Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Marsilio de Marsiliis, ricordato anche come Marsilio de’ Marsilii e de’ Martini (? – Venezia, 1632), fu pievano della chiesa veneziana di San Simeone Profeta, comunemente detta San Simeon Grande. Fu coinvolto in due procedimenti davanti al Sant’Uffizio veneziano, il primo nel 1594, conclusosi con la ritrattazione delle accuse, il secondo terminato nel 1624 con un’ammonizione e il divieto di ascoltare le confessioni delle donne.
Profilo biografico e attività pastorale
Non sono note la data e il luogo di nascita. Secondo le notizie raccolte da Giuseppe Cappelletti, Marsilio fu eletto pievano di San Simeone Profeta nel 1591 e divenne, l’anno successivo, arciprete della Congregazione di Santa Maria Mater Domini. Partecipò ai sinodi diocesani convocati dal patriarca Lorenzo Priuli nel settembre 1592 e nel novembre 1594.
Durante il suo governo promosse interventi e iniziative nella chiesa parrocchiale. Nel 1594, insieme ai gastaldi della Scuola del Santissimo Sacramento, sostenne il rialzamento e la pavimentazione della cappella del Sacramento, danneggiata dalle alte maree. Nel 1596 fece collocare sulla facciata un’iscrizione commemorativa della dedicazione della chiesa, celebrata il 15 luglio, nella quale figurava il suo nome. Nel 1602 promosse la fondazione della Scuola di San Valentino. Nel 1612 stipulò inoltre un accordo con gli altri sacerdoti della chiesa per la costruzione di una sepoltura destinata a sé e al fratello. Morì nel 1632.
Il procedimento del 1594
Il 17 settembre 1594 Giacomo Bilora, tessitore di panni residente nella parrocchia di San Giacomo dall’Orio, si presentò spontaneamente davanti al Sant’Uffizio veneziano per denunciare il pievano. Sosteneva che questi avesse intrattenuto rapporti sessuali con sua moglie Anna Dal Ben, sposata da poche settimane, approfittando della frequentazione della chiesa e della relazione instaurata con lei come confessore. Secondo la denuncia, Marsilio avrebbe attirato la giovane nella propria abitazione promettendole un Agnus Dei di cera benedetta.
Anna, interrogata dal tribunale, confermò inizialmente la versione del marito, descrivendo incontri, doni e rapporti con il sacerdote. Le deposizioni raccolte tra parenti e vicini mostrarono tuttavia quanto le accuse dipendessero dalla circolazione di voci e dalla reinterpretazione di gesti osservati in chiesa o nelle sue vicinanze. Diversi testimoni dichiararono di non aver assistito a comportamenti sconvenienti e attestarono la buona reputazione del pievano.
Nuovamente interrogata, Anna ritrattò le accuse, affermando di essere stata costretta dal marito, attraverso minacce e pressioni, a dichiarare il falso. Negò tanto i rapporti sessuali quanto i doni attribuiti al sacerdote. Il tribunale dispose che fosse collocata in un luogo sicuro, a discrezione del patriarca, e proseguì gli accertamenti.
Il 22 settembre Giacomo riconobbe di aver costretto la moglie a confessare fatti non avvenuti. Dichiarò di essersi lasciato persuadere dai sospetti dei familiari e di aver agito per gelosia. Il Sant’Uffizio rimise quindi la causa al patriarca Lorenzo Priuli, affinché provvedesse alla restituzione dell’onore del pievano e al ritorno di Anna presso il marito in condizioni di sicurezza.
Il patriarca impose ai coniugi penitenze e pratiche devozionali e ordinò a Giacomo di ritrattare pubblicamente la diffamazione nella chiesa di San Simeone. Il tessitore si obbligò inoltre, sotto pena di trecento ducati e di censure ecclesiastiche, a non offendere la moglie e a trattarla secondo i doveri matrimoniali. Il procedimento si concluse dunque con il riconoscimento del carattere calunnioso della denuncia contro il sacerdote.
Il procedimento concluso nel 1624
Marsilio fu successivamente coinvolto in un altro procedimento, del quale si conserva nell’Archivio storico del Patriarcato di Venezia un sommario, accompagnato dal provvedimento conclusivo del 18 luglio 1624. La documentazione riassume deposizioni relative a fatti risalenti a molti anni prima, collocabili, secondo i ricordi delle testimoni, intorno al periodo dell’Interdetto veneziano del 1606–1607.
Le principali accusatrici erano tre sorelle, Veneranda, Caterina e Orsetta, figlie di Camillo e della scaletera Maddalena. Le donne riferirono che il pievano aveva rivolto loro proposte sessuali e compiuto toccamenti durante le confessioni. Veneranda gli attribuì anche l’affermazione che tali comportamenti non costituissero peccato. Secondo le deposizioni, Marsilio avrebbe cercato occasioni d’incontro fuori dalla confessione, prospettando anche trasferimenti in altre abitazioni sotto il pretesto di accompagnare le giovani in monastero.
La madre confermò di aver appreso dalle figlie i comportamenti del sacerdote e di aver proibito loro di continuare a confessarsi da lui. Un’altra donna, anch’essa di nome Maddalena, riferì proposte sconvenienti ricevute durante la confessione. Alle testimonianze femminili si aggiunsero quelle dei sacerdoti Girolamo Fontana e Alessandro Gatti, che richiamarono ulteriori accuse e voci relative alla condotta del pievano. Alcune di queste informazioni erano tuttavia indirette e rinviavano a racconti altrui.
Il sommario registra anche ventitré testimoni a difesa. Le loro deposizioni insistevano sulla buona fama di Marsilio, sulla visibilità del luogo in cui ascoltava le confessioni e sull’assenza di comportamenti scandalosi da loro osservati. Una parte della difesa mirava inoltre a screditare le accusatrici e la loro famiglia, richiamandone la reputazione e attribuendo le denunce a risentimenti personali o a contrasti con il pievano.
Il 18 luglio 1624 il tribunale ordinò che Marsilio fosse severamente ammonito e gli impose di astenersi dall’ascoltare le confessioni sacramentali delle donne, a discrezione dello stesso Sant’Uffizio. Per il resto lo liberò dalla presente istanza. Il dispositivo reca i nomi del nunzio apostolico Giovanni Battista Agucchi, del patriarca Giovanni Tiepolo e dell’inquisitore Silvestro Ugolotti.
I due procedimenti ebbero pertanto esiti differenti. Nel 1594 l’accusa fu ritirata e l’intervento giudiziario mirò a riparare la diffamazione del sacerdote; nel 1624 il tribunale dispose una restrizione della sua attività di confessore, senza infliggere pene detentive. La conservazione del solo sommario del secondo procedimento non consente di ricostruire integralmente lo svolgimento della causa e le valutazioni che condussero alla decisione.
Fonti
- Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 3, fasc. 10, «Contra plebanum Sancti Simeonis prophete inculpatum de adulterio cum filia spirituali», cc. 85–117.
- Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 4, fasc. 25, «Pro Marsilio de Marsiliis piovan de San Simeon grande», sommario del procedimento e provvedimento del 18 luglio 1624.
- Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Parrocchia di San Simeone Profeta, Scritture diverse, b. «A. Memorie di chiesa», fasc. 1, «Memorie di chiesa»; fasc. 2, «Memorie e nomi de sacerdoti, pievani e chierici di chiesa».
Bibliografia
- Giuseppe Cappelletti, La chiesa di S. Simeone Profeta vulgo Grande descritta ed illustrata, Venezia 1860, pp. 20, 46.
- Vincenzo Vozza, Tonache scucite. Racconti di preti, frati e suore davanti all’Inquisizione veneziana (XVI–XVII sec.), prefazione di Daniele Santarelli, Edizioni Diodati, Padova 2026, pp. 35–96.
Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]