Burci, Salvo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Salvo Burci o Burce (Piacenza, tra XII e XIII secolo – dopo il 1235), è stato un controversista laico, autore del Liber suprastella, trattato antiereticale composto nel 1235 e importante testimonianza della presenza del dissenso religioso nell'Italia settentrionale.

Salvo Burci (nacque tra il XII e il XIII secolo a Piacenza) probabilmente dalla nobile casata piacentina balzata agli onori delle cronache tra il XII e il XIII secolo. Il personaggio storicamente più rilevante di questa famiglia era infatti proprio Salvo. Quest’ultimo divenne presto il primus inter pares dell’aristocrazia laica e intellettuale urbana portando avanti l’eredità della consuetudine notarile. L’unico riferimento temporale sulla vita di Burci si può dedurre dalla stesura del testo di confutazione dell’eresia intitolato Liber Supra Stella. Contestualmente alle opere di Moneta da Cremona, i trattati redatti tra il 1235 e il 1245, pur avendo origini e finalità differenti, essi appartenevano a una fase comune di arginamento dei successi missionari del catarismo, rintracciabile nel periodo immediatamente precedente alla sua sconfitta storica e, di fatto, coeva alle prime indagini inquisitoriali. Con molta probabilità Salvo era al servizio dell’inquisizione episcopale o in contatto con gli esponenti più rilevanti della gerarchia ecclesiastica catara ed ereticale in generale. Egli operò presumibilmente come esperto delle procedure inquisitoriali, forse entrato in rapporto con i primi inquisitori delegati dalla Sede Apostolica, pur non essendo un teologo, secondo quanto indicato nel trattato redatto Liber Supra Stella, utilizzando letteralmente l’espressione “ignorante delle lettere” o “che non conosce la scrittura”, dunque per forza di cose illetterato. Il deponente affermò di aver conosciuto di persona l’eretico Giovanni di Ronco e di aver raccolto numerose confessioni, per una forma ereticale essenzialmente dualista, tra le quali ebbe precisa consapevolezza della teoria del medico Andrea sul dualismo. Incline e aperto alle novità culturali e dottrinali della Piacenza dell’epoca, si lasciò probabilmente guidare dalle istanze riformatrici legate alla nascita degli Ordini mendicanti.

Nel Liber Supra Stella non siamo di fronte a un lavoro fondamentalmente incentrato sulla contestazione teologica. Non è un trattato teologico dotto nato dall’astrazione o dalle ampie letture di uno studioso isolato. Al contrario, si tratta di una composizione radicata nella realtà politica e sociale di una specifica comunità (nel caso specifico, la città di Piacenza). L’opera fu difatti commissionata da una blasonata casata locale, i de Cairo, per uno scopo prettamente pragmatico e politico: proclamare la propria totale estraneità rispetto alle sommosse e a qualsiasi legame con ambienti eretici. In virtù di questa sua genesi, scaturita da un’urgenza contingente del territorio, l’opera non si connota per uno spiccato spessore teologico, ma spicca per l’eccezionale freschezza di toni, rappresentazioni figurative e dettagli legati alla vita e alla cronaca locale. Nonostante fosse nobile, Salvo non esitò ad affrontare con risolutezza i propri simili, sebbene di estrazione laica e, come rimarcato nell’introduzione, riferendosi a ciò che appartiene alla sfera civile e terrena, completamente sganciato dall’ambito religioso o teologico prese le parti del cattolicesimo, diventando in questo modo uno dei primissimi controversisti religiosi noti in Italia. La struttura del Liber Supra Stella è omogenea, come anche l’andamento della trattazione. Il contributo della famiglia e lo scritto di Salvo Burci nella confutazione dei movimenti ereticali era quello di frenare la diffusione delle eresie. In quanto tale, Piacenza era uno dei principali focolai del Nord Italia in cui avevano preso piede deviazioni dottrinali radicali tra cui catarismo, i valdesi e gli speronisti (da Ugo Speroni, impegnato con dedizione alla causa politica della sua città, dando forma a una nuova visione spirituale attorno alla quale si sviluppò un nutrito gruppo inserito nel contesto della prima metà del XIII secolo).

Ci sono ottime ragioni per ritenere che la suddivisione del trattato in trentasette capitoli sia opera successiva di un copista. La struttura dell’opera, definita “a ragnatela” dall’editrice Bruschi, si articola intorno a un nucleo tematico centrale da cui si ramificano diversi argomenti secondari; questi ultimi vengono riproposti al lettore ogniqualvolta lo sviluppo del discorso ne richieda il rinvio. Il filo conduttore dello sviluppo del pensiero del notaio è garantito dal mantenimento della successione oltre alle tematiche tradizionali della controversistica anticatara, ci si concentra, dandone ampio respiro narrativo. Questa tematica viene trattata nei capitoli XXX (De gladio temporali), XXXI (Quod reges et principes et potestates seculares sive temporales sunt a bono Deo et non a diabolo) e XXXII (De çiçania). Sviluppando questi tre temi centrali, Burci affronta il problema della legittimità del potere temporale e della sua regolamentazione: viene storicamente definito come la “disputa sulle due spade” (la dottrina gelasiana) o il problema della sovranità temporale del Papato. La legittimità della repressione per mezzo del braccio secolare. Si definiva propriamente come dottrina della coazione indiretta o principio del giuspatronato inquisitorio (l’uso della forza civile per punire l’eresia o il dissenso religioso).

Nella concezione del laico Burci, il potere giudiziario temporale traeva la sua origine direttamente da Dio, il quale aveva imposto al mondo un ordine vincolante. Tale giustizia risultava pertanto imprescindibile e intrinsecamente lecita, configurandosi come diretta espressione del volere divino. Il mantenimento dell’ordine sollevava la questione del ricorso alla violenza legittima contro chi infrangeva questo accordo; in tale contesto si collocavano i dissidenti religiosi (qui rebelles sunt). Nei loro confronti doveva essere irrogata la sanzione punitiva, eseguita su mandato della Chiesa da parte dei regnanti e delle autorità secolari. Nel pensiero di Salvo Burci, la sinergia tra potere temporale e spirituale era giudicata condizione necessaria per il buon andamento della comunità. Al fine di scongiurare la corruzione morale e spirituale di essa. Per questo motivo egli affermava che le autorità comunali erano pienamente autorizzate a esercitare la giustizia punitiva, essendo stata mandata loro direttamente da Dio. Egli associava poi la pena di morte alla vindicta: un’occasione dotata di una funzione medicinale che dissuadeva i cittadini dal commettere peccati. Nel trattato, infine, era espressa l’esigenza di costituire, all’interno della Chiesa, un gruppo di giudici laici che si sarebbero occupati di risolvere le controversie in ambito temporale. Dopo aver ratificato la correttezza della pena inflitta dall’autorità temporale le categorie passibili di condanna a morte nell’Antico Testamento si sarebbero divise in due specifici gruppi di persone (duo hominum genera): coloro che si macchiavano di azioni malvage (male facientes) e coloro che insegnavano o predicavano false dottrine (falso docentes). Il Burce fu un inquisitore atipico, investigatore accorto e prudente, cercò sempre la verità con intelligenza acuta, confutando le pretese di chi voleva rappresentare la sola e autentica Chiesa di Dio, privilegiando la forza logica, l’eloquenza e l’abilità strategica del dibattito polemico a quella della forza.

Bibliografia

  • Caterina Bruschi, Il «Liber Suprastella», fonte piacentina. L'ambiente e il motivo di produzione, in «Archivio storico per le province parmensi», s. IV, 49, 1997, pp. 405-427.
  • Caterina Bruschi, Detur ergo Sathane. Il tema della vindicta nel Liber suprastella di Salvo Burci, in «Mélanges de l'École française de Rome. Moyen Âge», 112/1, 2000, pp. 149-182.
  • Salvo Burci, Liber suprastella, a cura di Caterina Bruschi, Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma 2002.
  • Ilarino da Milano, Il «Liber supra stella» del piacentino Salvo Burci contro i catari e altre correnti ereticali, in «Aevum», 16, 1942, pp. 272-319; 17, 1943, pp. 90-146; 19, 1945, pp. 281-341.
  • Ilarino da Milano, Eresie medioevali. Scritti minori, Maggioli, Rimini 1983, pp. 205-367.
  • Lorenzo Paolini, Gli ordini mendicanti e l'Inquisizione. Il «comportamento» degli eretici e il giudizio sui frati, in «Mélanges de l'École française de Rome. Moyen Âge - Temps modernes», 89/2, 1977, pp. 695-709.
  • Pierre Racine, La diocesi di Piacenza, nido di eretici, in Pierre Racine (a cura di), Storia della diocesi di Piacenza, vol. II, Il Medioevo, t. 2, Dalla riforma gregoriana alla vigilia della riforma protestante, Morcelliana, Brescia 2009, pp. 125-154.
  • Christine Thouzellier, Burce (Burci), Salvo, in DBI, vol. 15 (1972).

Article written by Nico Ciampelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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