Gabrielli, Giulio (senior)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giulio Gabrielli (Roma, 1601 - Roma, 31 agosto 1677) è stato un cardinale, membro della Congregazione del Sant'Uffizio.

Appartenente a una nobile famiglia romana, intraprese precocemente la carriera curiale. Fu referendario utriusque Signaturae dal 1625 e, dal 1627, chierico della Camera Apostolica, della quale divenne in seguito decano.

Papa Urbano VIII lo creò cardinale nel concistoro del 16 dicembre 1641. Il 10 febbraio 1642 ricevette la diaconia di Santa Maria Nuova e fu nominato vescovo di Ascoli; venne consacrato il 27 aprile successivo. Nel novembre 1642 passò alla diaconia di Sant'Agata dei Goti. Tra il 1643 e il 1646 fu inoltre co-legato a Urbino insieme al cardinale Francesco Barberini.

Nel corso della sua lunga permanenza nel Sacro Collegio passò progressivamente dall'ordine dei diaconi a quello dei preti e quindi a quello dei vescovi. Nel 1655 optò per Santa Maria in Via Lata e l'anno successivo per il titolo presbiterale di Santa Prisca. Nel 1667 passò dapprima a Santa Prassede e quindi a San Lorenzo in Lucina. Il 30 gennaio 1668 divenne cardinale vescovo di Sabina e, nel marzo seguente, amministratore apostolico di Rieti, incarico che mantenne fino al 1670. Partecipò ai conclavi del 1644, 1655, 1667, 1669-1670 e 1676.

Nel 1670 fu incluso nella Congregazione del Sant'Uffizio: nominato il 14 maggio, prestò giuramento come cardinale inquisitore il 21 maggio successivo. Nello stesso anno ricevette anche importanti incarichi di governo pontificio, tra cui la legazione di Romagna.

Morì a Roma il 31 agosto 1677 e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva.

Bibliografia

  • Dario Busolini, Gabrielli, Giulio, in DBI, vol. 51 (1998).
  • Herman H. Schwedt, Die Römische Inquisition. Kardinäle und konsultoren 1601 bis 1700, Herder, Freiburg 2017, pp. 269-270.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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