Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Guglielma da Milano, detta la Boema (Blažena Vilemína o Guglielmina, nata a Parigi nel 1210, benché non vi sia intesa tra gli storici, e morta a Milano il 21 agosto 1281), ascetica e mistica, giunse a Milano intorno al 1260, divenendo l’esponente per eccellenza dell’eresia mistica femminile, per quanto le notizie pervenute sulla missione intrapresa siano legate alla tradizione popolare e le uniche certezze provengano dagli atti del processo che condannò il movimento religioso degli umiliati.

È facile presumere dagli interrogatori, che la sua condizione fosse quella di una nobildonna di stirpe regia, con tutta probabilità figlia del re di Boemia Ottocaro (conosciuto anche come Ottokar I) e di Costanza d’Ungheria, sposata in seconde nozze, imparentati alla dinastia dei Premyslidi, o addirittura alla corona reale inglese. Guglielma aveva con sé un piccolo involto in cui era adagiato un bambino della cui paternità si era all’oscuro di tutto può darsi il motivo della nuova dislocazione nella città meneghina. Una delle congetture ignominiosa sull’origine di Guglielma era che fosse stata allontanata da qualche comunità religiosa sconosciuta dopo aver dato alla luce un figlio spurio. Si stabilì nel Monastero di Santa Maria di Chiaravalle, fondato da San Bernardo di Clairvaux nel 1135, poco fuori Milano, dove vestì l’abito di ‘Oblata’ laica, alloggiando in un’area riservata del complesso edificale presso una abitazione esterna di proprietà dell’ente monastico, dove espresse sempre una rettitudine morale e un grande amore per la sua comunità, anche se dimorò perlomeno in altri luoghi differenti, tra cui la chiesa parrocchiale di San Pietro nel centro di Milano. Si dedicò intensamente ad accudire poveri e malati attraverso la legittimazione pubblica di potenziali virtù soprannaturali e doti guaritrici. Uno stato di vita, spesso vissuto in comune, partecipato con una schiera di donne tra il XII e il XIII secolo. Guglielma manifestò senza indugio autorevolezza e forza di attrazione, un fascino magnetico che raccolse attorno alla sua figura una corte di seguaci, laici e religiosi, uomini e donne, poveri e ricchi, nobili e popolani, che vivevano in preghiera e penitenza, attraverso un’innovativa esperienza di fede, che fece emergere la figura della donna al centro della predicazione. Il dominio di Milano crebbe vertiginosamente con il governo dei Visconti, a partire dalla seconda metà del Duecento, che avrebbero trasformato il volto della città, da signoria a potente ducato nel medioevo e primo Rinascimento, sebbene fossero minacciati da insinuazioni e sospetti velati di miscredenza, dato che la linea di demarcazione tra santità ed eresia era volatile, una vulnerabilità valicabile da ambo i lati. Pur senza assurgere ad assoluta protagonista della scena, la figura di Gugliema occupò senz’altro uno spazio di rilievo nelle vicende politico-culturali nel periodo del cosiddetto pieno medioevo (o medioevo classico o centrale) segnato da aspre lotte fra impero e papato. Si sospettava che Guglielma fosse una discepola timorosa del movimento del Libero Spirito, diffusosi in Europa tra il XIII e il XIV secolo, che annunciava un’adesione diretta e intima dell’anima con la divinità e l’elevazione dell’essere umano a una condizione divina e alla sua glorificazione massima. Connotato da un forte componente oltranzista di contemplazione mistica e distacco dei beni materiali terreni, il movimento si rivolgeva precipuamente attraverso l’azione dei laici alla lotta contro i centri di potere e corruzione delle alte sfere ecclesiastiche. L’esperienza di sopravvivenza della comunità guglielmita, connotata dalla sacralità e dal misticismo femminile, avrebbe messo al centro della spiritualità il ruolo della donna, concentrandosi sull’azione di rendere evidente il paraclito. Come falene verso la luce, le imprese guglielmite giaceranno dritte alla condanna postuma, avendo esplorato una prospettiva teologica meramente al femminile, sia nella contemplazione delle Sacre Scritture sia nell’inconsueta catechesi muliebre, senza l’obbligato passaggio ecclesiale. La donna era vero Dio e vero uomo nel sesso femminile, come Cristo nel maschile, e dal sacrosanto suo sangue, soffrendo le colpe di ipocriti e simulatori che si professano cristiani senza precetto. I guglielmiti credevano che la forza naturale e l’intervento divino nella terza persona della Santissima Trinità fosse impersonificato in una donna. Nelle Dissertazioni sopra le antichità italiane di Ludovico Antonio Muratori, opera pubblicata postuma dal nipote a Milano alla metà del XVIII secolo, si menzionava un’eresia diffusasi nella città milanese e nei dintorni alla fine del Duecento con l’espressione “delirio e fantasia di donne”, associandola a Guglielma, incarnazione dello Spirito Santo e rinnovatrice della Chiesa. Presentarsi al cospetto di Dio senza attendere il giudizio universale è come muoversi temerariamente su una linea di demarcazione labile tra il rispetto dell’ortodossia e le tradizioni errate e contrastanti con quelle comunemente condivise e accettate. Guglielma ritenuta la personificazione dell’origine ed essenza divina, mediatore tra il pensiero e la parola, aveva ingenerato un culto di stampo essenzialmente matriarcale, dinamico e fondante, caratterizzato da una presenza costante sia nei momenti evangelici chiave sia nella vita della Chiesa, escludendo, di fatto, la figura del Cristo trasfigurato (Matteo 17, Marco 9, Luca 9) volto risplendente sul monte Tabor e prefigurando che la Risurrezione prima della Passione, venisse depennata come limite ultimo dell’elevazione spirituale e del perfezionamento interiore poiché scalzata dalla sua missione terrena. In evidente contrasto con la tradizione cristiana che fin dai suoi primordi aveva individuato nel mistero dell’Incarnazione l’evento in cui lo Spirito Santo si rivelava in tutto il suo ruolo di protagonista di primo piano; e a questa realtà i teologi medievali continuano a rendere testimonianza. Essi considerano gli angeli messaggeri ditale intervento soprannaturale. Morta tra il 1281 e il 1282, per l’innanzi del processo inquisitoriale che condannerà i suoi resti mortali dissepolti, bruciati e dispersi e quelli della sua vicaria Maifreda da Pirovano indirizzata al rogo all’inizio del nuovo secolo, fu considerata corresponsabile attraverso un’influenza indiretta per gli orientamenti dei più ardenti devoti, che rappresentavano di conseguenza una minaccia per l’assetto costituito e la sicurezza della situazione fattuale. Il trapasso di Guglielma che doveva rappresentare la trasfigurazione del divino finì per marchiarla come eretica, anche la strada intrapresa dai guglielmiti conduceva a nuove sfide, determinate negli intenti ideali senza alcuna correzione. Ma il tempo era scaduto. La storiografia moderna passerà al setaccio, esaminando accuratamente la pericolosa deviazione eretica del movimento dei guglielmiti sintomi di un allontanamento dottrinale e un culto popolare non autorizzato dalle gerarchie ecclesiastiche ma neppure così osteggiato, prima di precipitare nelle inchieste ‘esplorative’ nell’anno 1300 da parte dei domenicani del convento di Sant’Eustorgio per chiarificare la situazione, senza la sostenibilità delle prove ma la certezza della condanna. A partire dal 1296, anno della controversia tra Bonifacio VIII e Filippo IV il Bello re di Francia, l’azione dei frati divenne talmente repressiva da coinvolgere anche i membri delle più influenti famiglie milanesi che si estenderanno per un lungo periodo di tempo, fintanto la cattività avignonese (1305). La finalità del sistema inquisitorio era la condanna della memoria, la cancellazione del ricordo, l’oblio forzato (damnatio memoriae). I domenicani per istituire il processo avevano manifestato una solida formazione dottrinale e un’approfondita conoscenza teologica, dovuta alla vastità dello studio intrapreso che metteva in luce precisione e coerenza di pensiero, ma anche una rigidità eccezionale e una spietatezza inaudita per mantenere una coerenza metodologica e valutativa, uniformità di criteri, linearità di approccio e soprattutto il distacco netto con le persone del posto e le loro tradizioni e consuetudini locali. Tra i seguaci maggiormente devoti e affiliati al movimento guglielmita c’era anche uno dei maggiori esponenti il teologo Andrea Saramita e la già nominata plenipotenziaria Maifreda da Pirovano, una parente della famiglia governante di Milano, i Visconti. La morte di Guglielma non rallentò il suo fervore e il suo insegnamento non cadde nell’oblio. Le idee sopravvivono alle persone che le sostengono; le anime scelgono il proprio destino prima di dimenticare tutto e incarnarsi nel concetto platonico a cui fai riferimento il celebre Mito di Er. Incorrere in errori è proprio dell’essere umano, per definire l’eretico che si discosta dalla dottrina ufficiale, dissidente e apostata, è la perseveranza nel sostenere e diffondere la falsa dottrina. Ciononostante, l’eccezionalità della sua vicenda trattavasi si essere vissuta in concetto di santità in vita ed essere stata bollata come eterodossa in morte. L’opera di evangelizzazione benché fuorviante dal magistero della Chiesa Cattolica poteva essere considerato un processo di acculturazione in senso meramente antropologico tra le genti milanesi. È una strana terra di nessuno, volteggiante in alto al centro dell’attenzione ecclesiastica e qualche tempo dopo riversa al suolo con uno schianto. L’eresia di Guglielma aveva uno stampo tutto suo proprio. L’apertura di un nuovo fronte eretico, all’apparenza fugace e transitorio, evidenziava la fecondità di un terreno fertile pronto ad accogliere una dissidenza estrema, al di là dei confini dogmatici elevati dalla Chiesa romana, che costruirà l’apparato repressivo per eliminare le eresie sebbene oramai il seme gettato avrebbe portato i suoi frutti futuri.
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Article written by Nico Ciampelli | Ereticopedia.org © 2026
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]