Ugoni, Giovanni Andrea

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giovanni Andrea Ugoni (Salò, 1507? - post 1571), letterato e umanista, fu figura irrequieta del Cinquecento bresciano e veneziano. I processi subiti ne rivelano il ruolo nelle reti eterodosse dell’Italia settentrionale. Le sue opere stesse riflettono il disagio civile e religioso della sua epoca.

Vita

Giovanni Andrea Ugoni nacque molto probabilmente a Salò, in provincia di Brescia nel 1507 e risulta ancora vivo nel 1571, allorché da molti anni aveva preso dimora a Venezia. Letterato di qualche interesse, la sua produzione superstite consiste di una trentina di rime pubblicate nelle Rime di diversi eccellenti autori bresciani, curate da Girolamo Ruscelli (1553, 1554) e di quattro brevi trattati, tutti apparsi postumi nel 1562 presso il tipografo Pietro da Fine come opera del magnifico signore Ugoni Gentilhuomo bresciano e curati da Publio Francesco Spinola. Risultano ad oggi perdute due commedie, La carestia e I baccanali, oltre a una traduzione in ottave dell’Eneide.

Ugoni è piuttosto noto per i processi ai quali fu sottoposto, che svelano la vasta sua rete di contatti con il mondo del dissenso religioso. Oltre all’amico fraterno Fortunato Martinengo, si ricorderà qui che l’Ugoni è l’unico letterato con cui il benedettino Teofilo Folengo scambia sonetti. Già attorno alla metà degli anni Quaranta Ugoni aveva relazioni con luterani e ospitava nella propria casa Pietro Paolo Vergerio. Il primo processo all’Ugoni, nel 1546, nel corso del quale fu accusato di simpatie luterane e, tra l’altro, di negare il libero arbitrio, il purgatorio, la reale presenza di Cristo nell’eucarestia, si risolse con una sua condanna alla scomunica, poi revocata dallo stesso doge Francesco Donati. Il processo ebbe uno strascico nel giugno del 1552: costretto a confessare di aver letto libri luterani e di aver avuto frequentazioni con Vergerio e Baldassarre Altieri, Ugoni abiurò nel marzo 1553. Ugoni fu bandito da Calcinato, dove risiedeva, per tre anni e confinato a Brescia con l’obbligo di presentarsi ogni domenica al vescovo. Tuttavia, ben presto egli infranse l’ordinanza, ciò che portò nel marzo del 1554 a una sua condanna in contumacia come eretico manifesto e al bando da Brescia. Trasferitosi a Venezia, dove tra l’altro affittò la casa di Tiziano a San Canziano, entrò in contatto con un ampio gruppo di eretici che comprendeva, tra gli altri, Andrea da Ponte, Teofilo Panarelli, Lodovico Abbiosi, Paolo Moscardo. Tuttavia, nel febbraio 1565 fu riconosciuto ed arrestato; gli furono trovate addosso lettere indirizzate al re di Boemia Massimiliano e a Caterina de’ Medici: in questa, in particolare, sembrava prendere le parti degli Ugonotti. Secondo Seidel Menchi (Protestantesimo a Venezia, p. 147):

Più che lettere, sono frammenti di un soliloquio. Le metafore che le costellano, specialmente quella della nave periclitante fra gli scogli, in balia di venti furibondi, dipingono efficacemente lo stato d’animo dell’autore. Uno sconfitto della storia fa qui il punto della propria posizione, medita sulla disfatta della causa alla quale ha votato la vita, attesta la presa che quella causa perdente continua a esercitare su di lui.

Incarcerato a palazzo Ducale e processato, Ugoni decise di fare i nomi dei propri complici, tra i quali lo Spinola, Agostino Curione, Alessandro Citolini. Ravvedutosi dei propri errori, ma negando di aver sostenuto la giustificazione per sola fide, Ugoni chiese perdono. Considerata l’età avanzata e la precaria salute, il tribunale gli accordò dapprima l’assoluzione dalla scomunica (29 marzo 1565), confinandolo alla propria dimora. In seguito (1568), ottenne il permesso di girare liberamente per Venezia e, in occasione del matrimonio della figlia, di poter tornare brevemente a Brescia. Non si hanno notizie successive.

Opere

I quattro scritti maggiori di Ugoni sono dedicati rispettivamente alle diverse condizioni umane (Trattato […] nel quale si ragiona di tutti gli stati dell’humana vita); al tema dei nomi e della loro imposizione (Trattato […] della impositione de’ nomi); al rapporto tra veglia e sonno (Dialogo della vigilia, et del sonno); e a un encomio di Venezia (Discorso della dignità & eccellenza della gran città di Venetia). Come detto, le quattro opere risultano curate da Publio Francesco Spinola, il cui nome appare nei costituti inquisitoriali del 1564 dello stesso Ugoni; a seguito della denuncia, lo Spinola fu arrestato e giustiziato nel 1567.

I trattati dell’Ugoni, come la sua poesia, hanno goduto recentemente di rinnovato interesse per alcuni dei temi che vi si trattano. In particolare, il Trattato […] nel quale si ragiona di tutti gli stati dell’humana vita è stato preso in esame per le critiche alla società contemporanea, in particolare alla pratica della monacazione forzata. Tra gli spunti d’interesse dell’opera vi è la denuncia delle norme sociali che relegano in secondo piano le donne, negando loro l’opportunità di governare, combattere e occupare posizioni di primo piano nella società. Al contrario, Ugoni esalta non solo le virtù politiche delle donne ma anche il loro valore guerriero e il loro ingegno. La polemica contro le monacazioni forzate si accompagna a una denuncia della condizione infelice della donna nel matrimonio e s’inquadra in una più ampia contestazione della società contemporanea e in specie dei mores della nobiltà, frivola ed oziosa. Da questi costumi derivano innumerevoli mali: oltre all’infelicità delle figlie forzatamente monacate o sposate, la rovina dei patrimoni; e l’abbandono delle arti, delle lettere, delle professioni per una malintesa identificazione della nobiltà con l’ozio. Il continuo confronto con le fonti classiche non fa che evidenziare la decadenza della società moderna, visibile, ad esempio, anche nella pratica della guerra, ridotta a saccheggio e violenza gratuita. Ai nobili Ugoni suggerisce al contrario la pratica dell’agricoltura e di certe qualità di mercature non incompatibili con il loro status (grani, animali, panni, spezie, etc.). Comune a tutte le condizioni dovrebbe tuttavia essere l’orientamento verso il sommo bene, ossia Dio, da preporsi «a tutte le cose di questo mondo» (p. 116).

Il Dialogo della vigilia, et del sonno, forse il più ambizioso tra i quattro scritti, riflette invece sul tema dell’ambiguità e fragilità della conoscenza umana, e sull’impossibilità dell’uomo di penetrare i segreti della natura e, vieppiù, di spingersi fino alla comprensione di Dio. L’opera sembra svolgere il tema della svalutazione della conoscenza filosofica e dell’abbandono del sapere mondano che si affaccia anche nelle lettere del sodale di Ugoni, il conte bresciano Fortunato Martinengo. L’opera consta di tre nuclei: quello iniziale, che ripercorre temi della fisica aristotelica, contenente anche il nucleo “scettico” dell’opera; una discussione sul sogno (e si ricordi che un altro sodale di Martinengo, Daniele Barbaro, aveva pubblicato nel 1542 una Predica dei sogni, a testimonianza della vischiosità di certi interessi entro questa cerchia di intellettuali veneti); e una discussione morale sul peccato, la virtù e la salvezza.

Anche il Trattato dell’impositione dei nomi testimonia gli interessi filosofici di Ugoni che qui sembrano volgersi a temi cabalistici ed esoterici e a quella che potremmo chiamare pia philosophia; così, nel riflettere sul potere insito nei nomi e nella loro corrispondenza con la cosa che designano vengono chiamati in causa Plotino, Giamblico, Ermete Trismegisto, Pitagora etc. (sebbene sarebbe da accertare se e in quale misura si tratti di conoscenza di prima mano). Interessanti, in questo senso, le osservazioni su come tutte le civiltà antiche avrebbero designato Dio con una parola di quattro lettere. Se in passato «i nomi s’imponevano secondo la proprietà e la natura e la virtù de’ soggetti» ora invece «non si vede che più ragione alcuna sia ne’ nomi posti alle cose» (p. 12) tanto che per molti enti non vi sarebbe un nome proprio: osservazione di qualche interesse perché finisce per accomunare il latino e il volgare sotto il segno di una certa inopia verbale.

L’encomio di Venezia è volto principalmente a lodare la città come repubblica integralmente cristiana («Città d’Iddio», p. 12) che mai ha conosciuto «le vane superstitioni e idolatrie de’ gentili» (p. 2). Alla rassegna topica di luoghi, istituzioni e attività che illustrano la città si affianca quello degli intellettuali che ne illustrano il nome: Ermolao Barbaro, Lorenzo Giustinian, Andrea Navagero, Pietro Bembo, Gasparo Contarini, Domenico Grimani. Il breve encomio è seguito da un’esortazione alla città di Brescia a superare le discordie civili che la lacerano, causate «dall’ocio e dalla molta ricchezza, la quale, scompagnata da ogni lodata essercitatione, a guisa di velenoso serpe rode ella e consuma ogni bontà» (p. 22). Sono temi che emergono già nel Trattato […] nel quale si ragiona di tutti gli stati dell’humana vita e che riaffiorano in tutte le opere di Ugoni, solerte nel denunciare la corruzione del vivere civile dei tempi suoi. Nella presentazione di Venezia come città dei santi Silvana Seidel Menchi ha ravvisato «fra le righe quel miraggio di una Ginevra d’Italia» rivelato da epiteti – quelli sopra considerati – «che nella terminologia corrente venivano attribuiti a Ginevra» (Seidel Menchi, Protestantesimo a Venezia, p. 146).

Le rime di Ugoni si dividono tra materia amorosa e meditativo-religiosa che s’incentra sulla presenza ricorrente dei temi dello smarrimento, del pellegrinaggio, dell’erranza, della tempesta per descrivere la condizione del poeta; condizione dalla quale questi si augura Dio lo salvi indirizzandolo sulla via che conduce alla salvezza. Occasionalmente, si trovano temi che sembrano guardare più decisamente in direzione di temi spirituali, come nel capitolo Ahi cor ben sei crudel s’oggi non puoi, scritto in occasione della Pasqua, del quale si leggano i seguenti versi (Rime di diversi eccellenti autori bresciani, p. 50):

Su, dunque, neghittoso, a che più stai?
Vattene, pentito, inanzi a i piè di quella
infinita bontà ch’è sempre mai
e dille: «Ah, Signor, mira in che procella
i’ mi ritrovo sol, senza conforto
di salvar senza te mia navicella.
Tu, che solo il puoi far, drizza il mio torto
camin. Dolce Signor, tu mi ponesti
in questo mar, e tu mi scorgi in porto.
Riguardami da tanti manifesti
perigli, Signor mio, benché sia indegno
di tua grazia: ma fal per quanta avesti
pena per me, su quel ben nato legno».

La poesia di Ugoni declina dunque temi analoghi a quelli che emergono nei suoi scritti: la fragilità dell’uomo, la sua imperfezione spirituale, il mondo come labirinto e tempesta, lo smarrimento che suggerisce di guardare alla grazia divina quale unica fonte di salvezza spirituale.

Fonti e bibliografia

Fonti

  • Archivio di Stato di Venezia, Santo Ufficio, b. 11, Processus contra Andream de Ugonibus Venetiis formatus, 1565.

Edizioni delle opere

Studi

  • Federica Ambrosini, Storie di patrizi e di eresia nella Venezia del Cinquecento, Angeli, Milano 1999, pp. 94-96.
  • Salvatore Caponetto, La Riforma protestante nell’Italia del Cinquecento, Claudiana, Torino 1992, pp. 214-216.
  • Carlo De Frede, Religiosità e cultura nel Cinquecento italiano, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 231-234.
  • Marco Faini, A proposito di Giovanni Andrea Ugoni. Temi e spunti dalle Rime e dai Trattati, in Riformatori bresciani del ’500. Indagini, a cura di Roberto A. Lorenzi, Grafo, Brescia 2006, pp. 79-103 e 265-277.
  • Marco Faini ‘Mentre il lungo error piango e sospiro’. Le Rime di Giovanni Andrea Ugoni, in «Giornale storico della Letteratura italiana», 126, 2008, pp. 51-83.
  • Anne Jacobson Schutte, By Force and Fear. Taking and Breaking Monastic Vows in Early Modern Europe, Cornell University Press, Ithaca 2011.
  • Emilio Rivoire, Eresia e riforma a Brescia, in «Bollettino della Società di Studi Valdesi», 78, 1959, pp. 59-90.
  • Silvana Seidel Menchi, Protestantesimo a Venezia, in La Chiesa di Venezia tra Riforma Protestante e Riforma Cattolica, a cura di Giuseppe Gullino, Edizioni Studium Cattolico Veneziano, Venezia 1990, pp. 131-154.
  • Silvana Seidel Menchi, Anticlericalism in Late Medieval Early Modern Europe, in Characteristics of Italian Anticlericalism, ed. by Peter Dykema and Heiko Oberman, Brill, Leiden 1993, pp. 271-281.

Article written by Marco Faini | Ereticopedia.org © 2025

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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