Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Marcantonio De Dominis (Arbe, 1560/1561 – Roma, 8-9 settembre 1624) fu gesuita, vescovo, teologo e controversista. Arcivescovo di Spalato dal 1602, entrò progressivamente in conflitto con la Curia romana fino a lasciare l’Italia nel 1616 e a stabilirsi in Inghilterra, dove pubblicò la sua opera maggiore, il De republica ecclesiastica. Tornato alcuni anni dopo nella Chiesa cattolica, fu nuovamente sottoposto a procedimento dal Sant’Uffizio e morì prigioniero in Castel Sant’Angelo. Il processo proseguì dopo la sua morte e si concluse con una condanna postuma e con il rogo del cadavere e degli scritti.
Nacque ad Arbe (Rab), in Dalmazia, nel 1560 o nei primi mesi del 1561, da una famiglia dell’élite locale legata tanto all’ambiente veneziano quanto a quello asburgico. Entrato giovanissimo nel collegio gesuitico di Loreto, nel 1579 fu accolto nella Compagnia di Gesù. Studiò filosofia e teologia tra Verona, Padova e Brescia, dove fu ordinato sacerdote nel 1592; insegnò inoltre matematica e materie filosofiche. Nel 1597 ottenne di lasciare la Compagnia e intraprese la carriera episcopale. Divenuto vescovo di Segna, fu coinvolto nella difficile questione degli Uscocchi e nei rapporti fra Venezia e gli Asburgo. Nel 1602 Clemente VIII lo destinò all’arcidiocesi di Spalato, della quale prese possesso l’anno successivo.
I rapporti con Roma si deteriorarono soprattutto a causa di controversie giurisdizionali e finanziarie con altri esponenti dell’episcopato dalmata. Un passaggio decisivo fu però rappresentato dall’Interdetto veneziano del 1606. De Dominis prese posizione a favore delle ragioni della Repubblica e compose alcuni scritti, rimasti allora inediti, nei quali contestava l’estensione della potestà pontificia, difendeva l’autonomia delle Chiese locali e metteva in discussione alcuni aspetti dell’assetto ecclesiastico sancito dal Concilio di Trento. Il conflitto veneziano contribuì dunque a trasformare un contrasto prevalentemente giurisdizionale in una riflessione più generale sulla costituzione della Chiesa.
Negli anni successivi De Dominis, che trascorreva lunghi periodi a Venezia, entrò in relazione con l’ambasciata inglese e maturò il progetto di trasferirsi nei territori protestanti. Nel settembre 1616 lasciò segretamente l’Italia. Passato attraverso i Grigioni e Heidelberg, vi pubblicò le Causae profectionis suae ex Italia, manifesto nel quale denunciava gli abusi del papato e annunciava il progetto di un’opera in dieci libri sulla struttura della Chiesa. La sua aspirazione dichiarata non era tuttavia la fondazione di una nuova confessione, bensì il superamento delle divisioni fra i cristiani e la ricomposizione dell’unità ecclesiale. Il 12 novembre 1616 la Congregazione dell’Indice condannò il manifesto e il De republica ecclesiastica, ancora inedito, giudicandoli eretici, erronei e scismatici; pochi giorni dopo il Sant’Uffizio veneziano avviò una raccolta di informazioni destinata a Roma.
Giunto in Inghilterra alla fine del 1616, De Dominis fu accolto favorevolmente da Giacomo I e dall’arcivescovo di Canterbury George Abbot. A Londra pubblicò tra il 1617 e il 1622 gran parte del De republica ecclesiastica. Nell’opera respinse la monarchia ecclesiastica pontificia e sostenne una concezione collegiale dell’episcopato: ogni vescovo traeva direttamente la propria autorità da Cristo, mentre al papa non spettava una giurisdizione universale sulle altre Chiese. Al potere civile riconosceva inoltre ampie competenze nella disciplina ecclesiastica. La polemica coinvolgeva anche la teologia sacramentaria, con una riduzione dei sacramenti propriamente detti al battesimo e all’eucaristia.
Nel 1618 pubblicò anonimamente gli Scogli del christiano naufragio, esposizione più divulgativa delle proprie tesi. Nel 1619 curò inoltre la prima edizione londinese dell’Istoria del Concilio Tridentino di Paolo Sarpi, premettendovi una dedica a Giacomo I di marcato tono antiromano, che lo stesso Sarpi giudicò eccessiva. L’esperienza inglese non significò tuttavia una piena adesione di De Dominis al protestantesimo. La sua crescente vicinanza alle posizioni ireniche e arminiane e la critica all’intransigenza calvinista provocarono tensioni con l’ambiente anglicano. Nel 1621 arrivò a sostenere pubblicamente che i cattolici romani, pur professando a suo avviso alcune dottrine erronee, non potevano essere considerati eretici.
Avviate trattative per il rientro, ottenne assicurazioni da Gregorio XV e lasciò l’Inghilterra nel 1622. A Bruxelles pronunciò una formale abiura e, una volta giunto a Roma, reiterò la propria sottomissione. Nel Sui reditus ex Anglia consilium cercò di presentare il ritorno come il compimento del suo antico progetto di riconciliazione ecclesiastica. La morte di Gregorio XV nell’estate 1623 rese però più precaria la sua posizione. Il Sant’Uffizio continuò a sorvegliarlo e intercettò lettere nelle quali De Dominis insisteva sull’unione delle Chiese. Nell’aprile 1624, per ordine del cardinale Francesco Barberini, fu arrestato e rinchiuso in Castel Sant’Angelo.
Durante gli interrogatori De Dominis continuò a sostenere che l’unità cristiana potesse essere ristabilita distinguendo le verità fondamentali dalle materie sulle quali era possibile una certa tolleranza. Fra le questioni controverse collocava il primato pontificio, il purgatorio, il culto delle immagini e dei santi, le indulgenze, alcuni aspetti della dottrina della giustificazione e persino il numero dei sacramenti. Pur dichiarandosi cattolico, continuava inoltre a esprimere riserve sulla funzione e sull’autorità dei decreti tridentini. La sua posizione si inseriva così in una tradizione irenica che aveva avuto nel Cinquecento figure come Georg Cassander e che nel primo Seicento trovava interlocutori negli ambienti arminiani e in Hugo Grotius.
De Dominis morì nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1624, prima della conclusione del processo. Poiché il Sant’Uffizio lo considerava eretico relapso, la morte non determinò l’estinzione della procedura. Il 21 dicembre 1624 fu pronunciata alla Minerva la condanna postuma; nello stesso giorno il suo cadavere, insieme con il ritratto e con alcuni suoi scritti, fu portato in Campo de’ Fiori e bruciato pubblicamente.
La figura di De Dominis sfugge a una semplice classificazione confessionale. Non fu stabilmente né cattolico romano né anglicano nel significato pieno dei due termini, e le sue oscillazioni non possono essere ridotte soltanto a opportunismo personale. Al centro del suo pensiero rimase l’idea di una Chiesa fondata sul collegio episcopale e sulla ricerca di un minimo dottrinale condiviso, accompagnata da una radicale opposizione alla monarchia pontificia. Per questo Delio Cantimori lo collocò nella fase estrema dell’eterodossia religiosa italiana, interpretandone il progetto come una sorta di utopia irenico-ecclesiologica; la storiografia successiva ne ha sottolineato soprattutto la dimensione europea e il rapporto con le discussioni seicentesche sulla tolleranza, sull’irenismo e sui rapporti tra autorità politica e religiosa.
Bibliografia essenziale
- Eleonora Belligni, Sentenza e condanna postuma di Marcantonio De Dominis in "Il Pensiero Politico", 33, 2001, pp. 265-294.
- Eleonora Belligni, Auctoritas e potestas. Marcantonio De Dominis fra l’Inquisizione e Giacomo I, FrancoAngeli, Milano 2003.
- Delio Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento e altri scritti, a cura di Adriano Prosperi, Einaudi, Torino 1992 [prima ed. Sansoni, Firenze 1939].
- Silvano Cavazza, De Dominis, Marcantonio, in DBI, vol. 33 (1987).
- Silvano Cavazza, De Dominis, Marc’Antonio, in DSI, vol. I, 2010, pp. 451-452.
Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]