Donoso Cortés, Juan

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Juan Donoso Cortés (Valle de la Serena, 6 maggio 1809 – Parigi, 3 maggio 1853) fu un politico, diplomatico e pensatore spagnolo, tra i maggiori teorici cattolici della controrivoluzione ottocentesca.

Inizialmente vicino al liberalismo, nel 1832 sostenne la successione di Isabella II contro le pretese dell’infante don Carlos. Entrato nell’amministrazione statale, fu eletto deputato nel 1837 e si affermò come esponente del moderatismo monarchico. Collaborò alla preparazione della Costituzione del 1845, che rafforzò il ruolo della Corona, e ricoprì in seguito importanti incarichi diplomatici a Berlino e Parigi.

Tra il 1847 e il 1848, anche sotto l’influenza di Joseph de Maistre, approdò a un cattolicesimo intransigente. Nel Discurso sobre la dictadura del 1849 sostenne che l’indebolimento della fede e dei freni morali interiori rendeva inevitabile l’aumento della coercizione politica. Di fronte all’alternativa tra la «dittatura del pugnale» rivoluzionaria e quella della «sciabola», restauratrice dell’ordine, dichiarò di preferire la seconda.

Nel suo Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo (1851) interpretò ogni grande questione politica come manifestazione di una precedente questione teologica. Il liberalismo, fondato sulla discussione e sul compromesso, gli appariva incapace di distinguere nettamente tra verità ed errore; il socialismo costituiva invece la conseguenza estrema della negazione di Dio, del peccato originale e dell’autorità ecclesiastica.

La sua teologia politica recuperava i presupposti ideologici dell’azione inquisitoriale. Donoso sosteneva che l’errore non avesse diritti e che la Chiesa fosse legittimata a cercarlo, condannarlo e sradicarlo persino dai recessi dell’intelletto umano. L’intolleranza ecclesiastica aveva preservato la società impedendo che le verità fondamentali fossero abbandonate alla discussione. L’eresia non rappresentava pertanto una semplice opinione religiosa, ma una ribellione contro l’ordine divino e, di conseguenza, una minaccia per l’intera comunità politica. Al potere civile spettava tradurre nell’ordine temporale il giudizio formulato dall’autorità religiosa, poiché «la legge umana ha forza solo in quanto è un commento della legge divina».

Nella Carta al cardenal Fornari sobre el principio generador de los más graves errores de nuestros días (1852) ricondusse le dottrine contemporanee alla negazione della provvidenza e del peccato originale. La ribellione teologica inaugurata da Lutero avrebbe prodotto la sovranità della ragione, la libertà di pensiero, la democrazia e infine il socialismo. La lettera contribuì alla formazione del clima dottrinale nel quale maturò il Sillabo di Pio IX del 1864.

Donoso morì a Parigi nel 1853, mentre era ambasciatore di Spagna. Il suo pensiero esercitò una duratura influenza sul cattolicesimo intransigente e sulla cultura controrivoluzionaria europea; nel Novecento Carl Schmitt vide in lui uno dei più radicali teorici della sovranità e della decisione politica.

Bibliografia

  • José María Beneyto, Apocalipsis de la modernidad. El decisionismo político de Donoso Cortés, Gedisa, Barcelona 1993.
  • Juan Donoso Cortés, Obras completas, a cura di Carlos Valverde, 2 voll., Biblioteca de Autores Cristianos, Madrid 1970.
  • Juan Donoso Cortés, Ensayo sobre el catolicismo, el liberalismo y el socialismo, a cura di José Luis Monereo Pérez, Comares, Granada 2006.
  • Edmund Schramm, Donoso Cortés. Su vida y su pensamiento, Espasa-Calpe, Madrid 1936.
  • Carl Schmitt, Donoso Cortés in gesamteuropäischer Interpretation. Vier Aufsätze, Greven, Köln 1950 (trad. it. Donoso Cortés interpretato in una prospettiva paneuropea, Adelphi, Milano 1996).
  • Federico Suárez Verdeguer, Vida y obra de Juan Donoso Cortés, Eunate, Pamplona 1997.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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