Unamuno y Jugo, Miguel de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Miguel de Unamuno y Jugo (Bilbao, 29 settembre 1864 – Salamanca, 31 dicembre 1936) è stato uno scrittore, filosofo e intellettuale spagnolo, tra le figure più rappresentative della cosiddetta Generazione del ’98.

Formatosi all’Università di Madrid, dove conseguì il dottorato in Filosofia e Lettere, nel 1891 ottenne la cattedra di lingua e letteratura greca all’Università di Salamanca, della quale fu più volte rettore. La sua tormentata vicenda politica – dall’iniziale adesione al socialismo alla polemica contro la monarchia e la dittatura di Miguel Primo de Rivera, dall’appoggio alla Seconda Repubblica al temporaneo consenso prestato nel 1936 all’insurrezione militare, presto ritirato – si intrecciò costantemente con una ricerca religiosa refrattaria a ogni sistemazione definitiva.

Educato nel cattolicesimo basco, Unamuno attraversò nel 1897 una profonda crisi spirituale. Da allora la tensione fra fede e ragione, il desiderio dell’immortalità personale, il silenzio di Dio e l’impossibilità di raggiungere una certezza razionale divennero il centro della sua riflessione. Più che approdare all’ateismo, egli fece dell’“agonia” – intesa nel suo significato etimologico di lotta – la condizione stessa della vita religiosa. La fede non era per lui possesso pacifico di una verità, ma volontà di credere continuamente contrastata dal dubbio: una fede priva di conflitto gli appariva una fede inerte.

Questa concezione lo condusse lontano dall’ortodossia cattolica. Unamuno sottopose a una critica radicale la teologia scolastica, le prove razionali dell’esistenza di Dio, il valore normativo dei dogmi e la pretesa dell’istituzione ecclesiastica di disciplinare la coscienza. Rivendicò un cristianesimo personale, interiore e antidogmatico, nutrito dalla lettura di Martin Lutero, della teologia protestante liberale e soprattutto di Søren Kierkegaard. Non aderì tuttavia a una confessione protestante e rimase estraneo tanto all’ortodossia riformata quanto a quella cattolica: la sua religiosità si collocava deliberatamente sul confine instabile tra fede, incredulità e volontà di credere.

In Del sentimiento trágico de la vida, pubblicato nel 1913, affermò che la ragione conduce inevitabilmente alla negazione dell’immortalità, mentre il bisogno vitale dell’uomo esige di sopravvivere alla morte. Dio diventava così non l’esito di una dimostrazione, ma l’oggetto di un desiderio radicale: credere significava, in qualche modo, “creare” ciò che si voleva esistesse. In La agonía del cristianismo, apparso dapprima in francese nel 1925 e poi in spagnolo nel 1931, presentò il cristianesimo come una lotta incessante tra storia e Vangelo, ragione e fede, istituzione e coscienza. Analoghi motivi percorrono il romanzo San Manuel Bueno, mártir, incentrato sulla figura di un sacerdote che, pur avendo perduto la fede nell’immortalità, continua a esercitare il proprio ministero per non privare la comunità della speranza.

Unamuno fece inoltre largo uso delle categorie di eresia e ortodossia, rovesciandone spesso il significato tradizionale. A suo giudizio, il cristianesimo delle origini aveva preceduto la rigida distinzione tra ortodossi ed eretici; l’eresia poteva pertanto rappresentare non la morte, ma la vitalità della fede, mentre la fissazione dogmatica rischiava di soffocare l’esperienza religiosa. Questa esaltazione del dubbio, della ricerca individuale e della libertà della coscienza presentava evidenti affinità con alcune istanze del modernismo religioso, benché Unamuno non possa essere propriamente considerato un esponente organizzato del movimento modernista.

Le sue posizioni provocarono una lunga reazione della gerarchia ecclesiastica spagnola. Nel 1942 il cardinale Enrique Plá y Deniel, già vescovo di Salamanca, dichiarò proibito Del sentimiento trágico de la vida in base alle disposizioni generali del Codice di diritto canonico. La campagna contro lo scrittore si intensificò nel dopoguerra, quando il nazionalcattolicesimo franchista cercò di appropriarsi selettivamente della sua immagine pubblica, depurandola degli aspetti religiosamente più problematici.

Particolarmente violenta fu la pastorale pubblicata nel 1953 dal vescovo delle Canarie Antonio de Pildain y Zapiain con il titolo Don Miguel de Unamuno, hereje máximo y maestro de herejías. Il presule accusava Unamuno di avere negato o messo in dubbio la Trinità, l’incarnazione e la divinità di Cristo, il peccato originale, l’ispirazione della Bibbia, l’infallibilità pontificia, la transustanziazione, il purgatorio, l’inferno e l’immortalità dell’anima. Gli attribuiva inoltre la diffusione in Spagna di un insieme di dottrine moderniste e protestanti, giudicandolo «il maggiore eretico spagnolo dei tempi moderni». La pastorale, provocata anche dall’inaugurazione della Casa-Museo Unamuno in occasione del settimo centenario dell’Università di Salamanca, testimonia come la condanna religiosa si saldasse alla contesa per la memoria pubblica dello scrittore.

Il conflitto culminò con il decreto del 23 gennaio 1957 mediante il quale la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio inserì nell’Index librorum prohibitorum Del sentimiento trágico de la vida e La agonía del cristianismo. Il provvedimento, emanato oltre vent’anni dopo la morte dell’autore, rappresentò l’esito di un vero e proprio processo censorio maturato attraverso denunce, proibizioni episcopali, pastorali e giudizi teologici. Il decreto fu pubblicato negli Acta Apostolicae Sedis, 49, 1957, pp. 77-78, e accompagnato da un commento ufficioso dell’Osservatore Romano del 31 gennaio 1957.

La vicenda si colloca pienamente nella storia novecentesca del Sant’Uffizio, della censura ecclesiastica e dei processi di definizione dell’eterodossia. La condanna delle opere di Unamuno documenta, nella Spagna contemporanea, la persistente vitalità di categorie, linguaggi e pratiche di disciplinamento dottrinale ereditati dalla tradizione inquisitoriale. Unamuno fu così, al tempo stesso, interprete dell’eresia come espressione vitale e necessaria del cristianesimo e destinatario di una tardiva, ma formalmente compiuta, repressione censoria.

Opere principali

  • Del sentimiento trágico de la vida en los hombres y en los pueblos, Renacimiento, Madrid 1913.
  • La agonía del cristianismo, Renacimiento, Madrid 1931.
  • Mi religión y otros ensayos breves, Espasa-Calpe, Madrid 1932.
  • San Manuel Bueno, mártir y tres historias más, Espasa-Calpe, Madrid 1933.
  • Vida de Don Quijote y Sancho según Miguel de Cervantes Saavedra, explicada y comentada, Fernando Fe, Madrid 1905.

Bibliografia

  • Luciano González Egido, Agonizar en Salamanca. Unamuno, julio-diciembre 1936, Alianza Editorial, Madrid 1986.
  • Nemesio González Caminero, Unamuno. Trayectoria de su ideología y de su crisis religiosa, Universidad Pontificia de Comillas, Madrid 1948.
  • Olegario González de Cardedal, La jerarquía eclesiástica ante Unamuno, in “Anuario de Historia del Derecho Español”, 57, 1987, pp. 277-288: testo integrale.
  • Juan Marichal, El designio de Unamuno, Taurus, Madrid 2002.
  • Antonio de Pildain y Zapiain, Don Miguel de Unamuno, hereje máximo y maestro de herejías, in “Salmanticensis”, 55, 2008, pp. 257-269.
  • Armando Savignano, Filosofía y religión en Unamuno: el nadismo, in “Cuadernos de la Cátedra Miguel de Unamuno”, 27-28, 1983, pp. 91-106.
  • Emanuel José Maroco dos Santos, Unamuno y la fe religiosa, in “Discusiones Filosóficas”, 19/32, 2018, pp. 255-274.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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