Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Margherita da Roma fu una donna presente a Venezia tra il 1621 e il 1622, conosciuta come suor Margherita e vestita da cappuccina, della quale non è documentata l’effettiva appartenenza religiosa. Nel febbraio 1622 fu oggetto di un’inchiesta per presunti malefici, in relazione a pratiche di guarigione, all’esibizione di una ferita presentata come stigmate e ad apparizioni notturne denunciate da una monaca di Santa Maria dei Miracoli. Gli atti conservati non comprendono il suo interrogatorio né una sentenza.
Identità e presenza a Venezia
Non sono note le date di nascita e di morte né il nome secolare. La provenienza romana è riferita dai testimoni, ma non trova negli atti pubblicati una verifica indipendente. Margherita abitava nella parrocchia di San Severo, in corte del Tagliapietra, presso una casa della famiglia Zorzi. Viveva con una giovane, chiamata Coletta o Goletta, anch’essa vestita da cappuccina.
Frequentava il monastero di Santa Maria dei Miracoli e altri ambienti religiosi femminili, nei quali godeva di una reputazione di santità. Secondo una testimonianza, collegava la propria presenza a Venezia alla volontà di suor Maria Francesca, già badessa del monastero romano della Purificazione. Tale richiamo costituisce un elemento della sua autorappresentazione, senza dimostrare l’esistenza di un incarico o di un’autorizzazione.
Negli interrogatori comparve anche la notizia di due precedenti detenzioni presso l’Inquisizione romana. Si trattava tuttavia di un’informazione riferita indirettamente, della quale il fascicolo veneziano non offre riscontri documentari.
Pratiche di guarigione e reputazione di santità
Nell’autunno 1621 Margherita fu chiamata a visitare Girolamo Colonna, gravemente ammalato di febbre. L’iniziativa era partita dalla sorella dell’infermo, suor Lucida, monaca di Santa Maria dei Miracoli.
Secondo il racconto di Colonna, Margherita lo segnò con una piccola croce e un rosario, invocando diversi santi. Gli fece poi recapitare un olio con il quale avrebbe dovuto ungere alcune parti del corpo mediante cotone, da bruciare dopo l’uso. In un’altra occasione mostrò un grano di rosario che attribuiva alla beata Giovanna della Croce di Madrid, facendo prima accendere lumi di cera. Affermò inoltre di poter trasferire su di sé la febbre del malato.
Margherita distribuiva oli, acque e frammenti di corda presentati come oggetti sacri o dotati di particolare efficacia. Una donna omonima, impiegata nei servizi delle monache dei Miracoli, dichiarò di essersi rivolta a lei per un disturbo allo stomaco e di aver ricevuto gusci d’uovo pestati e oli. Riferì di essersi sentita male dopo averli utilizzati.
Più testimoni dichiararono di aver visto una piccola ferita sul lato sinistro del corpo di Margherita, sotto il costato o verso il braccio, che la donna presentava come una stigmate ricevuta da Cristo. Tra queste figurava Angela Grisenti, conversa del monastero di Santa Maria delle Grazie. La documentazione attesta l’esibizione della ferita e il significato attribuitole dalla donna, senza consentire di determinarne la natura o l’origine.
Le denunce di suor Lucida Colonna
Il nucleo principale dell’inchiesta riguardava due episodi notturni denunciati da suor Lucida. La monaca sostenne di aver riconosciuto Margherita accanto al proprio letto, all’interno della clausura, e di aver ricevuto da lei uno schiaffo.
La servente del monastero, anch’essa chiamata Margherita, dichiarò che la cappuccina le aveva successivamente raccontato di essere entrata di notte e di aver colpito suor Lucida, incaricandola di riferirglielo. Anche Girolamo Colonna riportò notizie analoghe ricevute dalla sorella e da altri familiari.
Suor Lucida descrisse inoltre un secondo episodio, avvenuto prima del Natale 1621. Affermò che Margherita l’aveva svegliata, abbracciata e baciata contro la sua volontà, invitandola a lasciare il monastero insieme a lei. Al suo rifiuto l’avrebbe percossa sulla schiena.
La monaca collegava il proprio turbamento anche a un rosario ricevuto dalla cappuccina, che riteneva responsabile di un’insistente attrazione e inquietudine. Raccontò di averlo gettato durante l’episodio e di aver fatto successivamente distruggere gli oggetti avuti da Margherita.
Un’altra religiosa, Cristina Ettorea, riferì di aver avvertito un colpo alla schiena durante la notte, senza vedere chi lo avesse inferto. Soltanto dopo aver ascoltato il racconto di Lucida aveva ipotizzato un collegamento con la cappuccina. La sua deposizione va pertanto distinta da quella della monaca che sosteneva di aver riconosciuto direttamente Margherita.
L’inchiesta del febbraio 1622
Il 22 febbraio 1622 Girolamo Colonna presentò all’inquisitore una denuncia scritta. Oltre a riferire le esperienze della sorella, descrisse un malore che lo aveva colpito il 19 febbraio in campo della Tana, subito dopo aver incontrato e salutato Margherita: aveva perso temporaneamente la parola e avvertito una costrizione al cuore e alle mani.
Interrogato il 23 febbraio nel palazzo patriarcale, Colonna confermò la denuncia. La presunta capacità della donna di accedere nottetempo alla clausura fu interpretata come indizio di arte magica, poiché le porte del monastero risultavano chiuse.
Il 24 febbraio suor Lucida fu esaminata nel parlatorio dei Miracoli. Le domande dell’autorità patriarcale prospettarono spiegazioni alternative: un sogno, un’impressione o una burla di qualche consorella. Lucida insistette sulla concretezza delle sensazioni provate e sul riconoscimento della figura, della voce e del contatto fisico.
Furono raccolte anche le deposizioni della badessa Serafina, di altre religiose e della servente. Le testimonianze riguardavano aspetti differenti: alcune persone avevano visto la ferita o ricevuto rimedi e oggetti devozionali; altre conoscevano gli episodi notturni soltanto attraverso i racconti di Lucida o le parole attribuite a Margherita.
Gli atti pubblicati non documentano l’interrogatorio o l’arresto di Margherita, né contengono una decisione conclusiva. Non permettono quindi di stabilire se la donna fosse riconosciuta come religiosa, se le accuse venissero ritenute provate o come proseguisse l’inchiesta.
Il fascicolo mostra il mutamento della sua reputazione presso alcuni interlocutori: i rimedi, gli oggetti e i segni corporei inizialmente accolti come manifestazioni di santità furono successivamente interpretati come possibili strumenti di maleficio. Per la ricostruzione storica occorre distinguere le pratiche osservate dai testimoni, le esperienze da loro riferite e le spiegazioni soprannaturali impiegate per comprenderle. La documentazione non consente di trasformare queste ultime in un accertamento dei fatti né di attribuire a Margherita una condanna per stregoneria o simulazione di santità.
Fonti
- Archivio storico del Patriarcato di Venezia, Archivio segreto, Criminalia Sanctae Inquisitionis, b. 4, fasc. 23, «Contra sororem Margaritam incedentem in habitu cappuccine de malefitiis», denuncia e deposizioni del febbraio 1622.
Bibliografia
- Vincenzo Vozza, Tonache scucite. Racconti di preti, frati e suore davanti all’Inquisizione veneziana (XVI–XVII sec.), Edizioni Diodati, Padova 2026, pp. 281–302.
Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]