Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Pier Francesco Riccio (Calenzano, 1490 ca. - Firenze, 1564) è stato un prelato, umanista e uomo di corte. Precettore di Cosimo de' Medici, svolse un ruolo fondamentale nella politica fiorentina a partire dell'ascesa di questi al ducato (1537), prima col titolo di segretario poi (dal 1544) con quello di maggiordomo ducale. Fu committente degli affreschi di Pontormo a San Lorenzo. Possedette una copia manoscritta del Beneficio di Cristo. Nel 1553 lasciò l'incarico a corte ufficialmente perché malato di senno, ma forse si trattò di un escamotage per sottrarlo alla persecuzione inquisitoriale.
Da precettore di Cosimo alla corte ducale
Nato da Clemente di Nese e da una donna di nome Margherita, apparteneva a una famiglia di condizioni modeste, ma ricevette un’istruzione che gli consentì di diventare chierico e di entrare al servizio dei Medici. Almeno dal 1525 fu presso Giovanni delle Bande Nere e Maria Salviati, che gli affidarono dapprima l’amministrazione della casa e successivamente l’educazione del figlio Cosimo, nato nel 1519.
Dopo la morte di Giovanni delle Bande Nere, avvenuta nel novembre 1526, Riccio accompagnò il giovanissimo Cosimo a Venezia, dove lo introdusse alla vita culturale e politica della città. Nella sua formazione privilegiò la lettura di Petrarca rispetto allo studio sistematico del latino e contribuì allo sviluppo del gusto artistico del futuro duca. Negli anni successivi seguì Cosimo tra il Mugello, Bologna, Roma, Mantova, Genova e Pisa, accompagnandolo anche in occasioni ufficiali, tra cui gli incontri con Carlo V e Clemente VII.
Dopo l’assassinio del duca Alessandro e l’ascesa di Cosimo al governo di Firenze nel 1537, Maria Salviati fece includere Riccio nel ristretto gruppo di collaboratori fidati sul quale il figlio poté fare affidamento per consolidare il proprio ancora fragile potere. L’antico precettore divenne così segretario personale del duca. La varietà dei titoli con cui era indicato – segretario «primo», «maggiore», «intimo» o «secreto» – rifletteva il carattere personale e scarsamente formalizzato del rapporto che lo legava a Cosimo.
Il suo campo d’azione fu eccezionalmente ampio. Riccio curava la corrispondenza ducale, raccoglieva e smistava informazioni politiche, coordinava una rete di informatori, sorvegliava le porte e le fortificazioni di Firenze, seguiva gli approvvigionamenti annonari e organizzava feste, cerimonie e ricevimenti. Si occupava inoltre delle esigenze della famiglia ducale, dell’amministrazione delle tenute medicee e dei rapporti tra Cosimo e il Consiglio segreto. Fu incaricato anche di provvedimenti politicamente delicati, come l’espulsione dei domenicani dal convento di San Marco, sospettato di alimentare il persistente dissenso savonaroliano e repubblicano.
Il 1° marzo 1545 fu nominato maggiordomo ducale. L’ufficio gli affidava la supervisione del personale e dell’organizzazione materiale della corte, ma non esauriva le sue funzioni politiche. Riccio continuò a fungere da intermediario tra il principe, gli uffici di governo, gli intellettuali e gli artisti. Nel 1541 era entrato nell’Accademia Fiorentina, con alcuni membri della quale ebbe rapporti tesi, anche perché era incaricato di trasmettere e far applicare gli orientamenti culturali stabiliti da Cosimo.
Attività artistica e affreschi di San Lorenzo
Riccio esercitò un ruolo importante nella gestione delle committenze ducali, seguendo il lavoro di pittori, scultori e architetti. Tale posizione gli procurò numerose inimicizie. Benvenuto Cellini lo descrisse con disprezzo nella propria autobiografia; ostili gli furono anche Baccio Bandinelli, Francesco Salviati e Giorgio Vasari. Quest’ultimo lo accusò di aver costituito presso la corte una sorta di «setta» di artisti favoriti, dalla quale sarebbero rimasti esclusi coloro che non godevano della protezione del maggiordomo. Riccio mantenne invece buoni rapporti con Bronzino, Pontormo, il Tribolo, il Bachiacca, Michele Ghirlandaio e Giovan Battista Del Tasso.
La documentazione invita tuttavia a non sopravvalutarne l’autonomia. Più che un autentico arbitro della politica artistica medicea, Riccio fu generalmente l’efficiente esecutore delle decisioni del duca, occupandosi della selezione degli artisti, dei pagamenti e dell’organizzazione materiale dei lavori.
Il suo nome è strettamente legato al grande ciclo di affreschi affidato a Pontormo nel coro della basilica fiorentina di San Lorenzo, realizzato tra il 1545-46 e il 1556 e successivamente completato dal Bronzino. Riccio trasmise la commissione ducale e seguì l’esecuzione dell’opera, ma non può essere considerato con certezza l’autore del programma iconografico. Gigliola Fragnito attribuisce tale ideazione a Benedetto Varchi, mentre altri studi hanno chiamato in causa Pier Francesco Giambullari, Giovan Battista Gelli e Cosimo Bartoli. Rimane comunque evidente il ruolo di Riccio come intermediario tra il duca, l’artista e gli intellettuali coinvolti nel progetto.
Il ciclo, distrutto nel XVIII secolo e ricostruibile soltanto attraverso disegni preparatori e testimonianze letterarie, comprendeva episodi della Genesi, il Diluvio, la resurrezione dei morti e il martirio di san Lorenzo. Massimo Firpo vi ha individuato un programma ispirato alla teologia valdesiana, imperniato sulla radicale corruzione dell’uomo, sulla giustificazione per fede e sull’efficacia salvifica del sacrificio di Cristo. Tale interpretazione ha suscitato discussioni e proposte alternative, ma la presenza di suggestioni evangeliche e valdesiane nella corte medicea è ampiamente documentata.
Vicinanza ad ambienti eterodossi
La vicinanza di Riccio ad alcuni degli spirituali e degli evangelici protetti da Cosimo, le letture da lui coltivate e il ruolo svolto nella committenza di San Lorenzo mostrano un interesse tutt’altro che occasionale per il dibattito religioso contemporaneo.
La testimonianza più rilevante è costituita dal possesso dell’unico manoscritto finora conosciuto del Beneficio di Cristo. Il celebre trattato, composto probabilmente dal benedettino Benedetto da Mantova e rielaborato da Marcantonio Flaminio, costituì uno dei principali veicoli della spiritualità valdesiana in Italia. L’opera poneva al centro la giustificazione gratuita del peccatore mediante la fede nel sacrificio di Cristo e proponeva formulazioni che l’Inquisizione romana avrebbe in seguito condannato come ereticali.
Il manoscritto posseduto da Riccio era inserito in una raccolta di testi dedicati alla controversia sulla giustificazione sviluppatasi intorno alla dieta di Ratisbona del 1541. Il possesso del Beneficio documenta la conoscenza e l’interesse di Riccio per le questioni al centro del conflitto confessionale, ma non prova di per sé una sua piena adesione alla teologia dell’opera.
Più significativo è il contesto delle sue relazioni personali. Riccio frequentò uomini coinvolti nella diffusione di idee evangeliche ed eterodosse e condivise l’atmosfera anticlericale e anticuriale alimentata dalla politica antifarnesiana di Cosimo. Nella corte fiorentina operarono personaggi come Pietro Carnesecchi, Bartolomeo Panciatichi, Giovan Battista Ricasoli e Alessandro del Caccia, variamente legati al valdesianesimo o sospettati di favorire gli eretici. Le tensioni politiche tra il duca e Paolo III offrirono per qualche tempo protezione a questi ambienti, facendo di Firenze un crocevia di dottrine spirituali, istanze di riforma e dissidenza religiosa.
Malattia e allontanamento dalla corte

Già nel marzo 1548 Riccio era stato colpito da una grave malattia, probabilmente causata anche dalle fatiche e dai disagi del servizio. Pur in condizioni precarie e incaricato anche dell’educazione delle principesse Isabella e Lucrezia, continuò a esercitare le proprie funzioni fino all’estate del 1553, quando una grave infermità mentale lo costrinse ad abbandonare definitivamente la corte.
L’uscita di scena coincise quasi temporalmente con la repressione inquisitoriale che tra il 1551 e il 1552 aveva colpito anabattisti, luterani e uomini vicini al duca. Per questo è stato ipotizzato che la malattia fosse un escamotage destinato a sottrarre Riccio alle indagini del Sant’Uffizio e che anche il conferimento della ricca prepositura di Prato fosse servito a garantirgli una posizione protetta.
Nel maggio 1562 le condizioni di Riccio migliorarono e gli permisero di riallacciare i rapporti con Cosimo e con la famiglia ducale. Nel luglio dell’anno successivo riportò però una frattura del femore, dalla quale non si riprese. Il 5 febbraio 1564 fece testamento, dopo aver ottenuto da Pio IV, per intercessione del duca, la facoltà di disporre dei proventi dei propri benefici ecclesiastici fino alla somma di seimila ducati. Morì il 17 febbraio 1564 in località non precisata e fu sepolto nella chiesa di Santo Stefano a Prato.
Bronzino ne lasciò un ritratto idealizzato, raffigurandolo nelle vesti di Giosuè nell’Attraversamento del Mar Rosso della cappella di Eleonora de Toledo in Palazzo Vecchio. Altri due suoi ritratti sono conservati a Prato, rispettivamente nella sagrestia del duomo e nel Palazzo comunale.
Bibliografia essenziale
- Salvatore Caponetto, La Riforma protestante nell’Italia del Cinquecento, Claudiana, Torino 19972.
- Alessandro Cecchi, Il maggiordomo ducale Pierfrancesco Riccio e gli artisti della corte medicea, in "Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz", 42, 1998, pp. 115-143.
- Massimo Firpo, Gli affreschi di Pontormo a San Lorenzo. Eresia, politica e cultura nella Firenze di Cosimo I, Einaudi, Torino 1997.
- Gigliola Fragnito, Riccio, Pierfrancesco, in DBI, vol. 87 (2016).
- Paolo Simoncelli, Evangelismo italiano del Cinquecento. Questione religiosa e nicodemismo politico, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma 1979.
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]