Rodolfo il Glabro

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Rodolfo il Glabro (Glaber Rodulfus, Raoul Le Chauve, 980-985 all’incirca – 1046-1047), monaco cluniacense dell’abbazia di Saint Germain d’Auxerre, teologo, storiografo, scrittore, peculiare esponente del monachesimo del pieno medioevo, nacque probabilmente nella Francia centro-orientale, in Borgogna, da una famiglia benestante nell’ultimo quarto del X secolo e fu autore di cronache storiche su eventi coevi alla sua epoca. Lui stesso ebbe forti dubbi di essere un figlio illegittimo giustificando il suo carattere ribelle non come semplice capriccio, ma come una profonda insofferenza morale verso tutto ciò che è precostituito, dogmatico e imposto dall’alto. Aveva condotto fino ai dodici anni una vita mondana perversa e vana e a causa di questo suo comportamento sovversivo fu da uno zio monaco a entrare a far parte di un chiostro come oblato, probabilmente a Saint-Germain d’Auxerre per allontanarsi dai bagordi. Dal temperamento piuttosto irrequieto e dal disperato tentativo di affrancarsi continuamente dall’ambiente in cui era intriso affermò che l’indosso della cocolla (abito monastico) aveva variato il suo aspetto non la natura, la sua sembianza ma non cuore. L’incapacità di rilassarsi diede luogo a un bisogno costante di muoversi e una tensione psicofisica di fondo che fluiva in direzioni inaspettate rispetto al percorso di vita. Era una confessione a cuore aperto quando affermava ancora, che tutte le cose umili e sante che i padri o i fratelli spirituali gli suggerivano per carità, trovavano la sua opposizione interiore gonfiata da uno spirito crudele di orgoglio e malvagità) che dettava la fierezza per proteggersi dalle sventure. Con il tempo divenne disobbediente nei confronti dei superiori, fastidioso ai coetanei, un peso gravoso, per i più giovani e la sua presenza era onerosa per tutti, un sollievo invece l’assenza. L’illusione terrena del mondo costituiva in lui un’attrazione fatale, tormentando la coscienza attraverso escandescenze, insubordinazioni, presunzioni, disattenzioni e inducendolo costantemente a peccare. Rodolfo fu costantemente allontanato dai monasteri passando a Saint-Legér de Champeaux, a San Benigno di Digione, a Santa Maria di Melleraye (o Moutiers-Sainte Marie) e altri ancora. Nello spazio di separazione dal resto del mondo dei chiostri si manifestavano visioni apocalittiche del maligno verso le prime ore del mattino con alterazioni percettive connesse a stati si alterazione mentale e profonda suggestione mistica. Questo alimentava i dubbi dei suoi confratelli, che mal tolleravano le sue storie; secondo loro, tali narrazioni servivano solo a metterlo in luce, facendogliene trarre profitto agli occhi dei superiori. Entrato in età preadolescenziale nell’abbazia di Saint-Germain d’Auxerre vi rimase all’incirca fino al 1010 quando il suo contegno indecoroso obbligò il prelato a un allontanamento forzato a Saint-Legér de Champeaux una piccola dipendenza della stessa abbazia a quanto pare già dal 994. Il suo contegno indecoroso fu attenuato dall’incontro con Guglielmo da Volpiano, abate di San Benigno di Digione, che riedificò il decadente complesso abaziale e invitò Rodolfo a stabilirsi lì, cosa che avvenne dal 1015 e fino al 1030. Nonostante questo tentativo di plasmare il suo carattere non riuscì ad esulare da un atteggiamento disdicevole. A partire dal 1020. Si rese protagonista della redazione di cinque volumi sulla cronaca degli avvenimenti in un’epoca di radicale transizione per l’Europa, Le Historiae, la sua opera principale, divisa in cinque libri, segnata irrimediabilmente da nuove ondate migratorie, da Nord (i Vichinghi o Normanni), da est (gli Ungari) e da Sud (i Saraceni), da una frammentazione del potere (la dinastia ottoniana che segnò la rinascita dell’Impero nell’Europa centrale dopo il crollo carolingio) e da un’inversione di tendenza di natura politica e religiosa fino ai primi decenni dell’XI secolo. L’opera era di per sé stessa l’espressione di una prova tangibile e del riflesso fisico di quel turbamento interiore scatenatosi per l’immediato arrivo dell’Anno Mille ma avrebbe messo in luce anche l’idea di rottura netta e lo stato embrionale del grande rinnovamento che di lì a poco avrebbe investito il continente all’interno di una prospettiva di civiltà che non era andata completamente perduta nel proseguire della storia. L’ordine precostituito era in serio pericolo dall’insorgenza di correnti eterodosse che generavano un distacco dalle dottrine ufficiali e la proposta di una cosiddetta spiritualità diversa. Rodolfo il Glabro divenne così la fonte primaria per le prime grandi eresie del Medioevo. Nelle sue Storie (Historiae) descrive il clima apocalittico dell’Anno Mille, collegando il fermento religioso e le eresie a un’invasione demoniaca. La ricostruzione dei fatti evoca un’azione più descrittiva ma comunque carica di forza visiva per catturare l’essenza del momento riflettendo la transizione dall’Alto al Basso Medioevo attraversando i secoli centrali (classico medioevo) per rivelare disagi e apprensioni, esprimendo malesseri, ansie, paure e simultaneamente prospettive, auspici, attese presagi di un più ampio movimento di rinascita medievale. Nel contesto della teologia e delle Sacre Scritture, Rodolfo estrapola i mezzi utilizzati dalla giustizia divina per correggere, purificare o punire le colpe sono chiamati castighi, giudizi, flagelli o correzioni. Non vi è, tuttavia, un nesso evidente, un legame diretto, una connessione palese tra questi tragici eventi e il presagio della fine del mondo avvertita. È verosimile che i testi di Rodolfo siano stati travisati e distorti dai posteri che richiamavano il periodo storico dell’umanistico o classico nel Rinascimento come l’affermazione dell’età di mezzo di un sistema di pensiero o una società dominata da oscurantismo e fatalismo improprio. In un certo modo il lavoro di Rodolfo il Glabro alimenta la leggenda dell’Anno Mille a presagio del concetto escatologico secondo cui alla fine dei tempi Dio giudicherà l’intera umanità (Giudizio Universale). Dopo un breve viaggio in Italia presso la Valle di Susa, terra d’origine di Guglielmo da Volpiano, tra il 1026 e il 1028 soggiornò presso l’Abbazia di Bèze, che lo stesso Guglielmo aveva riformato introducendo costumi e regole monastiche rigorose. Guglielmo sarà il protagonista precipuo della Vita di Guglielmo abate redatta proprio da Rodolfo. Solamente negli ultimi mesi del 1031 Rodolfo poté varcare la soglia di Cluny, dedicando poi all’abate Odilone le altre redazioni scritte. Qualche anno dopo all’incirca nel 1035 si ritirò presso l’Abbazia benedettina di Saint-Germain nella parte nord della città di Auxerre dove ritrovò il suo antico maestro l’abate Eudes continuando non solo il lavoro di sviluppo e rifinitura delle opere ma anche una fattività materiale nell’incisione di iscrizioni commemorative ed epitaffi sepolcrali. Dopo una breve permanenza tra i monaci eremiti del monastero di Sainte Marie a Moustiers vicino all’Abbazia di Lérins tornò a Saint-Germain dove si spende tra il 1047 e il 1048. Per evidenziare una profonda e dolorosa sofferenza interiore, il turbamento lo accompagnerà l’intiera esistenza, manifestandosi in un’agitazione morale più improvvisa e acuta contro i primi movimenti eretici sorti a Orléans, accomunati a un clima apocalittico e di sconforto legato alla convinzione che gli ostacoli fossero insormontabili, rendendo qualsiasi sforzo palesemente inutile. Rodolfo divenne un osservatore spietato della natura umana, distaccato e privo di illusioni, capace di svelare gli istinti più oscuri con lucidità e ironia tagliente. Egli aveva fornito i modelli di lettura e gli indirizzi programmatici delle concrete situazioni storiche e politiche, per valutare la sua produzione storiografica ed agiografica all’interno dell’universo culturale di Cluny e di inquadrarla entro una visuale filosofica e metafisica secondo il cristianesimo che vedeva una concezione lineare e progressiva del tempo.

Bibliografia

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  • Paul Rousset, Raoul Glaber interprète de la pensée commune au XI siècle, in “Revue d'histoire de l’Église de France”, 36, 1950, p. 8.
  • Louis Grodecki, Florentine Mutherich, Il Secolo dell’Anno Mille, Rizzoli, Milano 1974.
  • Radulphus Glaber, Historiarum libri quinque (Historiarum libri sive Historiarum libri quinque ab anno incarnationis 900 usque ad a. 1044). PL vol. CXLII coll. 611-98; Repertorium vol. X p. 170; MGH SS (1846) vol. VII pp. 51-72, estratti; Te.Tra. (2012) vol. IV pp. 447-449: Clarendon Press, - Oxford University Press, Oxford 1988.
  • Roberto Romagnoli, Le Storie di Rodolfo il Glabro. Strutture culturali e modelli di santità cluniacensi, Bologna, 1988, p. 22.
  • John France, Rodulfus Glaber and French Politics in the Early Eleventh Century, in “Francia”, 16, 1989, p. 104.
  • Rodolfo Il Glabro, Cronache dell’Anno Mille, a cura di Guglielmo Cavallo e Giovanni Orlandi, Mondadori, Milano 1989.
  • Guy Bois, L’Anno Mille. Il mondo si trasforma, Laterza, Roma-Bari 1991.
  • Henri Focillon, L’Anno Mille, a cura di Carlo Bertelli. Trad. Angelina Marchi, Neri Pozza, Milano 1998.
  • Rodolfo il Glabro, Vita di Guglielmo. Protagonista dell’Anno Mille, a cura di Gian Maria Capuani e Dorino Tuniz, Jaca Book, Milano 1998.
  • Michel Théron, Piccola enciclopedia delle eresie cristiane, a cura di Francesco Chiossone, Il Nuovo Melangolo, Genova 2008.
  • Adriano Prosperi, Eresie, Quodlibet, Macerata 2021.
  • Delio Cantimori, Appunti sulle eresie dei secoli XI-XIII, a cura di Francesco Mores, Carocci, Roma 2024.

Article written by Nico Ciampelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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