Processi alle streghe di Isnello (1560-1614)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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I processi alle streghe di Isnello (1560-1614) furono una serie di procedimenti giudiziari celebrati nel centro delle Madonie, in Sicilia, contro donne accusate di stregoneria, malefici e pratiche magiche. Le cause furono istruite dalla curia spirituale di Isnello, subordinata al tribunale episcopale di Cefalù, e non dall'Inquisizione spagnola di Sicilia. La documentazione, costituita da otto fascicoli conservati nell'Archivio Storico Parrocchiale di Isnello, offre una testimonianza significativa della repressione delle pratiche magiche nella Sicilia della prima età moderna e dei rapporti tra medicina popolare, credenze religiose e giustizia ecclesiastica.

I processi

Il primo procedimento documentato, celebrato nel 1560, riguardò Lucia Maurino, accusata di aver tentato di colpire con un maleficio Elena Agnello, moglie del barone Simone Santacolomba. La donna fu condannata il 24 giugno 1560 all'esilio perpetuo da Isnello, accompagnato da pubbliche pratiche penitenziali.

Nel 1600 fu condannata per stregoneria Michela Brigaglia, accusata di confezionare fatture mediante capelli, unghie e altri materiali legati con nastri e nodi. Concubina di don Aurelio Santacolomba, figlio del barone, subì ulteriori procedimenti nel 1602 per concubinato e nel 1611 per mezzaneria. La sua vicenda mostra l'intreccio tra accuse di stregoneria, conflitti sociali e repressione dei comportamenti sessuali.

Nel 1607 furono processate Antonia Tulia e Perna Coccìa, due guaritrici conosciute e apprezzate dalla popolazione. Le loro pratiche comprendevano rituali terapeutici, formule religiose e rimedi destinati a contrastare malattie attribuite a cause soprannaturali. Entrambe furono perseguite per iniziativa della giustizia ecclesiastica, benché godessero di una reputazione generalmente favorevole. Perna fu condannata a una pubblica penitenza e all'esilio dalla diocesi; Antonia alla fustigazione e al bando, con l'obbligo di stabilirsi ad almeno cinquanta miglia dal territorio diocesano.

Nel 1612 venne processata Angela Bonafede, accusata di praticare incantesimi amorosi, in particolare per favorire la riconciliazione tra coniugi. Nello stesso anno fu sottoposta a procedimento Paola Laparo, originaria di Castelbuono, sospettata di aver compiuto sortilegi contro persone con le quali aveva avuto contrasti. La sua difesa contestò l'attendibilità dei testimoni, evidenziando l'esistenza di precedenti inimicizie.

L'ultimo procedimento documentato, risalente al 1614, coinvolse Antonia Fiorella, vedova cinquantenne accusata di aver provocato malattie e morti mediante malefici. Le testimonianze raccolte contro di lei comprendevano racconti di alimenti ritenuti stregati e di infermità attribuite alla sua presunta attività magica.

Non si conoscono gli esiti dei processi contro Angela Bonafede, Paola Laparo e Antonia Fiorella, poiché i relativi fascicoli non conservano le sentenze.

Pratiche magiche e repressione ecclesiastica

I procedimenti documentano la diffusione nelle Madonie di pratiche che combinavano medicina popolare, rituali magici e devozione religiosa. Tra queste figuravano il sortilegio dell'olio, impiegato per individuare presunti malefici, le fumigazioni con erbe e incenso e l'utilizzo di sostanze ritenute dotate di proprietà terapeutiche, come il cosiddetto miele sposato.

La distinzione tra guaritrici e donne accusate di arrecare danno mediante sortilegi era importante nella percezione della comunità, ma non impediva alle autorità ecclesiastiche di perseguire entrambe le categorie. Il controllo delle pratiche considerate superstiziose coinvolse anche consuetudini collettive, come il mazzuni di San Giovanni, la cui proibizione provocò un conflitto tra il vescovo di Cefalù e il barone Arnaldo Santacolomba, culminato nella scomunica di quest'ultimo nel 1611. Il folklore di Isnello, documentato anche attraverso le raccolte di tradizioni popolari tra Otto e Novecento, conserva testimonianze di credenze, rituali e consuetudini che permettono di approfondire il contesto culturale e religioso nel quale si collocano queste vicende.

I processi di Isnello evidenziano il ruolo dei tribunali vescovili nella repressione della stregoneria e la frequente sovrapposizione tra accuse di maleficio, rivalità personali e controllo dei comportamenti. Nei procedimenti esaminati non compaiono accuse esplicite di rapporti con il demonio, mentre le pene documentate comprendono penitenze pubbliche, fustigazione ed esilio. Non risultano condanne capitali.

Fonti archivistiche

  • Archivio Storico Parrocchiale di Isnello, fondo Chiesa Madre, sez. 3, serie 5, n. 6, Superstizione, sortilegi, magarìa.
  • Archivio Storico Diocesano di Cefalù, fondo Curia, documentazione relativa ai procedimenti e alle sentenze esaminate da Andrea Profeta.

Bibliografia

  • Cristoforo Grisanti, Folklore di Isnello, introduzione e note di Rudolf Schenda, Sellerio, Palermo 1981, in particolare pp. 75-76.
  • Andrea Profeta, Le streghe di Isnello. La magia come crimine nelle Madonie d'antico regime (XVI-XVII secolo), in «Mediterranea. Ricerche storiche», XXI, 60, 2024, pp. 97-120.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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