Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
HOW TO CITE | EDITORIAL GUIDELINES | CODE OF CONDUCT | LIST OF ABREVIATIONS
Matteo Gribaldi Mofa o Moffa (Chieri, ca. 1505 – Farges, settembre 1564) è stato un giurista e riformatore religioso di orientamento radicale, figura emblematica dell’intreccio tra cultura giuridica e dissenso religioso nell’Europa del Cinquecento.
Biografia
Nato in una famiglia nobile di Chieri, imparentata con i Broglia e i Benso, Gribaldi si formò come giurista in un ambiente permeato dall’umanesimo giuridico e dal recupero filologico dei testi classici. Dopo un primo periodo d’insegnamento a Tolosa, fu attivo nelle università di Valence e di Grenoble, dove compose la sua opera principale, De methodo ac ratione studendi libri tres (Lione, 1541), che segnò una svolta nel modo di concepire la didattica e la sistematica del diritto.
La sua riflessione mirava a restituire alla giurisprudenza un fondamento razionale e metodico, opponendosi al formalismo esegetico della tradizione tardo-scolastica. In essa emergeva un progetto di sintesi tra il mos italicus e il mos gallicus, nel segno di una scienza del diritto costruita su principi generali, chiarezza espositiva e coerenza logica.
Nel 1548 fu chiamato a insegnare all’Università di Padova, dove la sua cattedra attirò numerosi studenti provenienti da Germania e Svizzera. In questo ambiente, caratterizzato da vivaci scambi culturali, Gribaldi entrò in contatto con i circoli simpatizzanti per la Riforma e divenne amico di Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, con il quale condivise il dibattito sorto intorno alla figura di Francesco Spiera, simbolo della crisi di coscienza religiosa nell’Italia del tempo.
Le sue relazioni epistolari con Giovanni Calvino, Celio Secondo Curione e altri protagonisti dell’evangelismo transalpino lo inserirono pienamente nella rete europea del dissenso. Durante un soggiorno a Ginevra, nel 1553, egli si oppose apertamente alla condanna a morte di Michele Serveto, sostenendo che nessuno dovesse essere perseguitato per le proprie opinioni di fede. Questa posizione, in netto contrasto con Calvino, segnò il suo avvicinamento alle correnti antitrinitarie e gli procurò dure ostilità.
Rientrato a Padova, dove viveva con la moglie e sette figli, Gribaldi fu presto oggetto dell’attenzione dell’Inquisizione e si vide costretto a lasciare la città il 22 aprile 1555, come egli stesso scrisse, "ob monachorum insidias". Si trasferì quindi a Tubinga, dove il duca Cristoforo di Württemberg gli offrì una cattedra di diritto civile. Tuttavia, i sospetti e le accuse di eresia continuarono a perseguitarlo, alimentati anche da Théodore de Bèze e dallo stesso Vergerio, ormai suo avversario.
Durante un ulteriore passaggio a Ginevra nel 1555, Gribaldi ebbe un aspro confronto con Calvino, che lo accusò di dottrine ereticali e ne ottenne il bando dalla città. Due anni dopo, a Berna, subì un attentato e fu poi incarcerato, costretto a firmare una confessione di fede davanti alle autorità bernesi. Una volta rilasciato, tornò nel suo castello di Farges, dove trovò rifugio e visse i suoi ultimi anni alternando brevi incarichi universitari a Grenoble (1559–1560) a periodi di isolamento. Morì di peste nel settembre 1564, pochi mesi dopo la morte di Calvino.
Pensiero giuridico e riflessione religiosa
Gribaldi rappresenta una delle figure più originali dell’incontro tra diritto, umanesimo e riforma religiosa. Nel De methodo ac ratione studendi propose di trasformare il diritto in una scienza ordinata e razionale, fondata su regole universali e sull’uso rigoroso della dialettica e della filologia. Il suo programma, volto a “ridurre il diritto a metodo” (ius in artem redigere), anticipò gli sviluppi dell’umanesimo giuridico europeo e influenzò autori come François Douaren e Jean de Coras.
Parallelamente, la sua riflessione religiosa lo portò a difendere la libertà di coscienza e a opporsi tanto all’intolleranza cattolica quanto alla rigida ortodossia dei riformatori. La sua critica al processo di Serveto e la solidarietà mostrata verso gli esuli italiani eterodossi ne fanno uno dei primi sostenitori della tolleranza come principio etico e politico.
La sua vicenda mostra come, nel XVI secolo, l’insegnamento giuridico potesse costituire un terreno di confronto politico e religioso: per l’Inquisizione, un giurista che insegnava il diritto con tale libertà intellettuale poteva essere considerato pericoloso quanto un predicatore eretico. In Gribaldi, dunque, il sapere giuridico divenne strumento di emancipazione e veicolo di dissenso.
Opere
- De methodo ac ratione studendi libri tres, Lugduni, apud A. Vincentium, 1541.
Bibliografia essenziale
- Delio Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, a cura di Adriano Prosperi, Einaudi, Torino 1992.
- Diego Quaglioni, Gribaldi Moffa, Matteo in DBI, vol. 59 (2002).
- Francesco Ruffini, Matteo Gribaldi Mofa in Id., Studi sui Riformatori italiani, a cura di A. Bertola. L. Firpo, E. Ruffini, Ramella, Torino 1955, pp. 43–140.
Link
- Scheda su Matteo Gribaldi Mofa sul sito Symogih.org
Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2013-2025
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]