Dolfin, Paolo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Paolo Dolfin (Ginevra, 1593/1594 - post 1612) fu un giovane calvinista di origine ginevrina che si convertì al cattolicesimo a Venezia nel 1612, all'età di diciotto anni. La sua vicenda è testimoniata da un'abiura formale e da una sentenza di assoluzione, conservate tra gli atti dell'Inquisizione veneziana, che lo riconciliano con la Chiesa cattolica e ne autorizzano il ritorno alla piena comunione ecclesiastica. Tuttavia, un mese dopo la sua assoluzione, Paolo venne segnalato a Novara per il possesso irregolare di una reliquia insigne, circostanza che lasciò trasparire dubbi sull'autenticità della sua conversione o, almeno, sull'affidabilità del suo comportamento.

Origini e conversione (1611-1612)

Secondo le sue dichiarazioni (cc. 180r-181r), Paolo era figlio di Pietro Dolfin, nato a Ginevra, dove era stato allevato fin dall'infanzia nella dottrina calvinista. La famiglia, di origini veneziane, era composta dai genitori - ancora viventi - da un fratello maggiore, Giovanni, e da uno minore, Andrea. Egli affermò di aver ricevuto un'educazione conforme agli insegnamenti di Calvino, praticando il culto in un contesto che negava l'intercessione dei santi, il purgatorio, le indulgenze, l'autorità papale e il valore sacramentale della confessione, riconoscendo unicamente il battesimo, la cena e il matrimonio come sacramenti. Fu paggio di Federico IV del Palatinato, incarico di prestigio che ottenne grazie all'intercessione dello zio materno, tesoriere dell'elettore, e viaggiò in altre città a maggioranza calvinista del Regno di Francia, tra le quali Lione.

Paolo dichiarò di aver lasciato Ginevra cinque mesi prima del suo esame, viaggiando inizialmente per mera curiosità e per il desiderio di conoscere l'Italia. Raggiunta Parma, contrasse una febbre che lo costrinse a due mesi di degenza in un'osteria. Fu in quel contesto che, sollecitato da alcuni ospiti che lo credevano cattolico, e temendo di essere prossimo alla morte ("mi dicevano che li medici havevano il caso mio per disperato, et che stavo in pericolo della vita,"), si rivolse in preghiera alla Vergine Maria, facendo voto di conversione qualora fosse guarito. In effetti, racconta di essersi sentito subito meglio, al punto da riuscire a vestirsi e partecipare alla messa già la mattina seguente. Questo evento, presentato come una sorta di guarigione miracolosa, lo spinse a decidere di convertirsi e vivere da quel momento "nel grembo della Santa Madre Chiesa".

Giunto a Venezia il 26 aprile 1612, si presentò spontaneamente al patriarca per essere istruito e riconciliato. L'esame inquisitoriale conferma che egli aveva già acquisito le nozioni basilari del catechismo cattolico, conosceva le preghiere in italiano e latino, era al corrente dei precetti della Chiesa e delle pratiche penitenziali negate dai calvinisti (come i digiuni e le vigilie), e si mostrava determinato a vivere da buon cattolico. Dopo un secondo interrogatorio confermativo (c. 181r-v), il 2 maggio 1612 fu emessa la sentenza (181/bis-r-182r). Lo stesso giorno Paolo abiurò (182v-183r) e fu solennemente assolto e riconciliato (c. 183v) alla presenza del nunzio apostolico Berlinghiero Gessi, vescovo di Rimini, del patriarca di Venezia Francesco Vendramin e dell'inquisitore generale, il domenicano fra Giovanni Domenico Vignucci da Ravenna. Testimone e promotore, per parte civile, era Nicolò di Bernardo Sagredo, procuratore di San Marco de supra, che in conformità col suo incarico sovrintendeva tutti i negozi relativi agli stranieri a Venezia.

Il caso della reliquia sospetta (30 giugno 1612)

Poco più di un mese dopo la sua assoluzione, Paolo Dolfin fu nuovamente al centro dell'attenzione inquisitoriale a causa di una segnalazione proveniente da Novara. I tre firmatari dell'assoluzione (Gessi, Vendramin e Vignucci) inviarono infatti una lettera ufficiale all'abate di San Benedetto di Capua, Angelo Della Ciaia (1584-1616), nipote del cardinale Roberto Bellarmino e vicario generale della diocesi di Novara, per chiedere accertamenti sul giovane. Nella lettera (c. 184r) si affermava che Paolo aveva dichiarato l'intenzione di recarsi a Roma e alla Santa Casa di Loreto, e volendolo sostenere in questo atto devoto, fu "fu aiutato con molta charità". Ma a sorpresa, Paolo fu invece avvistato nella diocesi di Novara, e per giunta in possesso di una "reliquia insigne". Tale oggetto sacro non risultava proveniente da Venezia, né era stato da lì autorizzato, sollevando il sospetto che Paolo lo avesse sottratto, acquistato illecitamente, o ricevuto senza la dovuta licenza canonica.

Nella lettera il tribunale veneziano chiedeva al Vicario di "investigare da esso dove et da chi le habbi havute", confermando che "non le sono state date" a Venezia. La preoccupazione dei prelati veneziani era legittima: il possesso di reliquie era rigidamente regolamentato dal diritto canonico e, dopo il Concilio di Trento, la loro circolazione era soggetta a controllo da parte delle autorità ecclesiastiche. L'espressione "reliquia insigne" indica, con ogni probabilità, un frammento corporeo riconoscibile, e non una semplice immaginetta, un Agnus Dei o un oggetto devozionale di uso comune.

Le ragioni del viaggio verso Novara, anziché verso Roma o Loreto come annunciato, non sono note. Non è da escludere che Paolo stesse tornando verso Ginevra passando per vie più sicure, o che cercasse di ottenere accoglienza presso ambienti religiosi piemontesi, usando la reliquia come simbolo di legittimità spirituale. Non è da escludere l'ipotesi di una impostura devota con finalità economiche, o peggio ancora, un commercio di natura sacrilega, presupponendo un furto sacro come testimonianza in patria della propria finta conversione e della beffa i danni dell'Inquisizione veneziana. In ogni caso, la lettera mostra che l'Inquisizione veneziana continuava a monitorare Paolo anche dopo la sua riconciliazione, e non si fidava pienamente della sua condotta.

Fonti

  • Archivio Storico del Patriarcato di Venezia, Archivio Segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 4, fasc. 8: "Abiuratio Pauli Dolphini de Genevra", cc. 180r-186r (bianche cc. 184v-186v).

Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2025

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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