Eymerich, Nicolau

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Nicolau Eymerich (Aymerich, Gerona 1320-1399) è stato un teologo e inquisitore catalano appartenente all’Ordine dei frati predicatori. Entrò nel convento di Sant Domènec (San Domenico) a Gerona, l’ultima provincia della Catalogna prima del confine con la Francia, all’età di quattordici anni svolgendo il periodo di noviziato sotto la direzione spirituale di Dalmazio Moner. Quest’ultimo già in odore di santità in vita e prodigo alla devozione popolare, la forma sincretistica del pensiero religioso, spiccò per la scrupolosa obbedienza alla regola dell’Ordine ed ebbe il compito di istruire Nicolau agli studi di logica e teologia manifestando apertamente la sua vera dimensione nel raccoglimento spirituale e nella mortificazione della carne più che nell’apostolato attivo. Qualche anno dopo Nicolau avrebbe narrato eventi miracolosi attribuiti al padre maestro e prodigi attribuiti alla sua intercessione; una persona segnata da eventi straordinari, divini e fuori dal comune orientato al solo vantaggio popolare. Completò la sua formazione prima a Tolosa in Linguadoca e poi a Parigi dove conseguì nel 1352 presso lo Studium generale domenicano, la più grande scuola di teologia e filosofia del Duecento legata all'Università di Parigi, la licenza di insegnare (il dottorato) e l’autorizzazione ufficiale di istruire i membri i frati mendicanti ovunque si trovassero. Nicolau, fece ritorno al monastero di Girona, dove subentrò proprio a Moner nella cattedra di teologia. Nel 1356 Innocenzo VI nominava il domenicano Nicolás Rosell, già priore della provincia domenicana della Corona d’Aragona e inquisitore generale, a cardinale presbitero di San Sisto sollevandolo da tutti i suoi incarichi in Spagna e sostituendolo con l’Eymerich che da quel momento assunse il titolo di Grande Inquisitore d’Aragona. Nicolau diede vita a una persecuzione sistematica e una dura oppressione per motivi religiosi nei confronti dei valdesi, dando prova della sua abilità nell’infondere sevizie e supplizi fisiche gravi e intenzionali attraverso sofferenze estreme, storicamente legate alle punizioni corporali verso eretici e blasfemi tanto da essere nominato per riconoscenza cappellano segreto del sommo pontefice. All’incirca nella seconda metà del XIV secolo scrisse un vero e proprio codice inquisitoriale che avrebbe ridefinito la natura legale e normativa della pratica il Directorium inquisitorum. L’opera divenne il principale manuale operativo per magistrati e inquisitori per la messa in pratica procedurale. Sin dall’inizio è stata riprodotta per essere diffusa e circolante in Europa grazie all’invenzione della stampa. Il procedimento contro l’eresia era focalizzato sull’esame dell’imputato, mirato a spingerlo a confessare la propria colpa attraverso l’ammissione totale del reato e del dolo con cui era stato compiuto, assimilando la sua posizione a quella di un penitente davanti al confessore. Con la fondamentale specifica che il confessore si presupponeva già al corrente, sia pure parzialmente, di quanto l’inquisito era chiamato a rivelare, finanche mediante il ricorso alla rigorosa quaestio. Questo eccessivo zelo, ciononostante, gli procurò delle inimicizie, tra cui quella del re Pietro IV d’Aragona. Le efferatezze di Nicolau non si limitarono solamente alla confessione estorta, alla dichiarazione coatta o al tormento giudiziario, ma soprattutto alla pena speculare secondo cui la punizione doveva colpire direttamente l’organo che aveva commesso il reato (in questo caso, la lingua che aveva pronunciato l’eresia o la bestemmia). La sconfitta degli albigesi in Linguadoca e la loro conseguente proscrizione avevano spinto una moltitudine di eretici al di là dei Pirenei nella contea di Barcellona e nei regni di Aragona e Navarra. Da secoli ormai il Sud della Francia e il Nord della Penisola Iberica erano uniti da profondi vincoli. Per un lungo periodo l’arcivescovo di Narbonne aveva esercitato l’autorità di arcivescovo metropolitano su diverse diocesi della Spagna. All’apertura del Duecento, la dinastia reale aragonese deteneva il controllo delle città di Carcassonne e Montpellier, ed era legata da matrimoni strategici alle stirpi di Foix, Tolosa e Comminges. Oltretutto, alcuni signori come il visconte Castelbon e il conte di Roussillon possedevano domini e clientele su entrambi i lati del crinale. I registri dell’Inquisizione ci mostrano dunque i catari trovare riparo tra i propri confratelli. Ma la stretta osservanza dottrinale dei regnanti e dei prelati spagnoli ne fu turbata. Nel 1226 il monarca d’Aragona Giacomo interdisse l’accesso a qualsiasi eretico nel proprio territorio e rinvigorì i decreti “contro gli eretici, coloro che danno loro ospitalità, i loro partigiani e difensori”. Seguendo il parere del proprio confessore, il domenicano Raimondo di Peñafort, sollecitò Gregorio IX a mandargli degli inquisitori. Con una bolla del 26 maggio 1232 la Declinante iam mundi, emanata da papa Gregorio IX, il papa diede forte impulso alla lotta contro l’eresia (in particolare catara e valdese) nella corona d’Aragona e in Catalogna, dal canto suo, esortò l’arcivescovo di Tarragona e i suoi suffraganei a promuovere nelle loro diocesi un’Inquisizione generale, sia direttamente che tramite l’aiuto dei Predicatori o di altri assistenti e procedere attivamente contro gli eretici. L’anno successivo, a Tarragona, Giacomo promulgò un editto contro gli eretici che ricalcava fedelmente le deliberazioni approvate nel 1229 al Concilio di Tolosa dal legato romano, Romano Bonaventura, cardinale diacono di Sant’Angelo in Pescheria. In definitiva, il 30 aprile 1235, Gregorio IX recapitò a Giacomo un intero manuale di procedura inquisitoriale, redatto da Raimondo di Penafort. A partire da quel momento l’Inquisizione cominciò a operare stabilmente in Aragona, col concorso dei domenicani e dei francescani, ed estese la sua azione in Navarra. È in ogni caso accertato che la repressione dell’eresia da parte dei tribunali ecclesiastici, supportati dal braccio secolare, fosse già organizzata verso la metà del secolo. Qualche anno più tardi nel 1362 l’Eymerich venne eletto vicario generale dell’Ordine Domenicano in Aragona. La nomina venne tuttavia osteggiata da padre Bernardo Ermengaudi che, appoggiato politicamente dal re Pietro IV d’Aragona, ingaggiò una logorante controversia con lo stesso Eymerich. Allorché i due furono convocati alla presenza del pontefice per sanare la disputa, papa Urbano VI revocò la nomina di Eymerich, poiché la carica di vicario generale risultava incompatibile con il ruolo di Inquisitore generale. Tuttavia, il Pontefice decise di non confermare padre Ermengaudi, ma scelse un terzo candidato neutrale, Jacopo Dominici, predicatore, diplomatico e scrittore. Il dissidio tra il re Pietro IV d’Aragona e l’Eymerich si acuì nel 1366, allorché l’Inquisitore avviò la sua confutazione delle opere di Raimondo Lullo vessandone i seguaci. Il sovrano interdisse a Eymerich la predicazione a Barcellona ma il domenicano ignorò il comando e favorì occultamente la sollevazione della diocesi di Tarragona. Il focolaio di tensione si spense intorno al 1376 quando il governatore locale al comando di duecento cavalieri strinse d’assedio il cenobio domenicano che ospitava Eymerich. Il teologo riuscì nondimeno a sfuggire alle guardie, rifugiandosi ad Avignone sotto la protezione di papa Gregorio XI. Ordinato sacerdote il giorno prima dell’intronizzazione Pierre Roger de Beaufort prese il nome di Gregorio XI. Ben istruito e profondamente religioso, chiarì fin dall’inizio che sarebbe tornato a Roma, nonostante le obiezioni della Curia. Come la maggior parte dei papi avignonesi, volle promuovere la riconciliazione con la chiesa greca, fatto che implicò una crociata per aiutare i cristiani di Costantinopoli a resistere all’avanzata musulmana. Roma era il luogo adatto per una simile iniziativa. Le difficoltà che affrontò per tornarvi furono notevoli. Sorsero molti altri problemi, ma il 13 settembre 1376 Gregorio partì risoluto, ovviamente accompagnato da consistente scorta armata e da Nicolau Eymerich. Il suo vasto entourage comprendeva tutti i cardinali tranne sei. Quattro mesi più tardi, il 17 gennaio 1377, Gregorio fece il suo ingresso solenne a Roma. Nello scisma che si determinò, l’Eymerich si schierò con l’antipapa Clemente VII, Roberto di Ginevra e tornò ad Avignone. In quel luogo, Nicolau entrò in conflitto con San Vincenzo Ferreri il predicatore apocalittico domenicano anch’esso schierato con l’antipapa Clemente VII ma che Nicolau credeva a torto che fosse in favore di Urbano VI. Tornato in Aragona nel 1381 apprese che le funzioni di Inquisitore generale erano state nel frattempo assunte da Bernardo Ermengaudi e si schierò apertamente contro questa presa di posizione. Le relazioni erano mai state pacifiche con Pietro IV d’Aragona, come precedente evidenziato, che più volte avrebbe voluto la dipartita di Nicolau senza riuscirvi. La morte di Pietro IV d’Aragiona anche se all’apparenza liberava l’azione repressiva di Nicolau contro i lulliani e il loro sistema di pensiero, noto come Ars Magna o arte combinatoria, un metodo logico basato su ruote meccaniche e lettere per dimostrare la verità e unire i saperi, trovò un nuovo avversario nel nuovo re Giovanni I d’Aragona ‘il cacciatore’ che ristabilì le opere di Raimondo Lullo e perseguitò Nicolau. Per schivare l’ira regia, mettersi al riparo dal monarca, sfuggire al furore del re, Nicolau riparò nuovamente ad Avignone dove rimase fino alla morte del sovrano. Sul finire del 1396 alfine Nicolau fece ritorno al monastero domenicano di Girona, dove risiedette fino alla fine dei suoi giorni all’alba del XV secolo. Sebbene derivasse in modo diretto da quella del medioevo, l’Inquisizione spagnola assunse tratti e logiche peculiari che la resero unica. La Spagna rappresentava una realtà peculiare, con una tradizione storica nettamente distinta dal contesto europeo. A mano a mano che le conquiste del Regno di Aragona e dei principi cristiani si consolidavano, emergeva la questione della convivenza religiosa. Quest’ultima, per tutto il Medioevo, non registrò tensioni particolari rispetto ad altri paesi europei. All'interno della collettività spagnola venne così a crearsi gruppi di individui che conducevano una vita ibrida, seguendo usi e costumi cristiani ed ebrei allo stesso tempo. L’Inquisizione spagnola non si limitò a combattere l’eresia: servì anche a centralizzare il potere della corona, colpendo le minoranze ebraiche e musulmane che vivevano nella penisola iberica.

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Article written by Nico Ciampelli | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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