Bonanno, Giovanna

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Giovanna Bonanno (Palermo, inizi del XVIII secolo – Palermo, 30 luglio 1789), conosciuta come la "vecchia dell’aceto", fu una mendicante condannata a morte per il suo coinvolgimento in una serie di avvelenamenti. Il processo celebrato contro di lei costituisce un osservatorio sui rapporti tra credenze magiche, conflittualità coniugale e cultura giudiziaria nella Sicilia settecentesca, in una fase di ridefinizione dei confini tra maleficio e veneficio.

Le conoscenze sulla sua esistenza provengono principalmente dalla documentazione criminale, che ne restituisce il profilo attraverso confessioni, testimonianze e contestazioni degli inquirenti. Anziana e povera, Bonanno intratteneva rapporti con una rete di persone che procuravano e distribuivano una sostanza velenosa, indicata come «aceto». La circolazione del preparato si appoggiava a conoscenze personali e intermediarie, attraverso le quali venivano raccolte richieste e stabiliti contatti con i potenziali acquirenti. Tra questi figuravano donne e uomini intenzionati a uccidere il coniuge. Gli atti lasciano emergere, accanto alle responsabilità contestate, un ambiente attraversato da precarietà economica, relazioni extraconiugali e aspirazioni a modificare la propria condizione familiare.

Il ricorso al veleno maturava dunque all’interno di rapporti domestici e di vicinato, nei quali confidenze e complicità potevano trasformarsi in accuse e denunce. Le testimonianze conservano tracce delle aspettative individuali e dei conflitti quotidiani dei protagonisti, ma devono essere lette tenendo conto delle circostanze in cui furono raccolte: imputati e testimoni parlavano davanti ai giudici per difendersi, attenuare le proprie responsabilità o attribuirle ad altri.

L’inchiesta, iniziata nel 1788, ricondusse a questo commercio sei omicidi. Il preparato proveniva da un prodotto contro i pidocchi, la cui tossicità consentiva un impiego criminale. La reputazione di maliarda attribuita a Bonanno e il carattere segreto del rimedio potevano suggerire una spiegazione magica delle morti; l’accertamento giudiziario si concentrò invece sul veleno e sulle modalità della sua circolazione. La stessa imputata respinse l’attribuzione di facoltà soprannaturali. La distinzione tra l’efficacia materiale della sostanza e i poteri immaginati da chi la acquistava o ne riferiva gli effetti divenne così un elemento significativo del procedimento.

Bonanno fu giudicata dalla Regia Corte Capitaniale di Palermo. Dopo avere confessato, venne sottoposta alla tortura per confermare formalmente le proprie dichiarazioni. Il ricorso al tormento come ratifica della confessione mostra quanto le procedure tradizionali conservassero il proprio peso anche in un’indagine orientata verso una spiegazione naturale del crimine. Il 30 luglio 1789 fu impiccata in piazza Vigliena, ai Quattro Canti.

Il procedimento testimonia una trasformazione nel trattamento giudiziario del maleficio: comportamenti e sospetti che potevano essere ricondotti alla stregoneria furono esaminati sul terreno del veneficio. Tale mutamento, maturato nella Sicilia delle riforme viceregie e successivo all’abolizione dell’Inquisizione del 1782, non comportò tuttavia il superamento della tortura e della pena capitale. La vicenda documenta dunque tanto il cambiamento della spiegazione giudiziaria del crimine quanto la persistenza della violenza punitiva. La sua pertinenza alla storia della stregoneria risiede soprattutto in questo scarto tra la fama di fattucchiera dell’imputata e il carattere delle responsabilità per le quali venne processata e condannata.

Bibliografia

  • Giovanna Fiume, La vecchia dell’aceto. La modernizzazione giudiziaria del reato di maleficio nella Palermo del tardo Settecento, in «Quaderni storici», 22, 66/3, 1987, pp. 855-877.
  • Giovanna Fiume, Mariti e pidocchi. Storia di un processo e di un aceto miracoloso, XL edizioni, Roma 2008.

Article written by Daniele Santarelli & Domizia Weber | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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