Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
HOW TO CITE | EDITORIAL GUIDELINES | CODE OF CONDUCT | LIST OF ABREVIATIONS
Il conflitto dell'Interdetto (1606-07) fu una grave disputa giurisdizionale e politico-diplomatica tra la Repubblica di Venezia e papa Paolo V, che mise in luce un conflitto strutturale tra sovranità statale e pretese universalistiche del papato, assumendo rapidamente una dimensione europea e una forma inedita di lotta simbolica combattuta attraverso la stampa.
Conflitto e "guerra di scritture"
Con il "Protesto" del Doge Leonardo Donà del 6 maggio 1606 iniziò una fase di frattura diplomatica tra Venezia e Roma che gli storici definiscono "conflitto dell’Interdetto". Fin dal XVII secolo prese valore anche il termine "guerra di scritture", poiché le ostilità tra la Serenissima e la Santa Sede furono manifestate attraverso l’utilizzo della stampa come arma simbolica, ma nondimeno violenta.
«È venuto a notitia nostra, Che li xvij. Aprile prossimo passato per ordine del Santissimo Padre Paulo Papa Quinto è stato pubblicato, et affisso in Roma un’asserto Breve fulminato contra Noi, et il Senato, et Dominio nostro, diretto a voi, del tenore, et continenza come in quello. Per il che ritrovandosi in obligo di conservare in quiete, tranquillità lo Stato datoci da Dio in governo, et mantenere l’auttorità di Prencipe, che non riconosce nelle cose temporali alcun superiore sotto la Divina Maestà, per queste nostre publiche littere protestiamo innanzi al Signor Dio, et a tutto il Mondo, che non habbiamo mancato di usare tutti li modi possibili per render la Santità sua capace delle validissime, et insolubili ragioni nostre; […] Ma havendo trovate chiuse le orecchie della Santità sua et vedendo il Breve suddetto essere publicato contro la forma d’ogni ragione, et contra quello, che le Divine Scritture, la dottrina delli Santi Padri, et li Sacri Canoni insegnano, in pregiudicio dell’autorità secolare donataci di Dio, et della libertà dello Stato nostro, […] non dubitiamo punto tenere il sudetto Breve non solo per ingiusto, et indebito, ma ancora per nullo; et di nissun valore, et così invalido, irrito, et fulminato illegittimamente, et de facto, nullo iuris ordine servato […]»1.
«In questo stesso mese d’Agosto diede principio una sorte di guerra fatta con scritture offensive dal canto del Pont. & difensive dal canto della Republica trattata da ambe le parti con ardore assai grande; & fù di molto momento alla negotiatione che si trattava, imperoche certo è, che il Pontefice fù esso il primo ad assaltar la Republica con questa sorte d’armi restò nondimeno tanto al disotto nel maneggiarle, che questo fù potentissima causa di far che l’accommodamento si concludesse presto»2.
Seppur la fase cruciale dello scontro durò dalla tarda primavera del 1606 sino al 21 aprile 1607, le cause del Conflitto dell’Interdetto hanno radici ben più profonde. In epoca moderna, sia la Repubblica veneziana che il Regno papale ebbero un ruolo chiave per la penisola italiana, vantando una significativa influenza politico-diplomatica in tutto il Vecchio Continente. La corsa verso il riconoscimento di una posizione egemonica condizionò le relazioni tra le due potenze per decenni. Per esempio, i veneziani espressero una certa resistenza contro l’ingerenza papale nei diritti sovrani accogliendo di malgrado la Bolla “In Coena Domini” (1568) di Pio V. In termini più pragmatici, l’acquisizione diretta del Ducato di Ferrara nel 1598 da parte dello Stato Pontificio generò ulteriori ostilità da parte dei veneziani che si ritrovarono senza una regione cuscinetto tra i due poteri e con un’influenza politica nell’area decisamente ridotta. Ma collegate direttamente al dibattito sull’Interdetto sono le tre leggi che il Senato veneziano promulgò nei primi anni del Seicento: nel 1602 furono aboliti i diritti ecclesiastici di prelazione d’acquisto sulle proprietà secolari; nel 1604 fu proibito la costruzione di edifici di culto senza l’autorizzazione del Senato; nel 1605 divenne obbligatoria l’approvazione del Senato per l’acquisizione ecclesiastica di beni immobili secolari. L’obbiettivo di queste leggi non sarebbe stato quello di dubitare dell’autorità papale in questioni religiose, ma bensì assicurare che il Senato disponesse di una gestione più stabile degli affari interni alla Repubblica, che fossero questi laici o ecclesiastici. Ciononostante, la Santa Sede percepì queste leggi come una limitazione del proprio potere e, alla prima occasione utile, ne domandò l’abrogazione.
Tra l’agosto e l’ottobre del 1605 furono arrestati due ecclesiastici (Scipione Saraceno, canonico vicentino; Marcantonio Brandolin, abate di Nervesa) da parte delle autorità veneziane, rei di aver commesso eterogenei crimini (da reati comuni a violenze). Per la Santa Sede questa fu un’opportunità irrinunciabile per rivendicare la propria superiorità in ambito religioso. Paolo V ordinò l’immediato rilascio dei due prigionieri, in quanto questi avrebbero dovuto esser giudicati da autorità ecclesiastiche. Il Papa allegò poi la richiesta di abrogazione delle tre leggi sopraelencate, minacciando la Repubblica di scomunica qualora non avesse adempito ad eseguire quanto domandato.
L’impossibilità di ricucire i rapporti fu manifesta sin dai primi giorni del 1606, quando fu eletto doge Leonardo Donà e Paolo Sarpi fu nominato teologo ufficiale della Repubblica: due figure significativamente antiromane. All'ultimatum romano del 17 aprile, i veneziani risposero con il loro "Protesto", rendendo di fatto ufficiale la scomunica del governo della Serenissima e l’interdizione dell’intera Repubblica. Anche se ufficialmente in tutti i territori veneziani fu sospesa ogni funzione religiosa, l’attività ecclesiastica proseguì grazie alle pressioni del Senato e all’opposizione di una significativa fascia di intellettuali contrari all’ingerenza romana. Non mancarono tuttavia complicazioni, come l’espulsione dei gesuiti dalla Repubblica.
L’Interdetto veneziano andrebbe considerato come la punta dell’iceberg di un conflitto tra due poteri politici che per lungo tempo si spartirono (con differenti mezzi, successi e insuccessi) il "governo" della penisola italiana. Pur giocando un ruolo di eminenza in ambito spirituale, le politiche papali messe in atto tra XVI e XVII secolo ebbero una taratura fortemente temporale, evidenziando i tipici interessi che una Monarchia europea poteva avere in epoca moderna.
Nonostante la difficile situazione diplomatica, la disputa non si convertì mai in una guerra armata. A nessuna delle due potenze conveniva infatti attingere alla violenza fisica poiché avrebbe significato iniziare un nuovo conflitto europeo. Alle spalle dei veneziani si trovavano gli inglesi, mentre Roma contava fortemente sulla superpotenza degli Asburgo. Anche gli olandesi si potevano considerare a favore della Repubblica, forti di un desiderio di indipendenza verso la Spagna. Il Papa si assicurò poi il sostegno dei francesi, che tuttavia si dimostrarono riluttanti verso un conflitto armato nell'Italia del Nord (che avrebbe certamente favorito l’avanzata spagnola nella penisola).
«Tu con lingua canora,
E spada fulminante
Mart’ eloquente sei, Febo guerrero.
Lo tuo splendor indora
Adria, che di te amante
S’inchina a Dio, ma non vuol d’altri impero.
Ah successo di Piero
Del mar l’anime reggi
S’altro regno vuoi qui sogni, e vaneggi;
Deh non voler tentarlo
Che se ben Quinto sei, tu non sei Carlo.
E se ben Carlo fosti in van si sforza
Chi a Vergine regal usar vuol forza
Città, che sol Dio prezza
Domatrice d’Inferno, il mondo sprezza.
Il carro hai del gran sole
Oime, che tu non cada
De’ tuoi destrier la furia in giù l trasporta.
Tomba l’acqua esser suole
A cui per nova strada
Per recar luce al mondo, incendio porta.»3
Benché la disputa avesse una connotazione fortemente politica, il dialogo sul quale si sviluppò il conflitto tra l’ingerenza papale e l’indipendenza veneziana fu fortemente religioso. La diffusione di numerosi libelli a sostegno dell’una o dell’altra fazione creò un caleidoscopio di tesi, dimostrazioni e confutazioni che coinvolsero attivamente le Sacre Scritture e il diritto divino. Sostenere l’illiceità dell’interdetto voleva dire dimostrare di essere un corretto cattolico; contrariamente il supporto alla causa veneziana significava peccare ed essere manchevole verso la giusta dottrina.
Le pratiche utilizzate per diffondere i propri posizionamenti furono eterogenee, sviluppandosi parallelamente e perpendicolarmente tra i dispacci manoscritti e l’attività editoriale. Veneziani e romani si avvalsero di una strategica gamma di tipografi e autori, dando vita ad una vera battaglia di libelli estremamente vivace e creativa. Tra tutti gli stampatori coinvolti, Roberto Meietti sembrerebbe essere il più rappresentativo per quanto concerne la produzione culturale sull’Interdetto: uno dei pochi stampatori veneziani che pubblicò senza occultare il proprio nome. Potendo contare sul supporto del Senato, egli favorì la diffusione dei testi più ostili alla fazione romana (tra cui tutte le opere di Paolo Sarpi). Il suo sforzo verso la causa veneziana (mosso più dall’opportunità commerciale che il Conflitto dell’Interdetto gli garantiva, piuttosto che dai propri sentimenti verso la Serenissima) gli costò una scomunica e la conseguente riduzione dei suoi traffici commerciali, specialmente quelli provenienti dalla Germania.
L’ampia produzione tipografica veneziana sul Conflitto dell’Interdetto favorì l’introduzione della lingua volgare in tematiche giuridico-teologiche trattate solitamente in lingua latina. Tuttavia, ciò non significò un’apertura totale del dibattito, ma piuttosto che alcuni libelli furono strategicamente pensati per coinvolgere quelle figure tradizionalmente periferiche, ma facenti comunque parte di network influenti a livello sovralocale, come la fascia bassa del clero o i diplomatici stranieri. Diversamente, le edizioni romane erano più tradizionaliste, contando sul sostegno di una fascia alta di autori e lettori (come i cardinali). La notizia dell’Interdetto veneziano circolò rapidamente in Europa e comparvero con facilità traduzioni e nuove edizioni locali sull’argomento, come per esempio Der Durchleüchtigsten, Großmächtigen Herrschafft Venedig Außschreiben …, stampato nel 1606 a Strasburgo; A full and satisfactorie ansvver to the late vnaduised bull, thundred by Pope Paul the Fift, against the renowmed state of Venice being modestly entitled by the learned author …, stampato nel 1606 a Londra.
«Poiche colla gratia del Signor Dio si è trovato modo, co’l quale la Santità del Pontefice Paolo Quinto ha potuto certificarsi della candidezza del nostro animo, della sincerità delle nostre operationi, & della continua osservanza, che portiamo a quella Santa Sede; levando le cause de presenti dispareri; Noi, sì come havemo sempre desiderato, & procurato l’unione, & buona intelligenza colla detta Santa Sede, della quale siamo devoti, & ossequentissimi figliuoli, così ricevemo contento di haver conseguito questo giusto desidero. […] & essendo state levate le censure, è restato parimenti revocato il protesto, che già facessimo per questa occasione; Volendo, che da questa, & da ogn’altra nostra operatione apparisca sempre più la pietà, & religione della nostra Repubblica; la quale conservaremo, come hanno fatto continuamente i nostri Maggiori.»4
Grazie alla mediazione diplomatica dei francesi, i due ecclesiastici imprigionati furono liberati e consegnati dapprima alla Francia, per poi rientrare a Roma. L’Interdetto e il Protesto furono revocati e le due parti cessarono la "guerra di scritture". Le leggi veneziane oggetto di dibattito non furono abrogate, ma la loro applicazione rimase sospesa. Se da un lato Roma ottenne buona parte delle sue richieste, dall’altro lato i veneziani resistettero all’interdetto e alle scomuniche, evidenziando alcune fratture nelle pratiche di controllo e influenza nei territori non soggetti alla giurisdizione papale. Proprio per questi motivi, gli storici contemporanei sostengono che il conflitto dell’Interdetto non abbia prodotto né vincitori né perdenti. A far le spese del conflitto furono soprattutto i singoli individui che spiccarono per il loro attivismo: Paolo Sarpi subì un tentativo di omicidio da parte di sicari papali nell’ottobre del 1607; Roberto Meietti faticò a liberarsi dalla scomunica e non riuscì a riprendersi a pieno economicamente.
Bibliografia essenziale
- Gino Benzoni (a cura di), Lo stato marciano durante l’Interdetto, 1606-1607, atti del 29° Convegno di studi storici, Rovigo 3-4 novembre 2006, Ass. Culturale Minelliana, Rovigo 2008.
- Filippo De Vivo, Patrizi, informatori, Barbieri. Politica e comunicazione a Venezia nella prima età moderna, Feltrinelli, Milano 2012.
- Vittorio Frajese, La censura in Italia. Dall’Inquisizione alla Polizia, Laterza, Roma-Bari 2014.
- Vittorio Frajese, Sarpi scettico: Stato e Chiesa a Venezia tra Cinque e Seicento, Il Mulino, Bologna 1994.
- Mario Infelise, Che di lui non si parli. Inquisizione e memoria di Sarpi a metà ‘600, Bulzoni, Roma 1980.
- Mario Infelise, I padroni dei libri. Il controllo sulla stampa nella prima età moderna, Laterza, Roma-Bari 2014.
Bibliografia
Article written by Simone Lonati | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]