi e delle immagini, nega la divinità di Cristo e la dottrina trinitaria, riduce l’Eucaristia a semplice simbolo, reclama l’elezione popolare dei ministri e il loro obbligo al matrimonio. Sono temi che rinviano chiaramente al mondo dell’anabattismo europeo, ma contaminati da suggestioni veterotestamentarie e persino da richiami islamici, segno dell'ampia circolazione di idee eterodosse nella Lucca del Cinquecento. In questo senso, il Settennario si offre come testimonianza preziosa della ricezione popolare e locale di correnti religiose che altrove trovavano espressioni più organiche e sistematiche.

Le notizie sull’autore derivano unicamente dal testo. Scolio dichiara di essere nato a Dezza, nella valle del Serchio, e di aver trascorso la giovinezza tra Dezza e Valdottavo. Si presenta come pastore di pecore e capre, ma anche come “scholaro” e maestro di scuola, che avrebbe insegnato gratuitamente ai poveri. Accenna a un matrimonio contratto nel novembre 1563 con una donna di nome Benedetta e fa riferimento a figli, lasciando intravedere un nucleo familiare in cui la sua vicenda personale si intreccia con quella religiosa. Ne esce il ritratto di un autodidatta visionario, proveniente da ambienti popolari, capace però di appropriarsi di temi e suggestioni che circolavano ben oltre i confini del suo villaggio.

Sulla base di queste indicazioni, Donadoni ha ipotizzato l’identificazione di Scolio con un «Piero da Dezza caciaiolo», comparso in documenti inquisitoriali degli anni 1556 e 1559. L’ipotesi, pur in un contesto plausibile (un uomo di umili origini, legato ad attività rurali e artigianali, già perseguito per eresia, che attraverso la propria esperienza religiosa e culturale produce un testo tanto anomalo quanto significativo), resta congetturale.

Il Settennario non va valutato come opera poetica in senso stretto, né per qualità letteraria né per organicità, ma come documento straordinario di un ambiente ai margini della società e della cultura ufficiale. In un quadro lucchese che Berengo ha descritto come segnato dalla persistenza di una tradizione scolastica e artigianale, dove le suggestioni della cultura colta si mescolavano alle forme popolari, il poema di Scolio rappresenta una voce unica, capace di restituire in presa diretta il modo in cui idee religiose radicali venivano filtrate, deformate e reinventate in un contesto cittadino e rurale insieme.

In definitiva, la figura di Scolio e il suo Settennario restano marginali, ma non trascurabili, nel panorama del Cinquecento italiano, attestando l'ampia diffusione di forme di religiosità radicale e alternativa, che trovavano espressione non solo in atti di dissenso individuale, ma anche in opere poetiche e visionarie provenienti dal "basso". In questa prospettiva, il Settennario rappresenta una testimonianza preziosa delle inquietudini collettive che percorrevano la società lucchese e italiana del Cinquecento, rielaborate da un autore di modeste condizione attraverso un linguaggio semplice e diretto, a tratti ruvido, ma che proprio nella sua essenzialità restituisce con forza l’immediatezza di un’esperienza interiore e collettiva.

Bibliografia

  • Simonetta Adorni Braccesi, Giuliano da Dezza caciaiuolo: nuove prospettive sull'eresia a Lucca nel XVI secolo, in "Actum Luce", IX, 1980, pp. pp. 89-138.
  • Marino Berengo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Einaudi, Torino 1999 [1965], pp. 449-453.
  • Eugenio Donadoni, Di uno sconosciuto poema eretico della seconda metà del Cinquecento di autore lucchese, in "Studi di letteratura italiana", II, 1900, pp. 58-199.
  • Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500, Einaudi, Torino 1976, pp. 131, 136, 142, 160, 171, 183-185.

Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2025

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

thumbnail?id=1_usu8DkYtjVJReospyXXSN9GsF3XV_bi&sz=w1000
The content of this website is licensed under Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) License